Archivi del mese: giugno 2012

Comunicare, ovvero il noi che viene prima dell’io

(Questa recensione, a firma di Corrado Ocone, è uscita in una forma lievemente ridotta sul quotidiano di oggi)

Comunicazione è diventato un termine à la page, una sorta di parola passepartout. Quando il significato di un termine si slarga, è necessario fermarsi a riflettere e mettere un po’ d’ordine. Nulla di meglio, allora, che richiamarsi ai fondamenti filosofici, interrogando direttamente la tradizione filosofica occidentale e collocando i nuovi problemi all’interno degli orizzonti di senso consolidati. E’ questo il pregio e anche la particolarità di un libro originale e rigoroso come Ermeneutica dellacomunicazione, appena pubblicato da Massimo Adinolfi per i tipi di Transeuropa (pagine 495, euro 28).

Il volume è diviso in diciotto capitoli o “lezioni” che accompagnano quasi per mano il lettore alla scoperta di ciò che c’è prima e oltre ciò che comunemente si intende per comunicazione. Certo, la comunicazione è l’elemento portante, e per certi aspetti onnipervasivo, delle nostre società. E indubitabile è il fatto che la globalizzazione mediatica abbia scardinate le tradizionali categorie spaziali, tanto che “vicino” è ciò che è comunicato (soprattutto attraverso le immagini televisive), non necessariamente ciò che è “a portata di mano”. Tuttavia ci si sbaglierebbe di grosso, ci avverte Adinolfi, se si considerasse la comunicazione semplicemente come una tecnica, uno strumento a nostra disposizione. La comunicazione è, più radicalmente, uno dei modi originari di essere al mondo dell’essere umano, segnato proprio per questo da un’originaria intersoggettività che è precedente e costitutiva della stessa individualità personale. In tale ordine di discorso, la comunicazione, come spiega con dovizia di particolari questo libro, non può intendersi secondo il modello standard che la vorrebbe “essenzialmente trasporto e movimento di una certa quantità di informazioni dal mittente al ricevente”. La comunicazione reale è un dialogo che si costruisce strada facendo, sempre aperto all’incomprensione e all’errore, fatto di ragione ma anche di sentimenti e passioni, costantemente proiettato verso un orizzonte di eccedenza che è propriamente l’indicibile e l’incomunicabile a cui Adinolfi dedica l’ultimo capitolo. Non credo che esistano altri manuali di comunicazione che si pongano il problema dell’altro da sé, che cioè fuoriescano dall’orizzonte empirico dei significati, e quindi del comunicabile, ponendosi la questione del senso della comunicazione come ciò che per logica di cose si sottrae alla stessa comunicazione (il senso immanente alla comunicazione, dice l’autore, non può essere cercato in un discorso sulla comunicazione). Risulta perciò comprensibile anche la critica serrata e convincente che Adinolfi fa alla cosiddetta “teoria dell’agire comunicativo” elaborata all’interno della Scuola di Francoforte da Habermas e Apel: non si tratta tanto di un richiamo alla distanza fra modello normativo (l’ideale di una astratto di una “comunicazione non distorta”) e comunicazione reale, quanto di una presa d’atto del fatto che non è auspicabile “spogliare l’intrigo comunicativo di tutti gli elementi passionali, vernacolari, irregolari che lo abitano per indossare l’abito grigio della razionalità linguistica”.

In conclusione, si può dire che chiamare la scienza della comunicazione a rispondere davanti al tribunale della filosofia, cioè della ragione speculativa, come fa Adinolfi in questo volume, aiuta in ultima istanza conservare un atteggiamento distaccato, uno spirito critico e non conformista, rispetto a un fenomeno che tende per sua natura a porsi come totalizzante e a soggiogare le anime più deboli. E’, indirettamente, un contributo alla democrazia e alla crescita delle coscienze.  

