Archivi del mese: ottobre 2011

Il vecchio e il nuovo

 

Sul fatto che ci sia bisogno di idee nuove, facce nuove, storie nuove c’è poco da scherzare: chi se la sente di difendere idee, facce e storie vecchie? Per stare dalla parte del nuovo c’è dunque una buona ragione: non si può stare da nessun altra parte. Il ragazzino vuole un gioco nuovo, la sorella un vestito nuovo, e pure i genitori sarebbero contenti se potessero permettersi una nuova automobile. E la vita intera si rinnova: per legge di natura.

Dopodiché però non tutto funziona a questo modo. Nessuno, ad esempio, si augura un commercialista o un chirurgo nuovo di zecca,  se non quando giudica ignoranti quelli in cui si imbatte. Non è allora che sono vecchi, bensì incapaci o incompetenti.  Figuriamoci poi se in questione è quello che Hegel chiamava ‘spirito oggettivo’, lo spirito cioè che si rapprende in storia, istituzioni, abitudini di vita. Il tempo dello spirito, spiegava il filosofo, è diverso da quello naturale: in natura, il nuovo si succede al vecchio, e però la vita si ripete sempre uguale a se stessa; nelle cose dello spirito, invece, il nuovo non si limita a rimpiazzare il vecchio, ma in tanto riesce ad essere veramente nuovo, in quanto consente al vecchio di riconoscersi nel suo superamento.

In realtà, non occorre scomodare i massimi sistemi per capire la politica italiana. È sufficiente un Presidente del Consiglio palesemente incapace di tirare l’Italia fuori dalla crisi e che però resta lì, a dispetto dell’opinione pubblica, dell’opposizione e probabilmente di buona parte della stessa maggioranza, per far sorgere nel paese un prepotente desiderio di novità. Ma a pensarci: fra le cause della sua inamovibilità, a parte la faccia tosta, non sta forse il fatto che viene da un partito tutto nuovo, che di ‘oggettivo’, nel senso hegeliano del termine, cioè di robusto, autonomo e durevole, non ha proprio nulla, e che quindi è incapace di affrontare in maniera fisiologica il tema del ricambio?

Che dire, invece, del Pd? Per il principale partito di opposizione le cose non dovrebbero andare diversamente? Il Pd è, all’anagrafe, un partito nuovo. Se vuole essere una cosa diversa e di maggior valore, deve allora dimostrare al proprio elettorato non di sapersi rinnovare, ma di saper durare. Gli tocca crescere, non estinguersi. Radicarsi nella società, non lasciarsi travolgere dall’ansia di novità.

Resta vero, ovviamente, che si può giudicare insufficiente una certa proposta politica, e battersi per cambiarla, ma il fatto che si punti a rappresentarla come vecchia e non come inadeguata cosa vuole dire? È forse il segno che il vocabolario della moda, del consumo e dello spettacolo è penetrato profondamente nella sfera della politica, orientando i comportamenti dei suoi protagonisti? Perché è solo lì, è solo dove prevale una logica di tipo pubblicitario che la novità rappresenta un valore in quanto tale.

I linguisti spiegano che le parole che usiamo prendono senso in rapporto a quelle a cui si oppongono e a quelle al posto delle quali stanno. Lasciamoci istruire allora da un dizionario dei sinonimi e contrari. Invece di guardare ai termini a cui “nuovo” si oppone, perché, s’è visto, è troppo facile prendersela con ciò che è sorpassato, arretrato o antiquato, badiamo ai sinonimi. Sono tanti: da moderno a innovativo, da inedito a rivoluzionario, passando per attuale o originale. Nella tradizione politica della sinistra europea c’è però almeno un termine che a lungo ha assunto, ben più di “nuovo”, alcuni di questi significati, ma che, chissà perché, nessuno dei novatores se la sente di impugnare: è il termine “progresso”.

