Strauss-Kahn in cella, la solitudine di un satiro

«Tutta l’infelicità dell’uomo – diceva quel gran moralista di Blaise Pascal – deriva dalla sua incapacità di starsene da solo in una stanza». Se poi la stanza è una stanza d’albergo, la cosa si fa più difficile. E se quell’uomo è Dominique Strauss Kahn, essa diventa, a quanto pare, impossibile. C’è bisogno di qualche allegra compagnia. Così, dopo la disavventura newyorkese, nella quale l’allora direttore del Fondo Monetario Internazionale fu coinvolto dalle denunce di una cameriera del Sofitel, che lo accusò di averla stuprata, è ora la volta di un’altra stanza e di un altro albergo, il Carlton di Lille, dove pare si organizzassero serate allietate dalla compagnia di prostitute di alto bordo. Come nello scandalo americano, così in questo nuovo episodio in patria il profilo penale della vicenda è tutt’altro che chiaro. Ma colpisce la frequenza con cui quest’uomo di una certa età e di molto potere si trova coinvolto in sordide vicende a sfondo sessuale.

Nel leggere queste cronache e nel domandarsi che cosa possa spingere un uomo così influente a mettersi nelle mani di (e a mettere le mani su) donne a pagamento, rovinando la reputazione e la carriera, all’opinione pubblica francese non può non venire in mente l’opuscolo scritto, negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, dal divin Marchese. Il cui titolo recita: «Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani». Luigi XVI lo avete ghigliottinato, ragionava con cinismo il Marchese de Sade, ma per essere veramente democratici c’è altro da fare. C’è da garantire per legge ad ogni cittadino il diritto di vedere soddisfatte le proprie voglie. Per questo il Marchese apparecchiava un discorso del genere: le autorità provvedano ad intimare alle donne, specie quelle oneste, di prostituirsi e, se occorre, le consegnino agli uomini e le mettano nella loro assoluta disponibilità, in modo che possano soddisfare, con altrettanta umiltà che sottomissione, tutti i capricci che agli uomini piace di togliersi.

Quel che né la legge repubblicana né alcun altra legge dopo di allora ha mai imposto, può comunque essere ottenuto. Col denaro. E non sono poche le circostanze in cui gli uomini mostrano di trovare non semplicemente compagnia, ma un piacere tutto particolare nei favori di una prostituta. La spiegazione sta in quell’innegabile fenomeno, che consiste nel cercare il piacere nella sottomissione. È chiaro infatti che col denaro, speso non per corrompere le virtù altrui ma solo per godere dei servigi di una professionista del sesso, l’uomo non desidera la donna per quel che essa è, ma per la forma di dominio che esercita su di lei.

Si dimostra così la stretta parentela fra sesso e potere. E l’imprecisione del detto che «comandare è meglio che fottere», il quale trascura il fatto che fottere può essere e spesso vuole essere una forma di comando, oppure l’esercizio del comando con altri mezzi. Una forma di comando schietta, assoluta, sbrigativa, del tutto priva di senso o di parole.

Proprio quello che in regime democratico né Strauss Kahn né nessun altro può più vantare. Perché in democrazia, dove ai re per diritto divino è stata tagliata la testa, il potere deve essere legittimato tramite il lento esercizio della parola. Non a caso i parlamenti si chiamano così: perché lì i nostri rappresentanti parlamentano, cioè si parlano, e solo dopo possono assumere la decisione ed esercitare il loro potere. La forma pura di potere, il piacere malvagio di disporre assolutamente del corpo altrui, è quindi negata per principio, ed è per questo che l’uomo ha finito col cercarlo in altre forme, in grado di compensare la perdita di un potere secolare, smarritosi nelle faticose lungaggini parlamentari, che stanno alla decisione politica un po’ come i preliminari stanno all’atto sessuale.

Dominique Strauss-Kahn, dunque, non lo sa, ma al di là delle sue inclinazioni personali, delle sue debolezze senili (o di misteriosi complotti a suo danno: non si sa mai), quel che sta vivendo, nella solitudine di un satiro a cui la fortuna presenta il conto, è, in una prospettiva non esistenziale ma storico-politica, lo sforzo secolare della democrazia (evidentemente non ancora compiuto) di mettere uomini e donne gli uni di fronte agli altri in un dialogo tra pari, quello da cui a volte gli uomini rifuggono cercando facili compagnie in una camera d’albergo.

Il Mattino,22 febbraio 2012

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