Il Mattino, 29 giugno 2012

Destra e sinistra esistono, spaesato chi voleva andar ‘oltre’

N el paese nel quale non esistono la dwestra o la sinistra, o perlomeno: nel paese in cui per anni si è provato a difendere l’idea che destra o sinistra non esistono, e cioè nel nostro paese,  la sentenza con la quale il tribunale di Roma ha chiesto alla Fiat di assumere a Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom viene commentata così: «Siamo un Paese dove può succedere di tutto, compreso il fatto che il potere giudiziario possa imporre un imponibile di manodopera ideologizzata». Non so se è chiaro: la Fiat esclude sistematicamente i lavoratori iscritti a un sindacato, e quando un giudice fa notare la cosa, Maurizio Sacconi, ex ministro del Welfare, riesce a dire che è tutto il contrario, è il potere giudiziario (non il tribunale, un giudice, la magistratura, no: il potere giudiziario) ad infiltrare la fabbrica con operai comunisti.

Tuttavia, non esistendo la destra e la sinistra, visto che il campo politico è permanentemente in corso di ristrutturazione e intanto abbondano leader nuovi e opinion maker vecchi che si spacciano per nuovi, insomma gente per la quale queste categorie sono obsolete,

suonano insopportabilmente novecentesche, e soprattutto frenano lo sviluppo del Paese, le parole dell’ex ministro restano lì, tra il paradosso e la boutade, e non possono essere classificate come meritano.

In questo stesso Paese né di destra né di sinistra, nel quale la parola libertà viene declinata anzitutto come libertà dal fisco e dalla giustizia non come libertà politica o libertà civile capita anche che si possa progettare la costruzione di un nuovo rassemblement politico al grido di liberazione dall’euro (o se proprio non ci si può liberare dall’euro, che ci si liberi almeno dai tedeschi). Dal momento che non sono più disponibili le categorie di destra e di sinistra, non si sa più bene come prendere neppure queste manifestazioni di prorompente orgoglio patriottico. Poi però viene in soccorso Francesco Storace uno che incomprensibilmente non rinuncia a chiamare La Destra il suo movimento il quale giustamente rivendica la primogenitura dell’idea. Lui per la verità dice di più: questa storia della moneta unica non funziona, una moneta è poco, ce ne vogliono almeno due, lira e euro insieme a circolare, e soprattutto: non paghiamo i debiti alle banche straniere. È evidente che manca solo lo slogan per convertire questa politica in una nuova, travolgente battaglia autarchica e allora sì che si capirebbe in che Paese siamo, o rischiamo di finire.

Ma diciamo la verità: oltre la destra e la sinistra non ha provato ad andarci solo il nostro Paese. Di nostro ci mettiamo quel mix di fantasia e cialtronaggine che non ci facciamo mancare mai: ci mettiamo Sacconi e Berlusconi, oppure i processi di piazza evocati da Grillo o gli editoriali de Il Giornale che per criticare Balotelli se la prendono col multiculturalismo: cose così. Ma sta il fatto che il 1994 non è solo l’anno in cui il Cavaliere vince le elezioni, è anche l’anno in cui in Inghilterra si pubblica Beyond Left and Right, “Oltre la destra e la sinistra”, del teorico della Terza via, Anthony Giddens, il guru di Blair. Questo libro non mi sarebbe ricapitato tra le mani se l’editore non avesse deciso di ripubblicarlo lo scorso anno, con prefazione di Michele Salvati. Il quale Salvati, nel dare conto di argomenti, limiti e meriti del libro, fa la seguente osservazione critica: Giddens tratta la globalizzazione come una variabile indipendente del suo ragionamento, oggettiva, naturale, inevitabile. E invece «questi fenomeni hanno madri e padri, Margaret Tatcher e Ronald Reagan, e le cose potevano andare diversamente se non avessero prevalso le idee di cui quei leader politici erano portatori». Giusto, ben detto. Ma come si fa allora a dire che bisogna andare oltre la destra e la sinistra?

Non basta. Giddens scriveva nel ’94, rileva Salvati, e dunque «non gli si può far colpa di non aver previsto la grande crisi di questi ultimi anni». E qui no, non ci siamo proprio: né con Giddens, né con Salvati. Perché neanche la crisi è imprevedibile, naturale e inevitabile. Pure la crisi ha madri e padri, e variabili assunte come indipendenti e idee che ci hanno portato sin qui. E forse, se non fossimo andati troppo oltre con questa storia della destra e della sinistra che non ci sono più, ce ne saremmo accorti prima di una nuova edizione del libro di Giddens.

