Politica al bivio tra larghe intese e super-tecnico

Il carattere convulso di queste giornate sembra evocare scenari da fine impero (o da operetta). Eppure bisognerebbe, anche in queste condizioni, tentare di attraversare la crisi perseguendo almeno un minimo di razionalità politica. Non è facile, naturalmente, ma bisogna provarci. Cominciamo allora col mettere insieme gli elementi di fondo. Le criticità del Paese stanno esplodendo. I mercati aggrediscono i titoli del debito italiano. L’Europa e le istituzioni internazionali chiedono riforme che dimostrino la capacità del paese e della sua classe politica di affrontare i nodi strutturali dell’economia, mettendosi sulla via del rigore e della crescita. Il governo Berlusconi, se mai lo è stato, certo non è più all’altezza del compito. È altresì evidente che vi è un forte deficit di credibilità, legato alla figura del Presidente del Consiglio, ma anche ai dissidi interni al governo e allo sfilacciamento della maggioranza. Questo è ormai il primo problema dell’Italia e va affrontato disgiungendo il destino del paese da quello personale del premier. Prima o dopo questo accadrà. Ma per l’appunto: cosa accadrà dopo? In queste ore (ma in realtà già da tempo) si rincorrono le ipotesi: governo tecnico, governo istituzionale, di larghe intese, governo a termine o di scopo. Per molti, tutte queste formule si equivalgono. Alle orecchie di osservatori stranieri forse paiono addirittura incomprensibili. La vera scelta sembra essere solo: o nuovo governo, o subito elezioni. Si tratta senz’altro di un’alternativa netta. Ma poiché, a giudicare almeno dall’andamento dello spread fra titoli italiani e tedeschi, è difficile ipotizzare che le cose possano andar peggio di quanto già non vadano, non si può usare l’argomento fine-di-mondo per contrastare un imminente esito elettorale e volere un governo pur che sia. Bisogna trovare un motivo di razionalità in più a favore del nuovo governo. E a questo punto le formule non si equivalgono più. Due ragionamenti si confrontano. Uno dice: la maggioranza ha dimostrato di non saper tirare il paese fuori dai guai. L’opposizione però non è pronta, e poiché ha anch’essa il problema di trovare i consensi nel paese non riuscirebbe a imporre i sacrifici necessari. Dunque ci vuole qualcuno che, non avendo preoccupazioni elettoralistiche, possa fare le riforme che tutti dicono di volere e che nessuno ha la forza di fare. Ci vuole una persona super partes – qualcuno ha detto seriamente che ci vorrebbe un dittatore sul modello di Cincinnato, che governi per sei mesi e poi si faccia da parte – ci vuole insomma un commissariamento della politica per compiere le scelte dolorose, e traghettare il paese fuori dalla crisi. Questo ragionamento ha tutta la capacità di persuasione che ha la forza – quando è libera di farsi sentire. Peccato che è un po’ antidemocratico. Ma non è discutibile solo sul piano dei principi (sebbene sui principi non sia consigliabile sorvolare, o pensare che possano essere soddisfatti in subordine, la priorità essendo la stabilità finanziaria a tutti i costi), bensì proprio in termini di razionalità politica. In una simile ipotesi, infatti, si chiederebbe alla politica di fare un passo indietro per conclamata incapacità. Eppure, se il problema è una politica debole e inconcludente, invocare il deus machina, un papa straniero o il sacerdote dei mercati significherebbe fotografare il problema, non mandarlo a soluzione. C’è però un altro ragionamento che si può fare. E muove da una prova di fiducia negli italiani, prima ancora che nei partiti. Chi l’ha detto, infatti, che gli italiani non saprebbero apprezzare un nuovo governo che, chiamato a prendere decisioni difficili, con rigore ed equità, fosse in grado di rimettere in sesto i conti pubblici? Chi l’ha detto che non sarebbe poi premiato dal voto popolare? Due sono i ragionamenti, due i governi possibili. Il primo ragionamento porta al governo tecnico, o dei migliori: come diceva Gramellini sulla Stampa, sospende la democrazia a favore della megliocrazia (brutta parola e orribile concetto). L’altro porta invece a un governo di larghe intese, per ricostruire, prima ancora che il paese, la dignità e la grandezza della politica. Come non vedere infatti che fino a quando i partiti non si cimenteranno con le prove più ardue, e accetteranno supplenze e altre fughe dalle proprie responsabilità, non avremo mai un sistema politico credibile? Dopo tutto: non è stato lo stesso Berlusconi, e forse la seconda Repubblica tutta intera, a fare la sua comparsa come supplente di una politica allo sbando?

(Il Mattino, 8 novembre 2011)

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