Archivi del mese: luglio 2012

I passeggini e il senso della politica

È già improbabile che vi troviate a fare due passi con Catherine Millet, l’autrice dello scandaloso «La vita sessuale di Catherine M.», figuriamoci se vi potrà mai capitare di farlo mentre spingete avanti un passeggino. Peccato, perché è la situazione ideale per fare due chiacchiere con un venditore d’almanacchi il quale, dopo aver notato che non esistono più le mezze stagioni, che sono tutti ladri e che però suo figlio è in gamba, sicuramente passerà a lamentarsi di questi nostri tempi scettici e relativisti, in cui più nessuno crede a nulla, i veri valori non contano più e non c’è un ideale o un senso da tutti condiviso.

A quel punto, voi non avreste dovuto fare altro che pregare Catherine, che ci ha scritto su un paio di paginette, di parlare dei passeggini di oggi. Perché i passeggini di oggi non sono come quelli di ieri: hanno o possono avere in più un nome, una targa, sei o otto ruote, freni a disco anteriori, manubrio ergonomico regolabile in altezza (per tutelare la schiena del conducente), telaio superaccessoriato, imbotitture, cappottine e altro ancora. In breve: tutto quello che serve per soddisfare le ansie di salute, sicurezza e competitività dei genitori, e tracciare così un profilo ideologico abbastanza preciso dell’uomo contemporaneo.

Al venditore che non trova più un senso in quello che fa basterà dunque far osservare le cose che gli stanno intorno, che sono piene zeppe di connotazioni di senso, solo che tali connotazioni sono inavvertite, anche se non nascoste, e subìte, anche se non imposte. Il che vuol dire anche che sono assai coriacee, e difficilmente modificabili: non sarà, infatti, rifiutando di andare a spasso coi passeggini (e con Catherine Millet) che le cose cambieranno. Fuor di metafora: se è vero che le litanie postmoderne sulla fine del senso, la fine delle ideologie, la fine della storia e via finendo hanno stancato, è vero pure che non basta far la critica della modernità semplicemente chiamandosene fuori. Un altro mondo, insomma, non è possibile, se non si comincia a cambiare un po’ questo nostro mondo.

Il senso infatti c’è, ed è nelle cose e in mezzo a noi. Solo che tanto poco lo riconosciamo, tanto poco è nostro, quanto poco lo elaboriamo in comune, limitandoci ad assumerlo inconsapevolmente.

Il fatto è che i significati che intessono le nostre storie, singolari e collettive, non risiedono mai in menti individuali: e non perché non siamo bravi o capaci a farceli stare dentro, ma perché proprio non ci stanno: non sono fatti per stare «nelle» teste, ma per stare «tra» le teste. Non sono cioè pensieri privati, stati mentali individuali o rappresentazioni meramente soggettive. Per questo un grande studioso di psicologia, James Gibson, invitava a guardare non a quello che abbiamo dentro le nostre teste, ma a quello dentro cui le nostre teste stanno.

Ma se è così, se il senso ha una costituzione intimamente pubblica, come non chiederci allora che cosa comporta quel fenomeno massiccio che è oggi la deformazione (a volte, più bruscamente, la privatizzazione) della sfera pubblica – a cui non infrequentemente corrisponde un’altra deformazione eguale e contraria, cioè la pubblicizzazione della vita privata? Non si tratta solo di lamentarsi dell’una e dell’altra, come poveri venditori di almanacchi, anche se di motivi per lamentarsi ne abbiamo: tanto è scandalosa la commistione di interessi privati nella gestione della cosa pubblica da un lato, quanto è indecorosa l’ostentazione pubblica dei propri personali piaceri dall’altro. Grazie a qualche governo Berlusconi, la seconda Repubblica ha mostrato egregiamente come si possano avere insieme entrambe le cose. Ma più in profondità si tratta di vedere che, per questa via, rattrappiscono in generale le condizioni (linguistiche, sociali, finanche materiali) alle quali soltanto è possibile qualcosa come la costruzione in comune di un senso condiviso. Al solito venditore d’almanacchi che si chiede dove mai sia più un senso, visto che c’è stata la secolarizzazione, la demitizzazione, la deideologizzazione, il disincantamento del mondo e non so cos’altro, si può dunque rispondere che il senso nessuno ce l’ha non perché ormai siamo tutti scafati, perché Dio è morto, Marx pure e la Millet non viene a passeggio con noi, ma perché il senso è una roba che si costruisce insieme, e che dunque richiede certe condizioni: una vita sociale articolata in corpi intermedi, un minimo di uguaglianza e di pari dignità, partecipazione politica, luoghi pubblici in cui una comunità può riconoscersi e rappresentarsi, e così via.

