Una nazionale che sa stupire

Anche se avremo di fronte la Spagna campione di Europa e del mondo. non sarà una corrida. Non solo perché l’Italia difensivista non c’è più ed è difficile metterci sotto – se ne sono accorti tutti, dopo Italia-Inghilterra e Italia-Germania – ma perché con questi Europei ci siamo lasciati alle spalle un bel po’ di luoghi comuni. Non è l’impresa più importante – quella resta la vittoria finale, naturalmente – ma è già un piccolo motivo di soddisfazione. Se c’è infatti una fabbrica di luoghi comuni che non sembra conoscere crisi, quella è il calcio. Si capisce: un gioco nel quale può non accadere nulla per novanta minuti mette a dura prova le risorse linguistiche e mentali di tifosi, spettatori, giornalisti. Non sono molti, infatti, gli sport in cui il risultato finale può essere quello iniziale (e l’indimenticabile Gianni Brera sosteneva pure che lo 0-0 è anzi lo score della partita perfetta): di mezzo, gli atleti impegnati nel gioco del calcio usano quasi esclusivamente gli arti inferiori, mica quelli superiori, e la testa la usano nell’unico modo in cui non se ne mettono a frutto le qualità intellettuali.

Dunque è tutto un fiorire di banalità, e una rappresentazione parecchio stereotipata di vizi e virtù di un popolo. Solo che questa volta l’Italia è rappresentata da Buffon, Pirlo, Balotelli e di banalità se ne ascoltano e vedono molte di meno. E ancor meno ne dice Prandelli nelle conversazioni alle quali quotidianamente si sottopone. Non che le sue dichiarazioni regalino lo stesso perverso piacere della perfidia o della strafottenza di un Mourinho, ma suonano come parole sentite e meditate, mai rese sull’onda di un agonismo esasperato. Insolito, per un paese poco  disposto a smorzare il tifo con un ragionamento. Brera, sempre lui, si era inventato l’eretismo podistico, per dire di quella specie di orgasmo che raggiungono a volte gli atleti e che tracima negli spettatori, negli allenatori, nei presidenti delle squadre di calcio fin dopo la partita. Ecco: quando parla Prandelli, il livello di eretismo ed eccitabilità nervosa, se pure c’era, è già calato di parecchio, e si può ragionare. Il che non significa che non chieda cuore e passione ai suoi ragazzi, ma lo fa senza mai oltrepassare la misura, e sempre rammentando che si tratta solo di un gioco.

Ovviamente, però, il calcio non è solo un gioco, e non solo per l’enormità degli interessi coinvolti, ma perché il posto dello sport nazionale in una società moderna non è quello di una partita a carte fra amici o di una sfida fra scapoli e ammogliati. Non a caso tiriamo ancora fuori le immagini di Messico ’70 o del Mundial dell’82: perché c’è lì un pezzo importante della nostra identità. Ma guardando ai giocatori in campo in questi giorni ci accorgiamo di come stia cambiando. A cominciare, naturalmente, da Balotelli. Qualche giorno fa Granzotto su Il Giornale si lamentava: possibile che non si possa parlar male di Balotelli senza essere accusati di razzismo? Ora che Balotelli s’è messo a giocar bene e anzi di più, non sarà forse necessario fare l’elogio del multiculturalismo ma constatare un fatto, quello sì. E il fatto sono i nuovi italiani, e l’idea, che s’affaccia forse per la prima volta, che ad essi è legato non un problema, ma una speranza e un’opportunità per il paese.

Poi Balotelli ha abbracciato la mamma. E tutti a pensare all’eterna Italia mammona. A me invece è venuto di pensare a un’altra storia italiana: quella di Pinocchio, la cui favola finisce con il burattino diventato finalmente un bravo bambino. Ora, non è lo stesso con SuperMario, scapestrato e indisciplinato ma alla fine cuore di mamma? No, non è lo stesso. Anzitutto, la storia di Pinocchio non è solo una fiaba a lieto fine. Ed ha ragione Benigni, per il quale le frasi finali del libro di Collodi sono l’unica, vera grande menzogna di Pinocchio: “Come sono contento di essere diventato un bambino buono! E come ero buffo quand’ero un burattino!”. Ma soprattutto Balotelli non ha mentito, queste parole non le ha dette, nessuna morale un po’ ipocrita ha voluto trarre dalla sua vita, e di sé non pensa affatto di essere buffo quando fa la statua in mezzo al campo, né fa meno lo sbruffone quando ne promette quattro agli spagnoli per questa sera.

Chissà dunque se ci sarà anche a Kiev il lieto fine. Comunque vada, ho però l’impressione che, forse, anche le storie del nostro paese almeno un poco possono cambiare. E perciò: forza azzurri!

Il Mattino, 1° luglio 2012

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