Prendono la parola per l’ultima volta o forse per la prima

Le storie non sono mai tutte uguali, come non lo sono le biografie delle persone. Non lo sono neppure le vicende drammatiche raccontate dalle cronache di queste ultime settimane: operai, imbianchini, piccoli imprenditori, immigrati, che dinanzi all’impossibilità di trovare un lavoro, o di far fronte alle difficoltà economiche della propria famiglia o della propria impresa, giungono sino al gesto estremo di togliersi la vita.

Ma poi è anche vero che queste storie sono tutte uguali, o almeno dannatamente simili, perché tutte raccontano di disperazioni e fallimenti, dissesti finanziari e crisi depressive, sentimenti di impotenza o e di inutilità che, tutti, spingono a darsi la morte. Quando Emile Durkheim scrisse il suo libro capolavoro sul suicidio, nel 1897,  il suicidio era considerato un atto eminentemente individuale, persino il più individuale di tutti, quello che non poteva trovare altra spiegazione che nella psiche di colui che compie il gesto. E siccome «individuum est ineffabile», non c’è scienza dell’individuale, non erano mai stati condotti seri tentativi di ricondurre i casi di suicidio a qualche regolarità che consentisse di trovare possibili spiegazioni. Tanto meno si riteneva che queste regolarità potessero essere ricercate in fenomeni di natura sociale, legati a mutamenti nelle condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni, piuttosto che a stati d’animo.

Tanto poco era tuttavia fondata una simile convinzione, che Durkheim riuscì a dimostrare come in realtà vere e proprie ‘epidemie’ di suicidi si verificassero significativamente in periodi di crisi economica (ma anche di impetuoso sviluppo), e fossero più in generale legate alle condizioni anomiche delle società industriali moderne, all’allentarsi dei vincoli sociali, all’indebolirsi dei sentimenti di appartenenza comunitaria. A noi (a coloro che restano), ancora oggi non piace pensare che nel nostro rapporto con la vita, con la morte e con il suo senso, l’ultima parola non ci appartenga, ma dipenda dalla pressione anonima e impersonale che la società esercita su di noi. Per questo, ci ostiniamo a riconoscere anche nel suicidio una dimostrazione, per quanto tragica, della libertà dell’individuo. Per quanto inspiegabile, insano o disperato ci appaia così quel gesto, per quanto incomprensibile e sconvolgente ci giunga la determinazione che il suicida mette nell’impiccarsi o nel darsi fuoco, continuiamo a considerare che anche quella sia una manifestazione della sua volontà. Dinanzi alla quale le parole, come le spiegazioni, sono di troppo, così che non resta che inchinarci dinanzi al mistero insondabile della persona e del suo dolore.

Sono nobili, umanissimi tentativi di difendere la dignità dell’uomo. Ma c’è anche un altro modo di mantenere vivo il sentimento di quella dignità. Che consiste nel cercarla non nella decisione di farla finita, bensì nella volontà di dire al mondo che la si vuol far finita, che non se ne può più, che non è giusto che una vita di sacrifici o di stenti, di lavoro o di piccoli guadagni andati in fumo, sia distrutta da un prestito non concesso o da un licenziamento.

Perché qualcosa questi suicidi dicono, qualcosa significano. E se questi uomini e queste donne non riescono più a dir nulla alle loro famiglie, agli amici e alle persone che hanno vicine, e preferiscono invece morire per non dover più dire, spiegare, giustificare, dicono però molto a tutti noi, e a tutti chiedono una spiegazione e una giustificazione. Compiono l’ultimo tentativo di dare un volto e un nome a quel che ci colpisce come una fatalità, senza volto e senza nome.

Prendono la parola, un’ultima volta. Ma forse anche la prima: almeno in un luogo pubblico, dove poter parlare a tutti. Invece di confinare queste storie nella solitudine insuperabile di esistenze private e singolari, diamo loro la dignità e il rilievo di una parola pubblica: una richiesta di aiuto ma anche un atto di accusa. Non è vero allora che le parole sono troppe, in queste circostanze: non sono mai abbastanza. Come non è mai abbastanza quel che tocca fare non a ciascuno per sé, ma a tutti  perché ognuno consideri sensata e degna la vita che gli è dato di vivere.

L’Unità, 30 marzo 2012

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