Chiacchierando con un venditore, la si può pure buttare in politica: lui chiederà che cosa pensiamo dei tecnici, e noi, che stiamo ancora mani al passeggino, gli potremo mostrare l’ipermoderno oggetto tecnico per chiedergli se a lui va bene o no che il senso ce lo ammanniscano solo i produttori di passeggini, ben assistiti dall’ufficio marketing. Poi, finita la passeggiata, ci saluteremo, con l’augurio di ritrovarci ancora insieme.

L’insostenibile leggerezza del web

Nel 1969, Vaclav Havel, il futuro presidente della Repubblica ceca, prese carta e penna e scrisse un lungo articolo per criticare in maniera decisa lo scrittore Milan Kundera, che non era ancora l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere né era in odore di Nobel (com’è ora, meritatamente), ma era già uno degli intellettuali più famosi del paese. Ma perché parlarne oggi, visto che non cade nessuna di quelle ricorrenze grazie alle quali la storia fa capolino sui giornali quotidiani? Ve lo dico fra un momento, prima la critica di Havel.

Dunque: si era all’indomani del ’68, e Kundera aveva scritto un articolo sul destino delle piccole nazioni come quella cecoslovacca, in cui spiegava che a differenza delle grandi nazioni, le quali stanno in piedi e hanno un posto nella storia anche solo grazie al numero, le piccole il loro posto lo debbono conquistare. Secondo Kundera, con la commovente esperienza della primavera di Praga il popolo ceco aveva conquistato quel posto agli occhi del mondo intero.

Ora, Havel non intendeva certo negare il valore di quella stagione. Ma sul significato, e soprattutto sul modo di conservarne la memoria, aveva di che polemizzare. Per lui, infatti, non era ancora il momento (e forse non è mai il momento) per rivolgersi al passato con l’attitudine di chi lo celebra, considerandolo definitivamente chiuso e sigillato. Probabilmente, la stessa idea di un “destino ceco”, innalzata da Kundera, doveva spiacere ad Havel. Sicuramente non lo trovava d’accordo, anzi lo indispettiva, così come lo indispettiva lo scetticismo e l’elegante disincanto di Kundera, l’atteggiamento di inerzia politica che grazie a una vena di patriottismo esonerava da un confronto critico col presente.

Questo caso da manuale di considerazione sull’utilità e il danno della storia per la vita nascondeva in realtà anche una piega personale, che è spuntata fuori oggi. Nessuno più si appassiona alle vecchie discussioni sull’impegno politico, e anche se si ammira il coraggio di Havel, disposto a finire in carcere per le sue idee, non si censura certo la scelta di Kundera, poco propenso a mettere la propria poetica a servizio di battaglie politiche o ideologie di partito. Questioni vecchie, che si ha qualche pudore a riproporre oggi. Ma oggi, dicevo, una cosa è saltata fuori: come ha raccontato su Le Monde Pierre Assouline, Milan Kundera ha proibito a Gallimard, l’editore francese delle sue opere, di distribuirle e commercializzarle su un supposto diverso da quello cartaceo. Non vedremo mai L’immortalità o L’identità in formato e-book, insomma (non, almeno, per volontà dell’autore).

