Don Camillo e Peppone uniti da Monti?

Mi piace pensare che il commissario Rehn abbia ragione: in un clima di concordia nazionale, don Camillo e Peppone, perfino loro sarebbero con Monti. Ora però non esageriamo. Don Camillo era uno che dopo ogni ramanzina per atei e miscredenti si ritirava a  parlare col Crocifisso delle debolezze degli uomini; e Peppone era uno che poteva anche piegare il capo e venire a qualche accomodamento, ma solo dopo avere arringato con durezza i compagni perché non perdessero di vista il sol dell’avvenire. Per mettersi l’uno e l’altro dietro un governo tecnico, per seguire con compunzione una conferenza stampa del presidente del Consiglio e mettersi d’accordo in nome dello spread, non di Dio né di Stalin, non avrebbero dovuto solo rinunciare ad agitare forconi e ramazze, ma anche accettare che la spinta alla modernizzazione, l’imperativo della competenza e la logica della razionalizzazione tecnica riducessero al silenzio il Cristo ligneo della canonica di don Camillo, e spegnessero i raggi del sole atteso con incrollabile fiducia dai compagni di don Peppone.
Rehn avrà voluto dire che l’Italia ha bisogno in questo momento di coesione nazionale, e che se, sui titoli di coda o nelle ultime pagine dei romanzi di Guareschi, i due amici nemici potevano in qualche modo affratellarsi, a maggior ragione possiamo farlo noi ora. E questo è sicuramente vero. Però, per la miseria: loro litigavano. E come se litigavano. Non mettevano mica la sordina ai loro contrasti ideologici, e se, per pragmatismo, senso di umanità o semplicemente stanchezza deponevano le armi, non avrebbero mai rinunciato per questo ad aspettare la rivoluzione o la redenzione. Ed anzi: proprio su queste aspettative costruivano legami e facevano comunità.  Perciò ci lascino almeno litigare, i competenti commissari dell’Unione, senza scambiare mai l’unità per conformismo, e vedranno che avremo forse persino qualche motivazione in più per fare tutti i compiti a casa. O, in alternativa, provino piuttosto a suscitare passioni altrettanto frementi per l’Europa.

L’Unità, 26 novembre 2011

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