In effetti, è molto più facile promettere il nuovo che promettere di realizzare un progresso rispetto a ciò che ci si limita a sostituire con la novità. Il progresso indica qualcosa in più: un senso di marcia. Ora, non si tratta del fatto che si è appannata la direzione, sono finite le filosofie della storia e il mondo naviga a vista. Daccapo: non è una faccenda di massimi sistemi; il punto è che seguire una direzione richiede un impegno duraturo, che non si esaurisce nel tempo breve e sincopato della novità.

L’Italia repubblicana, la cosa più bella fatta dalle generazioni che ci hanno preceduto, la nuova Italia nata dalla Resistenza, richiese la dedizioni di uomini, organizzazioni, partiti che pur’essi erano nuovi o profondamente rinnovati: nell’Assemblea Costituente entrarono molti giovincelli divenuti solo poi padri della patria. Costoro sapevano però che il fondamento della loro legittimità politica e il significato della rottura col passato non stava nella mera proposta di novità, ma nella capacità di prospettare un futuro lungo, un orizzonte lontano. Qualcosa, insomma, che durasse e imponesse un vincolo tra le generazioni.

Ecco: sarebbe bello prendere esempio da quel consesso di giovanotti e uomini maturi, e puntare non ad accorciare il ciclo di vita dei prodotti politici, partiti o leader, ma a migliorarne la qualità e l’affidabilità. Sarebbe già tanto.

(L’Unità)

Ma nell’agorà virtuale il nostro sguardo è orientato in anticipo

Mostrare il cadavere sulla pubblica piazza. Un telefono cellulare riprende, il video viene riversato in rete: poco tempo dopo, persino pochi minuti dopo tutto il mondo può vedere il volto di Gheddafi ricoperto di sangue, l’esecuzione sommaria, i ribelli esultanti. Tutto il mondo vede la stessa scena. Un tempo bisognava recarsi in piazza per assistere all’esecuzione capitale: la piazza era il luogo convenuto in cui ci si radunava per simili spettacoli; oggi invece è la rete il luogo della visibilità pubblica, in cui tutti gli occhi convergono.

Secondo il racconto ‘fantastico’ di Vico, fu Eracle, mitico eroe fondatore di città, ad aprire la prima radura nel folto del bosco, a domare la “gran selva antica della terra” e a creare il primo spazio di visibilità per l’uomo: l’ambiente aperto in cui gli uomini, dapprima sparsi e dispersi, poterono raccogliersi insieme. Le fiere furono sconfitte, la natura ridotta a cultura, ma una vita associata non sarebbe sorta se gli uomini non avessero potuto riunirsi e vedersi in un luogo comune.

Quel luogo è oggi, per molti, il web. Si scende ancora in piazza, tra i grattacieli di Zuccotti Park o dinanzi alla vasta facciata della basilica di San Giovanni, ma non c’è manifestazione che non sia preceduta dalla diffusione in rete della notizia: è infatti in rete, sui social network o nei forum, che si raccolgono le adesioni, si lanciano campagne e parole d’ordine, si moltiplica l’eco dell’evento.

Che ne è però della vista, anzi della visibilità? Se in piazza ci si va infatti anche solo per vedersi, come cambiano le cose quando la piazza diviene virtuale? Come si modifica l’esperienza del vedere, e quali conseguenze ne discendono per la vita pubblica?

Sono domande che di solito non ci facciamo, e che non sappiamo bene nemmeno come prendere. Se il vedere è la cosa più semplice del mondo – basta tirar su le palpebre – cosa vorrà dire che esso si modifica? In realtà, anche se vedere è un’attività naturale dell’occhio, i modi di vedere sono molti, e richiedono abitudini, e un’educazione dello sguardo che risente dei cambiamenti circostanti.