In fondo, ce lo si poteva attendere. Ne Lo scherzo, il primo romanzo di Kundera, allo studente Ludvìk tutto capita per aver scritto su una cartolina una spiritosaggine, che agli occhi dell’autorità nelle cui mani era finita aveva preso tutt’altro senso, precipitando il giovane nella disgrazia.  Cercando di scongiurare cambi di destinazione o di fruizione ai suoi scritti, Kundera spera forse di evitare che il futuro giochi ai suoi libri brutti scherzi. Nobile ma vana impresa: già Platone, che per questo si rifiutò di mettere per iscritti i suoi pensieri più reconditi, sapeva che non c’è modo di sottrarre la scrittura al suo destino di erranza.

Ho parlato sopra di opere edite da Gallimard e ho sbagliato. Perché Gallimard non ha pubblicato le opere di Kundera, al plurale, bensì l’Oeuvre: l’opera, al singolare. Una certa tendenza alla monumentalizzazione del passato era dunque evidente già l’anno scorso, quando è apparso il volume di Gallimard. Per giunta, privo degli apparati critici che fanno la fortuna di filologi e critici letterari. Kundera non ha voluto neanche questo, non sopportando l’idea che la sua opera potesse essere affidata ai sezionamenti della critica, tanto quanto oggi non sopporta che sia sbocconcellata dalle nuove possibilità di lettura offerte dalla fruizione digitale.

Un estrema difesa del libro, insomma, e delle biblioteche di carta, contro i taglia e incolla di tablet e computer. Nell’epoca della digitalizzazione del mondo, una difesa disperata. Utile forse a richiamare l’attenzione sulle sorti del principale supporto di formazione della civiltà europea degli ultimi mille anni o quasi – il libro, appunto – ma non certo a metterlo al riparo dalle sue inevitabili trasformazioni.  Che sopravviva o no, e in che forma, non sarà infatti il gesto di Kundera a deciderlo. D’altronde, è una storia che si ripete, a ogni nuovo progresso delle tecniche di riproduzione. Anche il grande tenore Caruso, a suo tempo, rifiutò di registrar dischi. Salvo cambiare idea, quando gli arrivò una proposta di contratto assai cospicua. Certo, non è la stessa cosa sentirlo registrato, ma, a parte il fatto che la musica dal vivo non è scomparsa, ben difficilmente si può pensare che ascoltare un disco sia esperienza di nessun valore.

Orbene, non so se sia vero quanto diceva Robert Musil, che non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno: non so dunque se l’opera di Kundera sarà danneggiata da una simile scelta. Forse no, forse ha raggiunto uno status tale, che non sarà l’indisponibilità elettronica (ma fino a quando?) a comprometterne la circolazione. Sospetto però che qualche ragione Havel l’avesse quando al giovane Kundera rimproverava di chiudere troppo in fretta le pagine della storia, consegnandole luttuosamente al destino. Come quelle della storia, Kundera ora chiude discutibilmente anche le pagine dei suoi romanzi, e stavolta indispettisce i posteri.

(Quanto invece al destino di piccole e grandi nazioni, di piccoli e grandi popoli, la cosa è fuori tema ma io ne approfitterei per rifletterci su, in tempi in cui la costruzione europea traballa, perché proprio non mi auguro che le riflessioni sopra i piccoli Stati e il destino che occorre loro in tempi di crisi tornino anch’esse di attualità).

L’Unità, 22 luglio 2012

La giustizia fai da te dei razzisti nostrani

Dove sono i razzisti? Sempre lontano, altrove, e mai tra noi. Anzi: non siamo mai noi, i razzisti, ma sempre gli altri. Poi però accade che un’indagine della magistratura porta allo scoperto quello che accade nelle nostre scuole, tra i nostri figli, e all’improvviso prendiamo coscienza che il problema ci riguarda, che l’integrazione è ancora tutta da fare,, che non siamo affatto più tolleranti degli altri, ma che anzi reagiamo nello stesso modo: incivile, illegale, infame.

Peggio: si scopre che pur di tenere i nostri figli lontano da quelli brutti, sporchi e cattivi – che sono sempre i poveri, gli extracomunitari, meglio se di pelle scura – siamo disposti ad affidarci alla camorra, neanche fosse la ronda padana in servizio fra le strade di Napoli. Con tuta sportiva al posto della camicia verde, ma con la stessa funzione. E sul serio, non a chiacchiere.