L’Unità 24 giugno 2012

Cultura, tanti passi indietro dal ’46

1946: all’indomani della seconda guerra mondiale si riuniscono a Ginevra per qualche giorno alcuni spiriti magni: il filosofo tedesco esistenzialista Karl Jaspers, il marxista ungherese György Lukacs. E poi i francesi, il cattolico Georges Bernanos, il liberale Aron, e Lucien Benda, quello del “tradimento dei chierici”, e intellettuali svizzeri, russi, inglesi, romeni. Per l’Italia c’è solo il critico Francesco Flora, perché Croce, al solo pensiero di poter incrociare Sartre, ha declinato l’invito, e i giovani Bobbio e Calogero e Capitini sono ancora troppo giovani. E tutti costoro, chi con la zazzera, chi con la canizie, chi con aria frivola e mondana chi invece con piglio ascetico e severo, discutono con passione del futuro della civiltà europea. A riferirne è un altro grande intellettuale, il trentaquattrenne Gianfranco Contini, che è lì nella singolare veste di cronista, lucidissimo nell’indicare insufficienze e limiti, ma anche pronto a cogliere con acutezza punti di forza e questioni aperte. E soprattutto a cercare in tutti gli interventi quello che giudica il primo requisito di una cultura: la sua vitalità, quindi anche il suo rapporto reale con il tempo storico, con gli orizzonti vivi ed attuali del momento presente. Da questo punto di vista, a malincuore Contini si vede costretto ad ammettere che c’è molta più consapevolezza della posta in gioco nel filosofo comunista che non nel tratto di vaghezza aristocratica del liberale Jaspers. A malincuore, perché nulla potrebbe essere più lontano dalla sua formazione civile, azionista, dell’ortodossia staliniana di Lukacs: per fortuna, annota il giovane filologo, concretezza non significa solo dogmatismo di partito. E però Contini, uomo di libri e di scartafacci, sa bene che non è un tempo in cui serva una bellezza immobile, un moralismo astratto o una cultura disinteressata: serve invece coscienza che l’intero patrimonio della civiltà europea attende di essere traghettato nella modernità, al servizio della ricostruzione morale, civile, politica del continente. L’Europa, infatti, è l’unico continente che ha un contenuto: così diceva lo spagnolo Ortega y Gasset, che a Ginevra non poté andare perché il regime franchista gli rifiutò il passaporto. Questo contenuto sono i principi della democrazia, è l’umanesimo della ragione, è un’idea di storia e di progresso. È anche la civiltà cristiana: è notevole pure il fatto che il coltissimo Contini noti quanto poco nella calvinista Ginevra risuoni il nome di Cristo, e gli venga fatto di obiettare che se è vero che Cristo non è una cultura, “è un po’ più grave che la cultura non sia Cristo”.

Qualunque cosa però si pensi dei giudizi di Contini e del tono concreto, civile e politico del suo reportage, su una cosa non si può non concordare: che oggi non c’è nessuna Ginevra. Che oggi in nessun luogo, non in una capitale e neppure in un piccolo borgo, intellettuali europei, filosofi o letterati, storici o musicisti, sentono l’esigenza di riunirsi per domandarsi dove va la cultura europea. E di domandarselo in termini vivi e reali. Sentite infatti che lucide parole: “Non si capisce che significhi una discussione sullo spirito europeo se essa non serve a una ricognizione delle specifiche istituzioni, fuor delle quali la sua stessa esistenza è revocabile in dubbio”. Capite? Si saranno pure riuniti, nel ’46, fenomenologi e ontologi e altre specie strane di pensatori, i discorsi saranno pure stati fumosi e ben poco traducibili l’uno nell’altro, ma c’era almeno l’esigenza di provarci, e non per la gloria e a beneficio dell’eterno, bensì per il proprio tempo e per i propri concittadini.