Orbene, c’è un modo di vedere che è sempre meno praticato. È quel guardarsi intorno, senza un preciso oggetto di mira, che si esercita proprio in luoghi pubblici come la piazza. Gli inglesi dicono: «to take a look», noi «dare uno sguardo»; loro prendono, noi, più generosi, diamo. Ma in entrambi i casi si tratta di un’esperienza che si fa per strada, e in special modo in uno spazio grande e sgombro (questo significa piazza, dal latino platea) in cui lo sguardo può muoversi liberamente, senza essere conquistati da nulla in particolare.

Per dare ancora un simile sguardo, non è necessario solo che ci sia spazio: occorre anche nutrire la disponibilità ad annoiarsi, come quando gettiamo uno sguardo oltre il finestrino, viaggiando in treno,  o lasciamo che esso si perda all’orizzonte, in un’ora di tempo libero. Ma nell’uno e nell’altro caso, e in tutti i casi analoghi, siamo ormai sedotti da una serie di apparecchi che, al primo buco di attenzione, esigono immediatamente di essere tenuti in vista. Non hai nulla da fare? Accendi lo smartphone, collegati, chatta! Nel punto in cui prima non c’era nulla, e dove proprio perciò poteva succedere qualcosa, ora c’è almeno un tablet e una connessione: c’è un sms, un video, un file da scaricare o da condividere.

Orbene, Cass Sunstein ne ha fatto addirittura una minaccia per lo spazio pubblico. Che è quel luogo in cui si sta insieme senza che si sia deciso preliminarmente cosa vedere o cosa fare: la piazza, appunto. Nell’agorà virtuale della rete, questo, però, non accade più alla stessa maniera. Succede infatti che la nostra navigazione on line sia sempre più orientata  in anticipo: il motore di ricerca completa le parole prima che le digitiamo, il portale ci viene incontro con suggerimenti d’acquisto mirati, i gruppi si formano secondo opinioni e interessi sin troppo omogenei. Al punto che la minaccia sarebbe rappresentata non tanto dalla crescente uniformità delle opinioni, ma dalla loro segmentazione e polarizzazione per cui il noto si concatena al noto, e l’uguale e il diverso non si incontrano mai. In breve: non l’uniformazione ma la disgregazione, la costruzione di un mondo di nicchie, in cui la quantità di esperienze preselezionate e individualizzate supera di gran lunga le poche volte in cui non abbiamo idea di quel che vedremo o faremo, e accettiamo di mescolarci in pubblico per confrontarci con quel che non ci aspetta. L’equivalente di una passeggiata senza cuffie nelle orecchie, di un viaggio in treno senza pc, di una serata in piazza a chiacchierare con chi ci sta. Siccome però sono proprio questi spazi vuoti a favorire l’annodarsi del legame sociale – anzitutto nelle forme banali della chiacchiera, del luogo comune o della curiosità – quel che sarebbe in pericolo quando non ci si guarda più intorno sono niente di meno che i fondamenti pubblici della vita democratica. Non siamo infatti più esposti a quel che capita, ma solo a quel che ci capta e, così, ci cattura.

Forse la prognosi può essere meno infausta, ma non è vero che la captazione della nostra attenzione è, da circa un secolo, la base non della vita pubblica, ma della pubblicità? Se perciò anche i partiti politici prendono a strutturarsi, e non solo sul web, sempre più in termini pubblicitari, non dovremo ammettere, purtroppo, che qualche motivo di preoccupazione c’è? Ma ora: chi va in piazza a dirlo?

l’Italia in surplace vive nel passato

La colpa è tutta della lingua tedesca, che crea con tanta facilità le parole lunghe e maleducate che spiacevano a Massimo Troisi, eppure sono quelle che hanno consentito allo storico delle idee, Reinhart Koselleck, di descrivere l’esperienza del tempo storico tipica della modernità in termini di: democratizzazione, temporalizzazione, accelerazione. Democratizzazione: la tradizione europea, passando nel lessico moderno, è stata riformulata in base al principio di uguaglianza che presiede alla costituzione degli ordinamenti democratici. Temporalizzazione: gli uomini scoprono in età moderna di appartenere non alla natura (o a Dio) ma alla storia, confidano perciò nel progresso e convertono l’ordinaria apprensione del presente in una fiduciosa prognosi del futuro. Prendono così ad avere una singolare fretta: prima lasciavano che il tempo scorresse sempre uguale, adesso si aspettano che tutto cambi, e cercano in ogni modo di accelerare il cambiamento.