Perché, certo, chi non si preoccupa dell’educazione dei figli? Chi non si augura per loro la migliore istruzione? Ma cosa c’entra con la legittima preoccupazione di assicurare un futuro ai propri figli, e persino con gli infiniti problemi che esasperano la vita dei cittadini napoletani nell’infinita periferia della città, il rivolgersi ai clan per ripulire la scuola ed il quartiere dalle presenze sgradite e sgradevoli? Questo, infatti, è accaduto: forse un preside non avrà ascoltato abbastanza, e forse neanche lui poteva far nulla, perché l’istruzione è un bene universale che va garantito a tutti senza eccezione alcuna. Forse, anzi senza forse, in certi quartieri non solo lo Stato non è presente, ma non si trova neppure un vigile, un pubblico ufficiale o un qualunque presidio pubblico a cui rivolgersi, ma cosa c’è di peggio della rassegnazione con cui ci si affida non a un esposto o a una denuncia, ma alle armi del clan, al metodo mafioso, all’intimidazione e alla violenza?

Ora i sociologi disquisiranno se sono la povertà e il degrado sociale a generare l’odio razziale; gli antropologi ci aiuteranno a capire e, si spera, rimuovere le diffidenze verso l’altro, il diverso, lo straniero che rendono difficile e a volte troppo faticosa la convivenza; gli educatori ci spiegheranno che l’istituzione scolastica è sempre più abbandonata, in un tessuto urbano disgregato, ultima fra le priorità che la politica affronta o finge di affrontare. Ma tutto questo non riduce di un millimetro il vuoto in cui sprofonda una città, quando i suoi abitanti non trovano di meglio da fare che rivolgersi alla camorra per regolare i suoi conti, le sue paure, le sue intolleranze. Che Napoli non sia una città da libro Cuore lo sappiamo da un pezzo, quel che non vorremmo scoprire è che non è più nemmeno una città, un luogo a tutti comune, ma il pezzo di carne e di vita che ciascuno strappa a brani per sé e per i propri figli.

Il Mattino, 11 luglio 2012

La democrazia contro la paura

Di tante maniere per amare la democrazia ce n’è una che è la migliore di tutte, ed è quella di considerare pregi i suoi presunti difetti. Perché la democrazia di difetti ne ha: uno vorrebbe che venissero eletti ogni volta i migliori, i più preparati, i più incorruttibili, ma nella conta dei voti queste qualità non sempre spiccano e alla fine le cose non vanno proprio così. Uno si augurerebbe sempre il trionfo della verità, e invece la democrazia fa dell’opinione la regina del mondo. Uno vorrebbe infine un po’ di stabilità, di sicurezza, di lunga durata, e invece la democrazia costringe periodicamente i cittadini al rito elettorale, affida la vittoria ora agli uni ora agli altri, rovescia i governi, e cambia volentieri i rappresentanti del popolo.

Ora, se vogliamo far nascere davvero dalle ceneri della crisi un’Italia migliore, è forse venuto il momento di dire che tutto questo non è una iattura, ma una fortuna. Che la democrazia scommette sul  cambiamento, ha fiducia nel futuro, mette in gioco ogni volta le sorti del paese perché confida che il paese saprà scegliere, magari imparando dai suoi errori. Lo fa non perché suppone cinicamente che la verità non esiste, e allora tanto vale fare la conta dei voti, ma al contrario va sempre nuovamente ricercata, e per questo è meglio farlo tutti insieme.

In verità, non c’è bisogno di filosofeggiare per capire l’importanza politica delle parole del premier Monti. Ieri il premier ha detto che esclude di guidare il governo anche dopo il 2013. La parola torna ai cittadini, la politica si riprende il suo spazio, e, com’è giusto, conduce la sua giusta (possiamo dirlo?) lotta per il potere. L’esperienza del governo Monti è stata ed è importante, al di là (anche se è sempre difficile andare al di là) delle cose buone e delle cose meno buone fatte o da fare. Ma è ancora più importante l’esperienza alla quale il paese si consegnerà con le elezioni politiche. Che non sono un ostacolo, un fastidio o un ingombro, ma un’occasione, anzi l’unica vera occasione per mettere davvero il Paese su una nuova e più fruttuosa strada. Scegliendo, e investendo con convinzione sul valore della propria scelta.