Ma di nuovo: quanta consapevolezza c’è oggi che con l’euro è in ballo un pezzo importante della civiltà europea? Che per esempio le tensioni nell’Unione stanno alimentando nazionalismi e populismi ed altre pulsioni pericolose per la tenuta delle istituzioni democratiche? E quanta coscienza c’è della necessità di riunirsi a Ginevra, o in qualunque altro posto, non per firmare vuoti e triti appelli ma per dimostrare la vitalità di una cultura, il suo interesse per il corso del mondo? Perché se questo non accade, si potrà dire quel che si vuole dei populisti o dei tecnocrati, ma bisognerà prendersela anzitutto con le proprie omissioni e le proprie assenze.

Il Mattino, 23 giugno 2012

Berlusconi e le ciabatte

Manifesto del nuovo realismo, capitolo primo, paragrafo primo: “Dal postmoderno al populismo”. Che non si dica dunque che il nuovo realismo di Maurizio Ferraris, su cui si discute accanitamente da un anno, non abbia un robusto coté politico. Difatti la tesi è: a furia di ripetere con Lyotard che i grandi racconti sono finiti, che l’oggettività è un mito, che non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, che la verità è violenta, che il sapere in realtà è un potere e che bisogna liberare il desiderio, a furia di cantilenare tutto ciò con Nietzsche o con Foucault, con Heidegger o con Deleuze, ci si è consegnati mani e piedi ai venditori di fumo, ai racconta frottole, agli imbonitori televisivi: a Berlusconi, insomma. Perché è chiaro che senza i fatti, privati del potenziale critico contenuto nell’idea minimale, di buon senso, che i fatti ci sono eccome e son essi che anzitutto vanno stabiliti o ristabiliti, diviene possibile far credere qualsiasi cosa, se solo si hanno i mezzi a disposizione. Se poi a disposizione c’è il principale gruppo editoriale del paese, se i mezzi sono soprattutto televisivi, se la storia che i fatti non ci sono si infiltra non solo nei talk show ma pure nei telegiornali, allora avete l’esempio perfetto di populismo mediatico. E di nuovo, quindi, Berlusconi.

Curioso argomento, quello con cui esordisce il nuovo realismo di Ferraris. Se i fatti ci sono, ci sono proprio perché non basterà ai filosofi antirealisti dire che non ci sono per farli scomparire: il nuovo realismo di Ferraris monta dunque una polemica inutile. E, d’altra parte, l’argomento che invita a valutare gli effetti nefasti dell’antirealismo postmoderno non è, esso stesso, un argomento realista, casomai pragmatista. Suona infatti così: siccome non ci piace Berlusconi come realizzazione del postmoderno (o addirittura del Sessantotto, che è la tesi di Mario Perniola e Valerio Magrelli, roba che uno vorrebbe ritornare ai mutandoni delle nonne, pur di non vedersi accusato di spalleggiare ideologicamente i bunga bunga del Cavaliere), siccome tutto questo non ci piace, allora lo respingiamo, lo rifiutiamo, e tanti saluti all’accertamento della realtà e allo stabilimento della verità.

Un momento, però. Per Ferraris, i fatti che sono al riparo dalle interpretazioni non sono né il populismo mediatico né gli intrattenimenti di Arcore, non il Sessantotto e neppure le interpretazioni revisioniste che se ne danno, ma i fiumi, i cacciaviti, le ciabatte. Proprio così: si tratta di quegli oggetti di taglia media che popolano il nostro mondo, di cui abbiamo quotidiana esperienza, e la cui realtà sarebbe stata messa in discussione dalla furia interpretativa dei filosofi postmoderni. Sia pure. Ma il passo dalle ciabatte alla vittoria elettorale del ’94 e alla seconda Repubblica è parecchio lungo, ed è difficile percorrerlo affilando le armi critiche solo su ciabatte e cacciaviti. Poniamo infatti per un momento che vi sia un accordo universale tra gli uomini (e soprattutto tra i filosofi), quanto al fatto che le ciabatte sono ciabatte e i cacciaviti cacciaviti: avremo fatto un passo avanti nella critica del berlusconismo? Ci saremo sbarazzati di colpo del populismo mediatico? Temo di no. Temo che mancheremo ancora di tutte le categorie sociali, storiche e politiche necessarie.