Orbene: quanta parte della spinta storica descritta dalle parole di Koselleck è ancora percepibile nel paesaggio politico attuale? Ben poca, in realtà. La democrazia arranca: è ancora l’orizzonte della politica contemporanea, ma sempre meno si confida in essa per coltivare progetti di giustizia o di emancipazione. Anzi: le sue istituzioni sono minacciate da poteri non democratici che la svuotano di effettività, e intanto quasi nessuno si sogna oggi di esigere più ampi processi di democratizzazione della società: non nella scuola o nell’economia, non negli stili di vita e di consumo o nell’accesso all’informazione.

Quanto alla prognosi del futuro, è decisamente appannata. Non si tratta del fatto che è difficile immaginare come andranno le cose, ma è la nostra immaginazione che appare stanca e spossata, e le stesse previsioni, salvo quelle meteorologiche, suscitano sempre meno interesse. Quelli che guardano al futuro con ottimismo si contano sulle dita di una mano, e perfino i profeti di sventura hanno cambiato mestiere: niente apocalittici, tutti integrati. Negli anni settanta, il grande antropologo Ernesto De Martino raccoglieva materiali sulla fine del mondo: una mutazione antropologica era in atto, o almeno così si diceva. Finita la civiltà contadina, l’Italia entrava d’un balzo nel lotto dei paesi più industrializzati, e gli studiosi si interrogavano sgomenti sul significato di un simile passaggio d’epoca. Oggi, dal crollo delle Torri gemelle alla crisi finanziaria mondiale, motivi ce ne sarebbero per domandarsi in quale nuova età stiamo entrando, ma nessuno tenta un soprassalto di coscienza e di riflessione, e oltre lo sguardo annoiato al telegiornale o la navigazione compulsiva sul web non si va. Come se ad incuriosirci fosse oramai solo il futuro tecnologico: non che ne sarà dell’Italia o dell’Europa, non se la democrazia sopravviverà all’urto della globalizzazione, non se le migrazioni muteranno la composizione demografica del paese, ma se Steve Jobs abbia o no lasciato per noi nel cassetto l’iPhone5 o l’iPad3. L’onda emotiva sollevatasi alla sua morte è lì a confermarlo.

Figuriamoci allora se sia il caso di parlare di accelerazione. Chi volete che acceleri, se siamo invece in piena frenata? Quali sono le forze (politiche, imprenditoriali, culturali) a cui affidiamo se non i lineamenti del futuro, almeno la scommessa sul presente? In condizioni di forte mobilità sociale, oppure di crescita economica, o anche di rinnovamento dei linguaggi artistici e letterari, vi sarebbero fiches da mettere sul tavolo; ma è come se il croupier avesse già detto «rien va plus» e noi fossimo rimasti con le fiches in mano, senza neanche fare la puntata. La pallina continua a girare, ma non per noi.

Non per l’Italia, che non ne azzecca una da un bel po’, ma forse neppure per l’Europa. Nella geopolitica delle emozioni di Dominique Moisi, è l’intero Occidente che vive ormai a rilento, paralizzato dalla paura, mentre la speranza se n’è volata altrove: in Asia, ad esempio, dove c’è ancora tanto da temporalizzare, accelerare, democratizzare (quanto al mondo arabo, lì la tonalità emotiva dominante è l’umiliazione, e quindi: risentimento e voglia di riscatto). Ma se le cose stanno così, la prognosi forse è ancora incerta ma la diagnosi no: pensiamo di vivere al presente ma in realtà ci muoviamo tra cumuli di passato, dal momento che non sembriamo più in grado di costruire un futuro.