Per questo, se è grande la responsabilità che il premier sta portando in questi mesi, aiutando l’Italia e l’Europa a tirarsi fuori dalla più grave crisi nella quale s’è mai potuta cacciare, ancor più grande sarà quella che porteranno i partiti in campagna elettorale.

E se lo spread, allora, salisse? E, peggio: se qualcuno usasse, se non ha già usato, questo argomento per comprimere gli spazi della democrazia, i luoghi della critica, le possibilità di cambiamento? In quel caso gli si ricorderà quel che la democrazia deve sempre ricordare, per tenere in pugno le ragioni della sua legittimazione, cioè che essa è nata per sconfiggere l’uso politico della paura, di cui quell’argomento è soltanto l’ultima versione. Monti lo sa, e non ha inteso usarlo, né ha inteso sequestrare il futuro al paese. Sta ai partiti, e in primo luogo al Pd, indicare come intende disegnarlo. Come si fa a giocare la speranza contro la paura, la fiducia nel meglio contro il timore del peggio. Che se poi lo spread salisse davvero, salisse ancora (come se poi finora fosse sceso precipitevolissimevolmente), beh: sarebbe una buona ragione per farle subito le elezioni, non certo per rimandarle o per preconfezionarne l’esito.

L’Unità, 11 luglio 2012

Tagli, il filosofico paradosso

Data la situazione non era possibile fare altrimenti, si dice. E sul filo di simili, amare constatazioni si prova a mandar giù il nuovo pacchetto: dopo l’Imu, le pensioni , la riforma del lavoro. Non è la stessa cosa, ci viene spiegato: finalmente si tagliano sprechi e inefficienze, enti inutili e spese fuori linea. Ma il fatto è che fuori linea ci sarebbero pure ospedali, istituti di ricerca, enti locali. Mentre però un buon numero di giornali si dedica al genere della ritrattistica, elogiando le affilatissime  mani di forbice del grande risanatore, il supertecnico Enrico Bondi (c’è sempre un tecnico più tecnico di te che prende le decisioni al posto tuo), si chiede ai partiti di fare il favore di spiegare al colto e all’inclita (cioè all’elettorato) che, per l’appunto, data la situazione, non era possibile fare altrimenti. Quando si dice che il governo è tecnico ecco dunque quel che si intende: è tecnico quel governo che prende decisioni che passano per le uniche possibili, decisioni che sono sempre quelle che i partiti non saprebbero prendere se toccasse loro, e di cui tuttavia i partiti medesimi devono accollarsi la responsabilità. Ma, data la situazione, come si potrebbe fare altrimenti?

Sia pure. Ma ci sarà un giorno, un’ora o un momento in cui, a proposito di responsabilità, ci si potrà fermare a riflettere, per domandare: già, d’accordo, ma se questa è la situazione data, chi è che ce l’ha data questa situazione? I fatti sono fatti, va bene; e contro i fatti è inutile sbattere la testa. Ma di nuovo: qualcuno li avrà pur fatti, codesti coriacissimi fatti!

Nel corso del Novecento, secolo grande e terribile, l’umanità si è più volte cacciate in situazioni difficilissime, a confronto delle quali la crisi di questi anni è poco più di un buffetto su una guancia. In mezzo a quei frangenti, una certa intellettualità, quella che si diede il compito di mandar giù simili situazioni, o almeno rendere onorevole la sconfitta di fronte ad esse, trovò il modo di inventarsi un’etica della situazione, per decretare che, per l’appunto, la situazione è data e null’altro c’è da fare se non accettarla.

Nessun paragone è possibile, naturalmente. Se non, forse, per mettere in luce quel che nel corso di quello stesso secolo anche si è affermato, distante tanto da una cultura ineluttabilmente  tragica quanto da una cultura irresponsabilmente tecnica: dico una cultura progressista, critica, democratica, per la quale le situazioni non sono mai semplicemente date e la decisione non può mai consistere semplicemente nel prendere atto. Dentro questa tradizione politica e culturale la questione non può mai essere una soltanto, e cioè: “quali sono i dati?”, ma tocca sempre chiedersi anche come sono dati, chi li ha dati, e perché.

