Se i mercati sono contro il popolo

Ieri Angela Merkel deve essere passata di buon mattino dal birraio. O dal macellaio, non so. E lì deve aver scoperto che aveva ragione Adam Smith: non è dalla generosità dell’uno o dell’altro che poteva sperare di ottenere la merce, ma della valutazione che essi fanno dei loro propri interessi. Fatta questa sorprendente esperienza, posato il boccale di birra e messi nella sporta della spesa i galletti amburghesi, ha accusato non i birrai e i macellai bavaresi, ma i mercati, di non essere al servizio del popolo.

Forse, prima della giornata trascorsa ad Abensberg, in Baviera, la cancelliera pensava che tuttavia il mercato, con la sua famosa mano invisibile, avrebbe fatto in modo da far incontrare in maniera ottimale gli interessi del venditore e del compratore. Forse lo pensa tuttora, e ritiene che solo i mercati finanziari siano privi del fortunato ausilio della mano invisibile: sta di fatto che sembra venire a nuova consapevolezza, nella Merkel e forse nei governanti europei, che qualcosa tocca fare pure a loro.

È, infatti, un sillogismo di facile comprensione: se i mercati non sono al servizio del popolo, e se in democrazia, dove il popolo è sovrano, qualcuno al servizio del popolo deve pur starci, e preferibilmente i suoi rappresentanti, allora la cancelliera Merkel non può esimersi dal prestare lei quel servizio che i mercati non prestano, e con lei non possono esimersi dal prestarlo tutti gli altri governi dell’Unione.

I mercati, per loro conto, non solo non stanno al servizio del popolo, ma non stanno al servizio di nessuno. Sono organizzazioni di una razionalità puramente formale, si sarebbe detto una volta: regolano lo scambio, disinteressandosi di ragioni e fini dello scambio. Né lo si riesce a vedere un agente di borsa, un investitore, un broker assicurativo prendere il fiato prima di compiere un’operazione finanziaria, contare lentamente fino a dieci, quindi chiedersi pensoso: “ma questa transazione a molti zeri farà il bene del popolo? Dopo che avrò realizzato la mia brava plusvalenza, e sistemato le cose da qualche altra parte nel mondo per pagare meno tasse, com’è nel mio interesse, i miei concittadini staranno meglio di prima?”, e poi, valutati in coscienza i pro e i contro, decidere di conseguenza. Anche perché chi siano i concittadini dello speculatore che sposta capitali da una parte all’altra del globo non è facile dire.

Però Angela Merkel ieri, in un soprassalto di consapevolezza, se n’è accorta. Passi per il birraio, passi per il macellaio, passi pure per il panettiere – sono gli esempi di Smith, il quale, benché potesse vedere i progressi dell’economia inglese non poteva certo immaginare attività economiche molto diverse da queste – ma quando si tratta di massicci movimenti di capitale (e non di poetici battiti d’ali di farfalla che provocano tornadi all’altro capo del mondo) non si può lasciar fare al mercato. I mercati non hanno “spirito sociale”. Ed è così: non solo non ce l’hanno, ma non possono né vogliono averlo. E non glielo infondi nemmeno con ardite operazioni ideologiche con le quali ti inventi che è cosa buona e giusta che chi si è indebitato resti impiccato alla corda acquistata presso il creditore, oppure che l’unica salvezza è comprimere i salari, ridurre la spesa, tagliare i servizi, e sperare che quelli, i mercati, si impietosiscano e ti diano fiducia perché hai dimostrato buona volontà, rigore e austerità (distruggendo nel frattempo quote importanti di ricchezza nazionale).

Ma lo spirito sociale è come il coraggio di don Abbondio: se i mercati non ce l’hanno, mica se lo possono dare. Perciò siamo di nuovo a Angela Merkel, ai governi europei, alle responsabilità politiche dell’Unione: loro, uno spirito sociale ce l’hanno oppure no? Se ce l’hanno, è l’ora di dimostrarlo.

L’Unità, 4 setembre 2012

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