Com’è che diceva Troisi? Ricomincio da tre. Beh: da due o da tre, lui almeno ci provava, perché sapeva bene che l’importante, comunque, è ricominciare. E noi?

(Il Mattino, 12 ottobre 2011)

Dalla A alla Z. Le parole della rivolta globale

È  possibile compilare un alfabeto dell’indignazione? Noi ci proviamo, anche se non è facile riassumere in ventitre parole le tante facce della protesta.

Acampada. Da Gerusalemme a Roma a New York, le tende  in piazza sono il simbolo della precarietà (ma anche dell’ostinazione) dei giovani manifestanti.

Beni comuni. La nuova frontiera della lotta per un’economia più giusta passa per la difesa dei beni collettivi: come l’acqua o la conoscenza, il software libero e la scuola come diritto fondamentale.

Chomsky, Noam. La Cassandra della filosofia contemporanea, critico feroce del capitalismo yankee, è fin dall’inizio a fianco della protesta contro gli gnomi di Wall Street.

Default, ovvero fallimento. Ma anche D come debiti sovrani: quelli che gli Stati debbono pagare, ma anche quelli che le nuove generazioni si rifiutano di sobbarcarsi, imputandoli (con molta approssimazione) ai padri, alle classi dirigenti, all’1% della popolazione.

Elio Germano. Uno degli attori italiani fra i più amati dai giovani, ha messo il suo volto e il suo nome (e anche un paio di citazioni hegeliane fuori posto) a fianco dei manifestanti italiani.

Forchette rotte. Sono il simbolo degli indignados siciliani. Vogliono dire che col futuro non deve mangiarci più nessuno, spiegano, e confermano così che il vero sogno di ogni rivoluzionario è sempre la fantasia al potere.

Genova. Ad ogni manifestazione di piazza torna la memoria dei fatti di Genova. Il timore di disordini, ma anche la paura di una repressione insensata. Per alcuni, Genova ’01 è addirittura la forma più compiuta e lugubre della politica contempoanea, asserragliata nella difesa dei propri privilegi.

Hashtag. È il cancelletto sulla tastiera dei PC, usato per marcare una parola e consentire di ritrovarne tutte le occorrenze in rete. Il mezzo più veloce per linkare e citare su Twitter.

Indignados. La nuova ondata di proteste è partita dalla Spagna e la parola ha preso il volo: sono indignados anche israeliani e greci, francesi e italiani. Per una volta, lo spagnolo l’ha spuntata sull’inglese: sta davvero cambiando il mondo?

Juventud. La protesta ha un forte tratto generazionale. Un tempo erano studenti. adesso sono giovani. Non è più la posizione sociale o di classe, ma la questione generazionale a fare la differenza.

Koch, Palazzo. È la sede di Bankitalia. L’indignazione investe anzitutto la finanziarizzazione dell’economia, un modello di capitalismo fatto di salvataggi bancari e fallimenti imprenditoriali, ripianamento dei debiti e tanta disoccupazione giovanile.

Labbé, Christian. È il nome del sindaco di Providencia, Cile. Funzionario della polizia segreta, sospetto torturatore sotto Pinochet, Labbè sta perdendo i nervi perché non riesce a liberare le scuole della sua città. I carabineros le sgomberano e i ragazzi le rioccupano, divenendo così loro il simbolo della resistenza, lui dell’ottusità del potere.

Moltitudine. Il concetto coniato da Toni Negri. Quello che si muove non è un popolo ma sono moltitudini: difficile trovare un denominatore comune per ogni ‘causa’, difficile costruire egemonie; meglio elogiare allora la ricchezza plurale del molteplice (quanto all’unità, si vedrà).