Non basta: temo che avremo compiuto nuovamente l’errore di pensare che il berlusconismo si spiega con le televisioni (quando se mai è vero il contrario) e, ironia della sorte, temo anche che avremo travisato i fatti stessi. Ricordate infatti la signorina Ruby Rubacuori, la nipote di Mubarak secondo il Parlamento italiano? Quale miglior riprova, si dirà, della tesi di Ferraris (e di Travaglio) che una volta scomparsi i fatti si può decidere a maggioranza qualunque cosa? In realtà, la vicenda dimostra esattamente il contrario: Berlusconi non si è mai difeso dicendo che siccome non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, allora lasciatemi dire che la ragazza marocchina secondo me – e secondo i miei zelanti parlamentari – è egiziana. Nulla di tutto ciò: Berlusconi ha proprio sostenuto, alla lettera, che Ruby è egiziana (e nipote del Raís). Il senso di cosa mai sia reale, e di come le interpretazioni lo modifichino, non c’entra proprio nulla. Proprio come Ferraris sostiene che la ciabatta è una ciabatta, così Berlusconi ha sostenuto che Ruby è egiziana – salvo che il primo dice il vero e il secondo no (a quanto risulta). Ma cosa c’entrano le interpretazioni? Berlusconi nega i fatti, non che i fatti siano fatti. Non credo si possa ricordare un solo caso in cui Berlusconi si sia accontentato di dire che dava la sua interpretazione di questo o di quello: no, lui dava numeri, macinava record, e soprattutto sosteneva che erano sempre gli altri a fraintendere e male interpretare.

Scagionato così il postmodernismo dalla colpa di averci regalato il Cavaliere per aver negato che esistano i fatti, forse potremmo tornare a ragionare di ciabatte. Le quali restano tali, assicura Ferraris, indipendentemente dai nostri sguardi e dalle nostre interpretazioni. Sia pure: concederemo anche questo. Ma come sguardi e interpretazioni si aggancino ai fatti, questo casomai è il problema della filosofia: come la realtà ci appare, e non solo che le ciabatte sono ciabatte e la realtà è reale (qualunque cosa significhi una simile tautologia). E siccome la realtà non cessa di apparirci sempre nuovamente, abbiamo davvero bisogno di un’ontologia: ma per questa incessante manifestazione del reale, non solo per le ciabatte, il cui caso possiamo forse dare per risolto.

L’Unità, 17/06/2012

I partiti allo sbaraglio

(si avvertono i gentili lettori che l’inizio dell’articolo non è autobiografico)

La politica italiana sembra essere ormai giunta a un grado di confusione tale, da non aver più nulla da farsi invidiare da quel marito che, dopo l’ennesima reprimenda da parte della consorte, finisce col pensare sconsolato: “Come fai, sbagli”. Se la porti al cinema sbagli, perché non ti rendi conto di quante cose ci sono da fare in casa, con tutto questo disordine e i panni da stirare; ma se non la inviti ad andare a vedere un film sbagli lo stesso, perché gli altri ci vanno e quanto tempo sarà che non usciamo insieme la sera, e lo vedi che mi trascuri, ecc. ecc. Anche la politica italiana si trova in una situazione del genere. Se procedi discrezionalmente a nomine e a candidature sbagli, perché sei partitocratico e orribilmente lottizzatorio, impermeabile alle istanze della società civile; ma se pensi allora che puoi rimettere tutto a consultazioni popolari, primarie e selezione di curriculum sbagli lo stesso, perché vieni meno alla tua funzione ordinatrice, abdichi alle tue responsabilità, rinunci ai compiti politici di indirizzo. Un punto di equilibrio in questa vorticosa giostra fra arroccamento difensivo nelle proprie prerogative e abdicazione al proprio ruolo, evidentemente, ancora non lo si è riusciti a trovare.

