Il manifestante che scuote il mondo

La persona dell’anno, secondo il settimanale Time, sono in tanti. Sono i manifestanti di piazza Tahrir e quelli di Occupy Wall Street; sono gli indignados di Puerta del Sol, e quelli di casa nostra; sono le masse arabe ma anche i giovani occidentali: tutti con la stessa, angosciosa paura di non avere un futuro, o con la stessa, rabbiosa speranza di poterselo nuovamente conquistare. Sono anche quanti protestano oggi contro Putin o contro Assad, a Mosca e a Damasco. Fra poco non ci sarà capitale che non avrà la sua manifestazione (il manifestante è, di regola, un animale di città, nervoso e moderno come lo spazio urbano). Sono, insomma, tutte le figure che assume la protesta oggi: contro i regimi autoritari apertamente antidemocratici, certamente, ma anche contro i regimi fiaccamente democratici, che rischiano di coltivare semi di autoritarismo strisciante.

Sono le voci di una nuova, sacrosanta partecipazione. La persona dell’anno sono, insomma, le moltitudini. Se la si mette così, però, si vede subito che un problema c’è. Per la politica e per le istituzioni. Cioè per quelle forze che nella grande tradizione europea hanno ricevuto il compito di mettere in forma le istanze prepotenti e disordinate dei molti: non per ignorarle o reprimerle, ma per comporle in un quadro compatibile con le ragioni di tutti. Poiché però, negli ultimi tempi, ci siamo baloccati con la gente che ci guarda da casa o con la società civile che lavora e non ha tempo da perdere, con il sì o con il no di sondaggi fatti scrupolosamente al telefono o con utenti, spettatori, consumatori e altre, ordinarie figure dell’interesse privato, non fa meraviglia che questa improvvisa rivitalizzazione della scena pubblica faccia l’effetto di un’esplosione inattesa, scomoda e persino un po’ preoccupante. Trenta e più anni fa (prima della Tatcher, prima di Reagan, prima persino delle tv di Berlusconi) Richard Sennett spiegava perché l’uomo pubblico veniva declinando: e se ci volesse qualcuno che spieghi ora perché prova, confusamente, a ricomparire?

Al tempo delle prime ondate di protesta giovanile, studentesca e operaia, negli anni Sessanta e Settanta, la funzione ordinatrice della politica veniva messa in discussione in quanto pedagogica, paternalistica e anzi, per dirla tutta, repressiva. Non si sapeva allora che era quasi un complimento. Oggi quella stessa funzione, e i partiti chiamati a esercitarla, rischiano di essere rifiutati per nessuna di quelle ragioni ma, più prosaicamente, perché noiosi, asfittici: privi di senso. O, più frequentemente, perché inutili e autoreferenziali: in buona sostanza, perché privi di potere. La critica più severa che alla politica viene dalle manifestazioni sta infatti in ciò, che in tutto il mondo le proteste si svolgono dinanzi ai palazzi del potere politico solo quando non c’è il Parlamento. Quando il Parlamento invece c’è si manifesta lo stesso, però da un’altra parte: davanti a vecchi taccuini e nuove digital camera, o di fronte alle banche e ai templi della finanza.

La copertina del Time premia così il nuovo che cerca di erompere di sotto alla scorza di un mondo destinato, forse, a perire: sicuramente a cambiare profondamente. Ma il nuovo, lo sappiamo dal tempo delle operette morali di Leopardi, significa anche, molto impoliticamente, quello che è alla moda. C’è in effetti una inconfessabile solidarietà fra i manifestanti che invadono le strade tutti colorati e le esigenze spettacolari dei media, così come c’è fra i «tempi» degli uni e degli altri. Che sono brevi, improvvisi, intermittenti. Buoni per l’interdizione, un po’ meno per la costruzione.

Ma è sempre la stessa storia. Può darsi che suoni ripetitiva come tutte le morali delle favole, e figuriamoci se si può far la morale a un manifestante. Ma al fondo non si tratta che di quello: di inventarsi sì nuove forme di partecipazione, ma poi anche di dare ad esse prospettiva e durata. La buona notizia, comunque, resta che il bisogno di politica non scompare dalla vita degli uomini, neanche dopo trent’anni di declino. E neanche col più impeccabile dei governi tecnici.

L’Unità, 15 dicembre 2011

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