No global. Che fine hanno fatto? Hanno cambiato nome (e logo)? In effetti, qualcuno deve essersi accosto che mettere sotto l’insegna del rifiuto della globalizzazione movimenti iper-globalizzati non era l’idea più brillante.

Occupy Wall Street. Lo slogan dei manifestanti che passeggiano davanti al tempio della finanza mondiale. Non è ancora un’adunata oceanica, ma crescono di numero, sono determinati e, come dice Krugman, hanno perfettamente ragione.

Puerta del Sol. La piazza di Madrid occupata da mesi, simbolo di tutte le piazze delle centinaia di città in queste settimane teatro di manifestazioni sempre più numerse.

Que no, que no queremos. Questi qui non sono Papa Boys. Quando Benedetto XVI è andato in Spagna lo hanno accolto così. C’entra sicuramente l’anticlericalismo della Spagna di Zapatero, ma pure la consapevolezza che i problemi sociali sono più pressanti di quelli valoriali.

Rivolta. Rivolta o rivoluzione? Qual è la R del movimento? Che sbocco avrà? O alla fine prevarrà la R che tutti i rivoluzionari temono, quella di riflusso?

Spinoza. Il filosofo olandese insegnava che l’indignazione è il sentimento in cui si muta il timore quando proprio non se ne può più. Il che però accade solo quando il sentimento dell’ingiustizia diviene generale: allora si vince la solitudine e si manifesta tutti insieme.

Tahrir. La piazza del Cairo che ha cacciato Hosni Mubarak. In maniera un po’ spericolata, gli indignados la mettono tra i propri luoghi simbolo. Quello di Mubarak era un regime autoritario, le nostre son democrazie, ma la differenza non viene sempre in primo piano.

United for Global Change. È il nome della manifestazione. Mette insieme la voglia di cambiamento e il carattere globale della rivendicazione. Vedremo oggi quanto imponente sarà.

V for Vendetta. Il brand del movimento. Anche la ribellione vuole la sua parte di spettacolo. Nel film. l’eroe ha il volto anonimo di una maschera, come anonimi sono i nuovi eroi contemporanei, gli hacker.

Zhengzhou. Capoluogo della provincia centrale cinese dell’Henan: lì anziani e giovani hanno manifestato in favore degli indignados americani e protestato contro il capitalismo. Forse, è una buona notizia

 

Dai Cuomo a lady Gaga: tu vuo’ fa’ l’americano

La notte della sua sconfitta, il miliardario Carl Paladino, esponente dei Tea Party, si è presentato dinanzi ai suoi sostenitori con una mazza da baseball arancione, lasciando intendere che l’avrebbe volentieri stampata sul grugno del vincitore, il democratico Andrew Cuomo, che dal 1° gennaio siede sulla poltrona che fu già di suo padre Mario: quella di governatore dello stato di New York. Due italo-americani se l’erano contesa, quella poltrona, ma a leggere gli articoli del New York Times all’indomani dell’Election Day di novembre scorso la partita aveva avuto poco o nulla a che fare con l’italianità dei due contendenti. In realtà, come spiega bene Maurizio Molinari nel suo ultimo libro su Gli italiani di New York (Laterza, p. 166, € 16), mentre Paladino rivendica in maniera fin troppo evidente le proprie origini – parla spesso e volentieri ad alta voce, usa frasi in italiano, mostra le sue preferenze per la cucina etnica – Cuomo lascia le proprie origini sullo sfondo e valorizza piuttosto il messaggio dell’integrazione, aiutato anche dall’essersi sposato (e poi separato) con una Kennedy. E così, anche se non per tutti gli elettori, per gli italiani di New York si è trattato quella notte di un vero e proprio “referendum sulla propria identità”: quanto è sentita? E soprattutto: come è sentita? Per essere italiani nella Grande Mela bisogna per forza calcare il timbro etnico fino alla caricatura, o è possibile mantenere un legame culturale forte senza diventare un personaggio dei Sopranos? A percorrere le pagine di Molinari, ricche di dati, aneddoti e testimonianze, tra uomini d’affari e cantanti di successo (sapevate che il vero nome di Lady Gaga è Stefani Joanne Angelina Germanotta?) fisici quantistici e ballerine di Broadway, si direbbe che la lotta contro gli stereotipi dagli italiani sia stata sostanzialmente vinta. Ma a 10 anni dall’11 settembre non ci si può non chiedere se si tratti di un caso a suo modo esemplare di integrazione riuscita, o se invece per un gruppo etnico che può difendere il proprio cibo o la propria religione senza più dare nell’occhio o finire nella macchietta, non ve ne siano altri la cui identità è ancora minacciata – o, peggio, è minacciosa. Gruppi che si trovano dalla parte sbagliata della globalizzazione e che reagiscono ai suoi strattoni con più aspre rivendicazioni identitarie. Michael Walzer aveva coniato la formula degli «americani col trattino» per riferirsi ai gruppi di ex-immigranti che, come gli italo-americani, avrebbero una doppia identità: un’identità politica, senza forti pretese culturali, compatibile con l’identità d’origine, non sbiadita ma rimasta per dir così al di qua del trattino. Che il trattino non indichi una semplice aggiunta sarebbe poi dimostrato dal fatto che anche l’identità etnica diventa in effetti specifica della realtà americana: com’è noto, gli italo-americani sono diversi dagli italiani, così come gli ispano-americani lo sono dagli spagnoli.