E difficilmente lo si troverà nei prossimi mesi e settimane, se si farà la gara a riportare all’ovile i voti in libera uscita verso Grillo. Il pendolo pencola infatti là dove indicano i sondaggi. Cosa dicono allora i magici numeri del marketing politico? Che la credibilità dei partiti è ai minimi storici, e che il Movimento Cinque Stelle vede gonfiare i propri consensi in due semplici mosse: da un lato spara a zero contro la casta dei politici, dall’altro promette mirabilie con la partecipazione on line, la democrazia diretta, i meet up e il popolo della Rete. E allora via con le proposte demagogiche: quelli che nominano costretti a giustificarsi anche quando applicano la legge, e quelli che non possono nominare pronti a gridare allo scandalo. In occasione delle nomine dell’Agcom, ad esempio, Italia dei Valori e Sel hanno fatto a gara a scandalizzarsi, quando farebbero molto meglio a dotare anzitutto i loro partiti di quel metodo democratico nella selezione delle classi dirigenti che la Costituzione richiede loro. Però a chi vuoi che importi, visto che hanno il leader? Piuttosto, siccome i partiti hanno abusato con le nomine politiche prive di competenze, oggi sia il turno delle competenze professionali anche per le materie politiche! Poco importa, allora, se il neosindaco di Parma, il grillino Pizzarotti, non ha ancora formato la giunta, forse perché sommerso dai curriculum – o, più probabilmente, perché le decisioni politiche non si prendono così come si valuta il personale di un’azienda – il sindaco di Palermo Orlando, che in fatto di populismo ha pochi rivali, ha pensato bene di sollecitare l’invio di referenze per le candidature a titolo gratuito per enti, aziende comunali, incarichi istituzionali. Prima di lui, d’altra parte, il sindaco di Milano Pisapia ha dichiarato che avrebbe consultato la città – non è ancora chiaro come – per decidere sulla vendita delle quote della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi. Che c’è di male, visto che persino la più burocratica e incomprensibile di tutte le istituzioni democratiche, l’Unione Europea, ha deciso che d’ora in poi qualsiasi cittadino può presentare, su qualunque materia rientri nelle competenze dell’Unione, un’autonoma proposta legislativa (salvo rispettare regole e procedure per le quali occorre non essere affatto un cittadino qualsiasi)?

Todos caballeros, insomma: si chiama open government, ma è la stessa stupidaggine, cioè la stessa idea sbagliata della democrazia. Siccome non si riesce più a far funzionare gli istituti rappresentativi, siccome non si riesce a esercitare l’opera di mediazione e di decisione in cui consiste la politica, siccome si è perduta – forse irrimediabilmente – autorevolezza, allora che si fa? Invece di studiare il modo per restituire credibilità ai partiti politici (e senso delle istituzioni un po’ a tutti), si finge di rilanciare con un di più di democrazia: la democrazia indiretta non funziona più? Vi diamo quella diretta! Salvo accorgersi che quelli che, nell’attuale scenario, la offrono, guidano partiti personali, proprietari, padronali: l’esatto contrario, insomma, del tanto celebrato merito e della contendibilità tramite lotta politica.

Come si dice? La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ma non scherzano nemmeno le false soluzioni.

Il Mattino, 7 giugno 2012

Perec trent’anni dopo e la metafora del ragazzo che dorme

Nel calendario accademico, tra fine maggio e inizio giugno – in questi giorni, dunque – finiscono i corsi e inizia la sessione estiva di esami. Ma può accadere che uno studente universitario di venticinque anni e ventinove denti, invece di recarsi in facoltà il giorno della prima prova scritta dell’esame di sociologia generale, rimanga a letto: la testa pesante, le gambe intorpidite.  Che senta suonare la sveglia, ma non si alzi. Che, senza alcuna premeditazione, lasci il proprio posto deserto in aula, e rinunci alla laurea, e alla specializzazione, e a proseguire gli studi. Può accadere che quel bravo ragazzo solitamente diligente, di norma coscienzioso, scopra però quella mattina, e sempre più nelle mattine seguenti tutte uguali, tutte sfocate e sudaticce, che qualcosa s’è ormai rotto, e l’impressione di aderire al mondo che lo aveva sorretto fin lì sia venuta, d’improvviso, meno.

