Archivi del giorno: luglio 11, 2012

La giustizia fai da te dei razzisti nostrani

Dove sono i razzisti? Sempre lontano, altrove, e mai tra noi. Anzi: non siamo mai noi, i razzisti, ma sempre gli altri. Poi però accade che un’indagine della magistratura porta allo scoperto quello che accade nelle nostre scuole, tra i nostri figli, e all’improvviso prendiamo coscienza che il problema ci riguarda, che l’integrazione è ancora tutta da fare,, che non siamo affatto più tolleranti degli altri, ma che anzi reagiamo nello stesso modo: incivile, illegale, infame.

Peggio: si scopre che pur di tenere i nostri figli lontano da quelli brutti, sporchi e cattivi – che sono sempre i poveri, gli extracomunitari, meglio se di pelle scura – siamo disposti ad affidarci alla camorra, neanche fosse la ronda padana in servizio fra le strade di Napoli. Con tuta sportiva al posto della camicia verde, ma con la stessa funzione. E sul serio, non a chiacchiere.

Perché, certo, chi non si preoccupa dell’educazione dei figli? Chi non si augura per loro la migliore istruzione? Ma cosa c’entra con la legittima preoccupazione di assicurare un futuro ai propri figli, e persino con gli infiniti problemi che esasperano la vita dei cittadini napoletani nell’infinita periferia della città, il rivolgersi ai clan per ripulire la scuola ed il quartiere dalle presenze sgradite e sgradevoli? Questo, infatti, è accaduto: forse un preside non avrà ascoltato abbastanza, e forse neanche lui poteva far nulla, perché l’istruzione è un bene universale che va garantito a tutti senza eccezione alcuna. Forse, anzi senza forse, in certi quartieri non solo lo Stato non è presente, ma non si trova neppure un vigile, un pubblico ufficiale o un qualunque presidio pubblico a cui rivolgersi, ma cosa c’è di peggio della rassegnazione con cui ci si affida non a un esposto o a una denuncia, ma alle armi del clan, al metodo mafioso, all’intimidazione e alla violenza?

Ora i sociologi disquisiranno se sono la povertà e il degrado sociale a generare l’odio razziale; gli antropologi ci aiuteranno a capire e, si spera, rimuovere le diffidenze verso l’altro, il diverso, lo straniero che rendono difficile e a volte troppo faticosa la convivenza; gli educatori ci spiegheranno che l’istituzione scolastica è sempre più abbandonata, in un tessuto urbano disgregato, ultima fra le priorità che la politica affronta o finge di affrontare. Ma tutto questo non riduce di un millimetro il vuoto in cui sprofonda una città, quando i suoi abitanti non trovano di meglio da fare che rivolgersi alla camorra per regolare i suoi conti, le sue paure, le sue intolleranze. Che Napoli non sia una città da libro Cuore lo sappiamo da un pezzo, quel che non vorremmo scoprire è che non è più nemmeno una città, un luogo a tutti comune, ma il pezzo di carne e di vita che ciascuno strappa a brani per sé e per i propri figli.

Il Mattino, 11 luglio 2012

La democrazia contro la paura

Di tante maniere per amare la democrazia ce n’è una che è la migliore di tutte, ed è quella di considerare pregi i suoi presunti difetti. Perché la democrazia di difetti ne ha: uno vorrebbe che venissero eletti ogni volta i migliori, i più preparati, i più incorruttibili, ma nella conta dei voti queste qualità non sempre spiccano e alla fine le cose non vanno proprio così. Uno si augurerebbe sempre il trionfo della verità, e invece la democrazia fa dell’opinione la regina del mondo. Uno vorrebbe infine un po’ di stabilità, di sicurezza, di lunga durata, e invece la democrazia costringe periodicamente i cittadini al rito elettorale, affida la vittoria ora agli uni ora agli altri, rovescia i governi, e cambia volentieri i rappresentanti del popolo.

Ora, se vogliamo far nascere davvero dalle ceneri della crisi un’Italia migliore, è forse venuto il momento di dire che tutto questo non è una iattura, ma una fortuna. Che la democrazia scommette sul  cambiamento, ha fiducia nel futuro, mette in gioco ogni volta le sorti del paese perché confida che il paese saprà scegliere, magari imparando dai suoi errori. Lo fa non perché suppone cinicamente che la verità non esiste, e allora tanto vale fare la conta dei voti, ma al contrario va sempre nuovamente ricercata, e per questo è meglio farlo tutti insieme.

In verità, non c’è bisogno di filosofeggiare per capire l’importanza politica delle parole del premier Monti. Ieri il premier ha detto che esclude di guidare il governo anche dopo il 2013. La parola torna ai cittadini, la politica si riprende il suo spazio, e, com’è giusto, conduce la sua giusta (possiamo dirlo?) lotta per il potere. L’esperienza del governo Monti è stata ed è importante, al di là (anche se è sempre difficile andare al di là) delle cose buone e delle cose meno buone fatte o da fare. Ma è ancora più importante l’esperienza alla quale il paese si consegnerà con le elezioni politiche. Che non sono un ostacolo, un fastidio o un ingombro, ma un’occasione, anzi l’unica vera occasione per mettere davvero il Paese su una nuova e più fruttuosa strada. Scegliendo, e investendo con convinzione sul valore della propria scelta.

Per questo, se è grande la responsabilità che il premier sta portando in questi mesi, aiutando l’Italia e l’Europa a tirarsi fuori dalla più grave crisi nella quale s’è mai potuta cacciare, ancor più grande sarà quella che porteranno i partiti in campagna elettorale.

E se lo spread, allora, salisse? E, peggio: se qualcuno usasse, se non ha già usato, questo argomento per comprimere gli spazi della democrazia, i luoghi della critica, le possibilità di cambiamento? In quel caso gli si ricorderà quel che la democrazia deve sempre ricordare, per tenere in pugno le ragioni della sua legittimazione, cioè che essa è nata per sconfiggere l’uso politico della paura, di cui quell’argomento è soltanto l’ultima versione. Monti lo sa, e non ha inteso usarlo, né ha inteso sequestrare il futuro al paese. Sta ai partiti, e in primo luogo al Pd, indicare come intende disegnarlo. Come si fa a giocare la speranza contro la paura, la fiducia nel meglio contro il timore del peggio. Che se poi lo spread salisse davvero, salisse ancora (come se poi finora fosse sceso precipitevolissimevolmente), beh: sarebbe una buona ragione per farle subito le elezioni, non certo per rimandarle o per preconfezionarne l’esito.

L’Unità, 11 luglio 2012