Ad esempio: la situazione in cui il governo ha condotto la spending review e preso severe misure di riduzione della spesa è una situazione di crisi, che minaccia la stabilità finanziaria della zona euro, e in particolare il nostro paese, a causa dell’elevatissimo debito pubblico (che però non è una novità di questi giorni, e non è neppure da intestare indifferentemente a tutti i governi di vario colore succedutisi negli ultimi anni: un conto insomma è stato Berlusconi, un altro il centrosinistra). Ad ogni modo:  lo spread sale, questa è la situazione data. Ora però: chi ce l’ha data? Ovvero: da dove viene l’attuale (dis)ordine finanziario? Da lontano: dalla fine di Bretton Woods, dagli eurodollari, dal sistema monetario europeo, dalle misure di deregolamentazione de mercati finanziari, infine dalla creazione di un’area monetaria senza adeguato sostegno politico. In breve: da una serie di responsabilità politiche precise. E a tal proposito, per stare solo all’ultimo tratto di questa storia, inaugurato a Maastricht: quella insopportabile Cassandra di Wynne Godley, grande economista inglese di recente scomparso, ebbe a scrivere sulla London Review of Books – nel ’92: ben vent’anni fa! – parole che si sono poi rivelate terribilmente vere: se un paese non ha più il potere di svalutare la propria moneta, o non beneficia di un sistema di perequazione fiscale (altro che fiscal compact!), allora nulla potrà arrestarne il declino. E aggiungeva, più o meno: capisco la Thatcher, capisco gli inglesi che di fronte alla prospettiva di una perdita di sovranità monetaria preferiscono scendere dal treno della moneta unica. E capisco anche i federalisti, che puntano invece a una federazione europea e a un vero bilancio federale. Quello che proprio non capisco è come si possa puntare alla moneta unica senza dotarsi di istituzioni adeguate (a parte la banca centrale).

Certo, uno potrebbe dire: avranno pure avuto ragione le poche Cassandre che si sono ascoltate in questi anni, ma ora che la frittata è fatta?  Ora che la frittata è fatta non sarebbe male rileggere tutto intero l’articolo di Goodley. Perché lì c’è scritto anche da quale insieme di idee è nata la frittata. E precisamente: della convinzione che i sistemi economici moderni  sono capaci di autoregolarsi. Se è così,  l’idea stessa di una politica economica appare superflua. Anzi:  è persino dannosa. Sentite Goodley: si tratta di una versione cruda ed estrema del punto di vista che da qualche tempo ha costituito il pensiero prevalente in Europa, che cioè i governi non sono in grado di raggiungere nessuno dei tradizionali obiettivi di economia politica, come la crescita e la piena occupazione, e perciò non dovrebbero neanche provarci.

Se questa è la situazione, ai tecnici non resta altro che affilare le forbici della spending review. Ma è questa la situazione? Davvero non c’è dato altro? E soprattutto: non ci sono date altre idee?

L’alleanza e le pulsioni populiste

È stato detto che il populismo esprime, sia pure in modo distorto, un’esigenza di partecipazione che i meccanismi istituzionali della democrazia rappresentativa non riesce più a soddisfare. Può darsi sia così. Ma in tal caso credo sia giusto prendere un po’ di fiato e poi obiettare con il più classico degli: “embé?”. Visto che per i populisti i ragionamenti sono sempre troppo intellettuali, troppo sofisticati, troppo pieni di distinzioni e parole difficili, immagino che la mia obiezione sarà apprezzata. Ma posso comunque provare ad articolarla meglio.

