Quel che ci occorre nella crisi di fiducia

Il miglior modo per capire se davvero ci occorra un altro governo, o forse un’altra Repubblica, la terza, è guardare a quello che accadde nel passaggio dalla prima alla seconda. Negli anni Ottanta, era diffusa la consapevolezza che il sistema dei partiti non avrebbe retto a lungo. Non era questione di degrado o di malcostume diffuso: di scandali, purtroppo, è costellata la storia d’Italia. Si trattava piuttosto dell’esaurimento di un progetto politico nazionale, che aveva trovato in Aldo Moro l’ultimo promotore. Gli anni successivi al suo assassinio possono in verità essere interpretati in vari modi. Si può anche ritenere che non sono stati affatto anni di declino, precipitati rovinosamente nella convulsione dei primi anni Novanta anche grazie ai mutati equilibri internazionali (la caduta del muro di Berlino) e alla scoperta di vasti fenomeni corruttivi (Tangentopoli). Si può cioè sostenere che, tutt’al contrario, proprio in quegli anni l’Italia attraversò una fase di intensa modernizzazione, grazie alla fine delle dure contrapposizioni degli anni Settanta e all’affermarsi di nuove forze laiche, riformiste, post-ideologiche (il pentapartito a guida Spadolini prima, Craxi poi). Ma anche in questa interpretazione non si potrebbe non riconoscere la difficoltà crescente del sistema politico a far fronte ai mutamenti in atto.
Ora, è questa difficoltà, ancor prima che una qualche analogia sul piano dei fatti e delle circostanze, che sembra nuovamente investire il Paese. Il contesto internazionale è profondamente diverso. Anche la situazione economica non è facilmente paragonabile. Quanto alla corruzione, è arduo dire se oggi sia dilagante più o meno di ieri, o se non valga in fondo l’antico adagio: «nihil sub sole novi». Nessuno di questi aspetti della crisi va ovviamente sottovalutato, e la discreta ma ferma sorveglianza esercitata dal Presidente della Repubblica dimostra anzi che bisogna tenere più di un occhio aperto. Ma non saranno supplenze ed alti patronati a tirarci fuori dai guai. Né è lì il cuore del problema. Che Berlusconi ne sia consapevole c’è ovviamente da augurarselo: purtroppo però l’intervento di ieri in Parlamento non depone in tal senso, visto che sfiducia dei mercati e distacco dell’opinione pubblica da una classe politica giudicata poco credibile vengono presentati piuttosto superficialmente solo come un increscioso equivoco.
In quei difficili anni Ottanta, uno dei più acuti studiosi italiani, Roberto Ruffilli, caduto anche lui come Moro per mano dei terroristi, vedeva con lucida preoccupazione sia il sempre maggiore affanno dei partiti, sulle soglie di una crisi di legittimazione, sia le scorciatoie con le quali i nodi politici principali venivano non già mandati a soluzione ma semplicemente aggirati.
Siccome queste vie brevi sono ancora lì, a distogliere la politica dal corso principale che dovrebbe prendere, non sarà inutile darne brevemente l’elenco. Ruffilli se la prendeva con la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio e a condannare in blocco i partiti nel loro insieme; denunciava la tentazione di affidarsi a governi tecnici, a strutture tecnocratiche chiamate a funzioni di supplenza della politica, o a «personalità più o meno carismatiche», per risparmiarsi la fatica della partecipazione democratica. Respingeva, lui cattolico, l’idea à la Rousseau di una società civile ingenua e senza colpe, contrapposta a una politica sentina di ogni vizio. Rifiutava, infine, «l’affannosa ed ossessiva apertura di questioni morali, di denuncia delle altrui ruberie, e di una corruzione generale dell’intero sistema».
Naturalmente, nessuno intende minimizzare. Nessuno, né Ruffilli allora né alcuno oggi, che voglia evitare di percorrere quelle vie brevi, intende assolvere la politica dalle sue responsabilità: che ci sono tutte, ed esigono la più ferma determinazione nel contrastare la marea montante del malaffare. Quel che però si intende è di ricondurre anche la vicenda in corso al suo senso politico, per provare a dargli finalmente uno sbocco. Sbocco che allora non fu né un nuovo assetto istituzionale, né una riforma della politica, e neppure, si può ben dire oggi, un soprassalto di senso civico o di ritrovata tempra morale. Non fu anzi affatto uno sbocco, se ci troviamo ancora oggi lì dentro imbottigliati.
Perché non c’è niente da fare: si possono covare i sentimenti di più intensa ripulsa e più fermo rigetto, ma per una comunità nazionale i compiti della politica rimangono ineludibili, ed è per questo che una Terza Repubblica, un nuovo battesimo di legittimità è, forse, quel che ci occorre.

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