Ma quella formula funziona ancora? La notte della vittoria, Andrew Cuomo ha scandito le parole: “noi siamo uno Stato, noi siamo New York”, ponendole al di là e al di sopra di tutte le differenze. E forse, per New York come per l’intera America, non è tanto questione di formule o di trattini, quanto della forza politica necessaria a sostenerla. Ogni 11 settembre ne va probabilmente anche di questo.

(questo articolo è apparso su il Mattino il 20 settembre 2011)

Steve Jobs e l’estetizzazione dell’economia

La grandezza di Steve Jobs è fuori discussione – a condizione che sia chiaro quale sia la discussione da cui è fuori. Sarebbe sciocco non riconoscere il talento di un uomo che ha rivoluzionato la tecnologia e il costume, cambiato con i suoi prodotti il paesaggio di cinema e negozi, studi e uffici, scrivanie e automobili, creato nuovi, enormi mercati inventando le corrispondenti abitudini di consumo e portato un marchio, la Apple, in cima al mondo (o più precisamente: in cima alla classifica della capitalizzazione di borsa). Molti sarebbero pronti a sottoscrivere il giudizio dell’_Inquirer_: “Nel campo dell’_information technology_, Steve Jobs ha avuto lo stesso effetto che hanno avuto, nei loro rispettivi campi, Shakespeare o Einstein“. Ma se l’effetto è stato lo stesso, forse non è inutile tenere ben fermo che i campi restano differenti. E dunque: se la grandezza dell’uomo è fuori discussione, non è affatto fuori discussione cosa una società giudichi grande.

(continua su Left Wing)

I finti giovani del Paese che non cresce

È anche possibile che i giovani non esistano più. Se nelle università si è professori giovani fino a cinquant’anni, se le associazioni di giovani imprenditori possono essere guidate da splendidi quarantenni, se la legge garantisce l’apprendistato fino a trenta, non sarà perché i giovani, quelli veri, non esistono più? E d’altra parte: se abitudini di consumo adulte, dalla moda alla telefonia, riguardano ormai anche i bambini sotto i dieci anni, non sarà perché da adolescenza e gioventù non c’è da aspettarsi più nulla?  Se i giovani non esistono, è presto spiegato perché, a fronte di tassi di disoccupazione giovanile drammatici – specie nel Mezzogiorno, specie femminile, specie fra gli strati sociali più deboli – non vi siano segnali di riscossa o reazione. Abbiamo il record in Europa per disoccupati fra i 15 e i 24 anni (29,6%), ma lo scollamento fra anagrafe e stili di vita occulta il dato, e una condizione giovanile, spalmata truffaldinamente fin quasi alle soglie della pensione, anestetizza il malcontento: se i giovani non esistono, come possono protestare?