E cioè: nelle pulsioni populiste che percorrono le società contemporanee (non solo l’Italia) ci sarà pure del buono, anche se si esprime in modi decisamente meno buoni. Si tratterà pure di forme inedite di cittadinanza attiva, che, trovando ostruiti (oppure inutilizzabili) i canali tradizionali di espressione della volontà politica, assumono modalità diverse, più immediate e meno paludate. Resta vero tuttavia che regole e istituzioni del gioco democratico sono essenziali e dobbiamo averne cura. Perciò direi: grazie per la precisazione sociologicamente corretta, nessuno demonizzi nessuno, ma lasciateci ancora compiere lo sforzo di mettere la politica nelle forme richieste da una democrazia parlamentare, con il senso delle istituzioni e dello Stato che ciò richiede, con il profilo di una forza di governo consapevole di impegni e responsabilità nazionali e internazionali, e, da ultimo, con la consapevolezza di dover costruire un futuro possibile per questo Paese. Pigiare ossessivamente il pedale della contrapposizione fra partiti. Istituzioni, professionisti della politica, élites, caste e via denigrando da una parte e, dall’altra, il popolo o la gente di cui i movimenti populisti sarebbero diretta e genuina manifestazione, non è accettabile. Tanto meno lo è quando a rendersene protagonisti sono politici con ultradecennale esperienza alle spalle. Ma tant’è.

Lo schema di Bersani, ad ogni modo, discende da questo ragionamento. Che non è l’unico possibile, ma è quello proposto dal Pd. Il patto tra progressisti e moderati si inserisce infatti in questa delimitazione del campo di gioco, che ha una precisa linea di demarcazione nel rifiuto degli argomenti populisti contro l’Euro, contro le tasse, contro gli immigrati, contro il finanziamento pubblico ai partiti, contro i parassiti del pubblico impiego e, a detta del suocero di Grillo (se capisco), pure contro i sionisti cattivi.

Naturalmente, ci sarà sempre un populista come il comico genovese che traccerà una divisione diversa: fra il Palazzo e i cittadini, fra i partiti incistati nelle istituzioni e movimenti al fianco dei cittadini tartassati, ma sarà, per l’appunto, la rappresentazione di un populista che lucra su questo schema.

E oramai Di Pietro deve decidere se intende adottarlo oppure no. Se infatti si torna a discutere di alleanze non è per l’inguaribile deriva politicista dei partiti, ma per i pencolamenti dell’IdV, che non ha ancora chiaro se deve inseguire Grillo e gridare più forte di lui, o se accetta invece la proposta politica del Pd. E, cosa curiosa, sembra non averlo chiaro neppure Vendola. Il quale ovviamente ha tutte le ragioni di chiedere di discutere con il centrosinistra di contenuti e programmi, ma deve pure mostrare qualche preoccupazione per l’agibilità dello spazio politico in cui quei programmi dovranno essere realizzati.

Vendola tituba, Di Pietro si spolmona, il tutto perché Bersani sembra avere occhi solo per Casini. Ma non mi pare che le cose stiano così. Stanno anzi al contrario: invece di avere occhi per il proprio posizionamento presso l’elettorato, preoccupati del crescente consenso dei grillini, bisogna che la strana coppia scommetta su una nuova stagione della democrazia italiana e sulla ricostruzione civile del paese, piuttosto che sulla maniera in cui approfittare della fine poco gloriosa della seconda Repubblica. Lascino a Grillo e a suo suocero il compito di fare di tutte l’erbe un fascio. Alla fine, si scoprirà che i più legati al passato, al berlusconismo e all’Italietta sono proprio i nuovissimi populisti: urlatori quando si parla di quel che è stato, privi di voce quando si tratta del futuro.

L’Unità, 1° luglio 2012

Una nazionale che sa stupire

Anche se avremo di fronte la Spagna campione di Europa e del mondo. non sarà una corrida. Non solo perché l’Italia difensivista non c’è più ed è difficile metterci sotto – se ne sono accorti tutti, dopo Italia-Inghilterra e Italia-Germania – ma perché con questi Europei ci siamo lasciati alle spalle un bel po’ di luoghi comuni. Non è l’impresa più importante – quella resta la vittoria finale, naturalmente – ma è già un piccolo motivo di soddisfazione. Se c’è infatti una fabbrica di luoghi comuni che non sembra conoscere crisi, quella è il calcio. Si capisce: un gioco nel quale può non accadere nulla per novanta minuti mette a dura prova le risorse linguistiche e mentali di tifosi, spettatori, giornalisti. Non sono molti, infatti, gli sport in cui il risultato finale può essere quello iniziale (e l’indimenticabile Gianni Brera sosteneva pure che lo 0-0 è anzi lo score della partita perfetta): di mezzo, gli atleti impegnati nel gioco del calcio usano quasi esclusivamente gli arti inferiori, mica quelli superiori, e la testa la usano nell’unico modo in cui non se ne mettono a frutto le qualità intellettuali.

