Il vecchio e il nuovo

 

Sul fatto che ci sia bisogno di idee nuove, facce nuove, storie nuove c’è poco da scherzare: chi se la sente di difendere idee, facce e storie vecchie? Per stare dalla parte del nuovo c’è dunque una buona ragione: non si può stare da nessun altra parte. Il ragazzino vuole un gioco nuovo, la sorella un vestito nuovo, e pure i genitori sarebbero contenti se potessero permettersi una nuova automobile. E la vita intera si rinnova: per legge di natura.

Dopodiché però non tutto funziona a questo modo. Nessuno, ad esempio, si augura un commercialista o un chirurgo nuovo di zecca,  se non quando giudica ignoranti quelli in cui si imbatte. Non è allora che sono vecchi, bensì incapaci o incompetenti.  Figuriamoci poi se in questione è quello che Hegel chiamava ‘spirito oggettivo’, lo spirito cioè che si rapprende in storia, istituzioni, abitudini di vita. Il tempo dello spirito, spiegava il filosofo, è diverso da quello naturale: in natura, il nuovo si succede al vecchio, e però la vita si ripete sempre uguale a se stessa; nelle cose dello spirito, invece, il nuovo non si limita a rimpiazzare il vecchio, ma in tanto riesce ad essere veramente nuovo, in quanto consente al vecchio di riconoscersi nel suo superamento.

In realtà, non occorre scomodare i massimi sistemi per capire la politica italiana. È sufficiente un Presidente del Consiglio palesemente incapace di tirare l’Italia fuori dalla crisi e che però resta lì, a dispetto dell’opinione pubblica, dell’opposizione e probabilmente di buona parte della stessa maggioranza, per far sorgere nel paese un prepotente desiderio di novità. Ma a pensarci: fra le cause della sua inamovibilità, a parte la faccia tosta, non sta forse il fatto che viene da un partito tutto nuovo, che di ‘oggettivo’, nel senso hegeliano del termine, cioè di robusto, autonomo e durevole, non ha proprio nulla, e che quindi è incapace di affrontare in maniera fisiologica il tema del ricambio?

Che dire, invece, del Pd? Per il principale partito di opposizione le cose non dovrebbero andare diversamente? Il Pd è, all’anagrafe, un partito nuovo. Se vuole essere una cosa diversa e di maggior valore, deve allora dimostrare al proprio elettorato non di sapersi rinnovare, ma di saper durare. Gli tocca crescere, non estinguersi. Radicarsi nella società, non lasciarsi travolgere dall’ansia di novità.

Resta vero, ovviamente, che si può giudicare insufficiente una certa proposta politica, e battersi per cambiarla, ma il fatto che si punti a rappresentarla come vecchia e non come inadeguata cosa vuole dire? È forse il segno che il vocabolario della moda, del consumo e dello spettacolo è penetrato profondamente nella sfera della politica, orientando i comportamenti dei suoi protagonisti? Perché è solo lì, è solo dove prevale una logica di tipo pubblicitario che la novità rappresenta un valore in quanto tale.

I linguisti spiegano che le parole che usiamo prendono senso in rapporto a quelle a cui si oppongono e a quelle al posto delle quali stanno. Lasciamoci istruire allora da un dizionario dei sinonimi e contrari. Invece di guardare ai termini a cui “nuovo” si oppone, perché, s’è visto, è troppo facile prendersela con ciò che è sorpassato, arretrato o antiquato, badiamo ai sinonimi. Sono tanti: da moderno a innovativo, da inedito a rivoluzionario, passando per attuale o originale. Nella tradizione politica della sinistra europea c’è però almeno un termine che a lungo ha assunto, ben più di “nuovo”, alcuni di questi significati, ma che, chissà perché, nessuno dei novatores se la sente di impugnare: è il termine “progresso”.

In effetti, è molto più facile promettere il nuovo che promettere di realizzare un progresso rispetto a ciò che ci si limita a sostituire con la novità. Il progresso indica qualcosa in più: un senso di marcia. Ora, non si tratta del fatto che si è appannata la direzione, sono finite le filosofie della storia e il mondo naviga a vista. Daccapo: non è una faccenda di massimi sistemi; il punto è che seguire una direzione richiede un impegno duraturo, che non si esaurisce nel tempo breve e sincopato della novità.

L’Italia repubblicana, la cosa più bella fatta dalle generazioni che ci hanno preceduto, la nuova Italia nata dalla Resistenza, richiese la dedizioni di uomini, organizzazioni, partiti che pur’essi erano nuovi o profondamente rinnovati: nell’Assemblea Costituente entrarono molti giovincelli divenuti solo poi padri della patria. Costoro sapevano però che il fondamento della loro legittimità politica e il significato della rottura col passato non stava nella mera proposta di novità, ma nella capacità di prospettare un futuro lungo, un orizzonte lontano. Qualcosa, insomma, che durasse e imponesse un vincolo tra le generazioni.

Ecco: sarebbe bello prendere esempio da quel consesso di giovanotti e uomini maturi, e puntare non ad accorciare il ciclo di vita dei prodotti politici, partiti o leader, ma a migliorarne la qualità e l’affidabilità. Sarebbe già tanto.

(L’Unità)

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Una risposta a “Il vecchio e il nuovo

  1. “L’Italia repubblicana, la cosa più bella fatta dalle generazioni che ci hanno preceduto, la nuova Italia nata dalla Resistenza, richiese la dedizione di uomini, organizzazioni, partiti che pur’essi erano nuovi o profondamente rinnovati: nell’Assemblea Costituente entrarono molti giovincelli divenuti solo poi padri della patria. Costoro sapevano però che il fondamento della loro legittimità politica e il significato della rottura col passato non stava nella mera proposta di novità, ma nella capacità di prospettare un futuro lungo, un orizzonte lontano. Qualcosa, insomma, che durasse e imponesse un vincolo tra le generazioni”.
    Sono in perfetto accordo con quanto scritto a una condizione: il vincolo non dovrebbe essere “vincolante”… Difficile spiegare.
    Meglio un esempio: il vincolo tra genitori e figli per essere sano non deve essere “vincolante”, lo stesso vale tra coniugi e ancora tra amici.
    Sarà in grado la generazione politica attuale d’essere “non vincolante” rispetto alla nuova generazione?
    E ancora: è giusto che un “prodotto politico” duri, a patto che l'”uomo politico” di turno non si consideri vate, perfetto e onnisciente…

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