La giustizia fai da te dei razzisti nostrani

Dove sono i razzisti? Sempre lontano, altrove, e mai tra noi. Anzi: non siamo mai noi, i razzisti, ma sempre gli altri. Poi però accade che un’indagine della magistratura porta allo scoperto quello che accade nelle nostre scuole, tra i nostri figli, e all’improvviso prendiamo coscienza che il problema ci riguarda, che l’integrazione è ancora tutta da fare,, che non siamo affatto più tolleranti degli altri, ma che anzi reagiamo nello stesso modo: incivile, illegale, infame.

Peggio: si scopre che pur di tenere i nostri figli lontano da quelli brutti, sporchi e cattivi – che sono sempre i poveri, gli extracomunitari, meglio se di pelle scura – siamo disposti ad affidarci alla camorra, neanche fosse la ronda padana in servizio fra le strade di Napoli. Con tuta sportiva al posto della camicia verde, ma con la stessa funzione. E sul serio, non a chiacchiere.

Perché, certo, chi non si preoccupa dell’educazione dei figli? Chi non si augura per loro la migliore istruzione? Ma cosa c’entra con la legittima preoccupazione di assicurare un futuro ai propri figli, e persino con gli infiniti problemi che esasperano la vita dei cittadini napoletani nell’infinita periferia della città, il rivolgersi ai clan per ripulire la scuola ed il quartiere dalle presenze sgradite e sgradevoli? Questo, infatti, è accaduto: forse un preside non avrà ascoltato abbastanza, e forse neanche lui poteva far nulla, perché l’istruzione è un bene universale che va garantito a tutti senza eccezione alcuna. Forse, anzi senza forse, in certi quartieri non solo lo Stato non è presente, ma non si trova neppure un vigile, un pubblico ufficiale o un qualunque presidio pubblico a cui rivolgersi, ma cosa c’è di peggio della rassegnazione con cui ci si affida non a un esposto o a una denuncia, ma alle armi del clan, al metodo mafioso, all’intimidazione e alla violenza?

Ora i sociologi disquisiranno se sono la povertà e il degrado sociale a generare l’odio razziale; gli antropologi ci aiuteranno a capire e, si spera, rimuovere le diffidenze verso l’altro, il diverso, lo straniero che rendono difficile e a volte troppo faticosa la convivenza; gli educatori ci spiegheranno che l’istituzione scolastica è sempre più abbandonata, in un tessuto urbano disgregato, ultima fra le priorità che la politica affronta o finge di affrontare. Ma tutto questo non riduce di un millimetro il vuoto in cui sprofonda una città, quando i suoi abitanti non trovano di meglio da fare che rivolgersi alla camorra per regolare i suoi conti, le sue paure, le sue intolleranze. Che Napoli non sia una città da libro Cuore lo sappiamo da un pezzo, quel che non vorremmo scoprire è che non è più nemmeno una città, un luogo a tutti comune, ma il pezzo di carne e di vita che ciascuno strappa a brani per sé e per i propri figli.

Il Mattino, 11 luglio 2012

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