Dunque è tutto un fiorire di banalità, e una rappresentazione parecchio stereotipata di vizi e virtù di un popolo. Solo che questa volta l’Italia è rappresentata da Buffon, Pirlo, Balotelli e di banalità se ne ascoltano e vedono molte di meno. E ancor meno ne dice Prandelli nelle conversazioni alle quali quotidianamente si sottopone. Non che le sue dichiarazioni regalino lo stesso perverso piacere della perfidia o della strafottenza di un Mourinho, ma suonano come parole sentite e meditate, mai rese sull’onda di un agonismo esasperato. Insolito, per un paese poco  disposto a smorzare il tifo con un ragionamento. Brera, sempre lui, si era inventato l’eretismo podistico, per dire di quella specie di orgasmo che raggiungono a volte gli atleti e che tracima negli spettatori, negli allenatori, nei presidenti delle squadre di calcio fin dopo la partita. Ecco: quando parla Prandelli, il livello di eretismo ed eccitabilità nervosa, se pure c’era, è già calato di parecchio, e si può ragionare. Il che non significa che non chieda cuore e passione ai suoi ragazzi, ma lo fa senza mai oltrepassare la misura, e sempre rammentando che si tratta solo di un gioco.

Ovviamente, però, il calcio non è solo un gioco, e non solo per l’enormità degli interessi coinvolti, ma perché il posto dello sport nazionale in una società moderna non è quello di una partita a carte fra amici o di una sfida fra scapoli e ammogliati. Non a caso tiriamo ancora fuori le immagini di Messico ’70 o del Mundial dell’82: perché c’è lì un pezzo importante della nostra identità. Ma guardando ai giocatori in campo in questi giorni ci accorgiamo di come stia cambiando. A cominciare, naturalmente, da Balotelli. Qualche giorno fa Granzotto su Il Giornale si lamentava: possibile che non si possa parlar male di Balotelli senza essere accusati di razzismo? Ora che Balotelli s’è messo a giocar bene e anzi di più, non sarà forse necessario fare l’elogio del multiculturalismo ma constatare un fatto, quello sì. E il fatto sono i nuovi italiani, e l’idea, che s’affaccia forse per la prima volta, che ad essi è legato non un problema, ma una speranza e un’opportunità per il paese.

Poi Balotelli ha abbracciato la mamma. E tutti a pensare all’eterna Italia mammona. A me invece è venuto di pensare a un’altra storia italiana: quella di Pinocchio, la cui favola finisce con il burattino diventato finalmente un bravo bambino. Ora, non è lo stesso con SuperMario, scapestrato e indisciplinato ma alla fine cuore di mamma? No, non è lo stesso. Anzitutto, la storia di Pinocchio non è solo una fiaba a lieto fine. Ed ha ragione Benigni, per il quale le frasi finali del libro di Collodi sono l’unica, vera grande menzogna di Pinocchio: “Come sono contento di essere diventato un bambino buono! E come ero buffo quand’ero un burattino!”. Ma soprattutto Balotelli non ha mentito, queste parole non le ha dette, nessuna morale un po’ ipocrita ha voluto trarre dalla sua vita, e di sé non pensa affatto di essere buffo quando fa la statua in mezzo al campo, né fa meno lo sbruffone quando ne promette quattro agli spagnoli per questa sera.

Chissà dunque se ci sarà anche a Kiev il lieto fine. Comunque vada, ho però l’impressione che, forse, anche le storie del nostro paese almeno un poco possono cambiare. E perciò: forza azzurri!

Il Mattino, 1° luglio 2012