Quello studente è esistito davvero, nella fantasia di un grande romanziere, Georges Perec, morto di tumore ai polmoni giusto trent’anni fa, dopo avere scritto capolavori come La vita. Istruzioni per l’uso e, per l’appunto, Un uomo che dorme, minima storia di una vita scivolata senza motivo apparente in folle, “sacco di gesso in mezzo a sacchi di gesso”, mucchio di ingranaggi disapplicato, corpo in sosta, privato della quotidiana marcia in avanti che a tutti insegna di volere un futuro. Un’esistenza che, senza clamore né gesti eclatanti, taglia i ponti tra sé e il mondo, e lascia che si sfilaccino uno ad uno, senza volerlo né non volerlo, tutti i fili che legano la propria vicenda a quella di tutti gli altri e dell’umanità intera.

Una storia esemplare, una parabola dei nostri tempi? Chissà. Certo è singolare il fatto che fu scritta non in un momento qualunque, ma proprio un attimo prima che un’intera generazione, invece di ritirarsi nel privato di qualche disadorna camera in affitto, ai margini della vita universitaria, si mettesse fragorosamente in moto: scendesse in strada, e cercasse di impadronirsi della Storia. Fu pubblicata infatti da Perec nel maggio del ’67, sicché viene fatto di pensare che la bonaccia calata improvvisamente sul giovane studente parigino  profetizzasse proprio, per antifrasi, un impetuoso soffiare di venti: come l’aria bassa, dolciastra e pesante che sembra a volte precedere i più intimi scotimenti della terra, così l’afa che opprime lo studente parigino e lo consegna a giornate e settimane e mesi di totale inerzia, di pigra indifferenza, doveva forse essere considerata, in quell’estate del ’67, l’avvisaglia della tempesta sociale e politica che si sarebbe abbattuta sul Paese.

Se è così, cosa dobbiamo fiutare oggi nell’aria? Ci sono forse segnali di qualche tipo? Detto fuor di metafora: si può confidare nella pazienza e nella rassegnazione? Può un’intera generazione essere tagliata via dal mondo del lavoro senza che nulla veramente accada? Può la disoccupazione giovanile, quella meridionale in particolare e quella femminile ancor di più, crescere fino a livelli allarmanti senza che nulla veramente accada? Si può accettare di rimanere ai margini del mondo, disertare i luoghi della politica, evitare le strettoie della storia, lasciare che tutto scivoli sulle proprie teste senza venir fuori dalle aule, senza prendere la parola per le strade, nelle piazze? Si può vivere da parte? Forse no. Forse la bonaccia è solo apparente. Forse oggi si potrebbe tessere la stessa trama narrata da Perec: uno studente potrebbe anche oggi, come nel ’67, perdere d’improvviso l’aderenza alle cose, sentire d’un colpo tutta l’inutilità del proprio impegno, dei propri studi, della propria inutile ma affannosa ricerca di lavoro e rimanere per giorni nella propria stanzetta senza rispondere alla porta, con lo sguardo vuoto, dinanzi a una bacinella di plastica rosa in cui ha lasciato tre paia di calzini in ammollo. Potrebbe. Ma potrebbe anche trovare un varco, aprirsi una strada, afferrare da un’altra parte il bandolo della propria vita e prendere una decisione.

C’è molto poco, infatti, da imparare dall’improvviso precipitare dell’esistenza in acque morte e ristagnanti.  La vita, quanto a lei, si continua, “il tempo, che conosce la risposta, ha continuato a scorrere”, scrive Perec, senza che niente, nel frattempo, sia accaduto. “Nessun miracolo, nessuna esplosione”, niente che valga come la rivelazione del segreto di tutta la realtà, del cuore intimo di tutte le cose. La vita sospesa non ha cambiato nulla. Ma è così che, per contraccolpo, forse si prepara a qualche cambiamento:. Ed è bene saperlo, è saggio aspettarselo.

L’Unità, 3 giugno 2012