In realtà esistono, e non è la migliore politica quella di chi pensa che l’abbiamo scampata bella, se non vi sono segnali di conflittualità sociale e generazionale. Poiché è di gran lunga più preoccupante la secessione di intere generazioni dal futuro dell’Italia di un sano spirito di opposizione nel paese. Nel corso del ‘900, essere giovani ha voluto dire tante cose, e in verità, dagli ardori futuristi di inizio secolo alle contestazioni giovanili sessantottine e post-sessantottine, non sempre le iniezioni di gioventù hanno giovato all’Europa; ma mai, a nessuna società nella storia del mondo, ha potuto giovare la scomparsa di intere generazioni dalla costruzione della realtà politica e sociale del paese.

Poiché questo è quello che rischia di accadere, se si asseconda la china che l’Italia, paese che ha la struttura per età più invecchiata d’Europa, ha preso. I giovani sono pochi, lenti e in ritardo, ha scritto Massimo Livi Bacci. E in effetti sono davvero pochi, rispetto alle altre nazioni europee, e anche rispetto alla composizione demografica di trenta anni fa. Sono lenti, nel percorrere le vie della formazione e della qualificazione professionale e per conseguenza in ritardo agli appuntamenti con l’età adulta, dall’ingresso nel mondo del lavoro alla formazione di nuclei familiari autonomi.

Eppure c’è qualcosa, che appartiene alla gioventù, di cui ha bisogno il nostro paese, specialmente nei momenti di crisi. È il senso dell’ora, la percezione che qualcosa di decisivo può accadere proprio adesso. Giovane è infatti colui che possiede il senso dell’imminenza, l’impazienza di chi non vuole aspettare, e infine la sensazione che finalmente tocca a lui. Tutte le intemperanze, ma anche tutte le opportunità nascono da qui: bisogna sentire che è la volta buona, per darsi una mossa. Tutto congiura, invece, perché ai giovani siano sottratte occasioni, e perché essi non le abbiano neppure in vista, per desiderare di procurarsele.

A questo deludente sentimento del tempo è peraltro connessa l’esperienza stessa della modernità. Moderno viene infatti da modus, che vuol dire appunto: ora, adesso. Non si può essere moderni se non si è in linea con il proprio tempo e non si avverte la necessità di cambiarlo ora. Purtroppo, poche volte nella storia d’Italia si è avuta la percezione di questa urgenza: che qualcosa stava capitando, e bisognava esserne partecipi. Per di più prevalgono, in un paese a bassissimo tasso di mobilità sociale, continuismo, corporativismo, conservatorismo.

Ma cosa si può fare, per restituire ai giovani il senso del futuro? Non c’è  che un modo: crescere. Tutte le fasi in cui i giovani si sono mobilitati, fino a scuotere le fondamenta della società, sono state fasi di crescita, a volte anche impetuosa. È stato così in Europa, è così oggi (pur con tutte le differenze) nei paesi arabi. Non basta dire infatti  che sono paesi giovani: lo erano anche nei decenni scorsi. La vera differenza la fa la crescita: sociale, economica, civile; la convinzione che è il momento di costruire un domani diverso. Quando un paese cresce, i giovani sono i primi ad accorgersene e a pretendere il futuro per sé. Quando un paese è immobile, i giovani imbolsiscono, e tutti gli altri invece si mettono ridicolmente a fare i giovani. Ma nessun paese invecchiato può crescere, e, d’altra parte, se un paese non cresce invecchia e, infine, muore.

(Il Mattino, 3 ottobre 2011)