La missione: fugare il rischio Unione

Ha ragione Renzi. Ora che i numeri del ballottaggio premiano Bersani, che vince nettamente, intorno a quota 60%, bisogna riconoscere il grande merito di Renzi: «Era giusto provarci», ha detto, e se avrà trasmesso al centrosinistra questo spirito, lo spirito di chi intende provarci senza tirarsi indietro, senza che il braccino tremi, gli avrà regalato anche l’animo giusto per ripartire, non solo una sfida aperta e appassionante. Renzi ha avuto ragione anzitutto nel lanciare la sfida, perché c’era realmente la possibilità di contendere la leadership dello schieramento di centrosinistra. Tutte le polemiche e il nervosismo sulle regole non cancellano questo importante dato di fatto: auguriamoci anzi che la contendibilità della leadership valga anche per il centrodestra, che ne ha sicuramente bisogno.

Ma poi Renzi ha avuto anche ragione nel delineare una linea di confronto netta che attraversa effettivamente lo spazio politico e culturale del centrosinistra a livello europeo. Del resto, è stato Renzi ad evocare esplicitamente, in queste settimane, la terza via di Tony Blair, proponendosi così di ricalcare le orme del New Labour  (e provando, senza riuscirci, a incontrare l’altro protagonista della terza via degli anni ‘90, in trasferta a Firenze: Bill Clinton), mentre Bersani ha cercato le sue somiglianze piuttosto dalle parti della socialdemocrazia tedesca di Sigmar Gabriel o del socialista francese Hollande (che ha incontrato all’Eliseo). Difficile è dire se fosse necessario che un simile confronto passasse anche attraverso il tema contundente della rottamazione: un problema reale tenuto insieme a una motivazione strumentale. Bersani lo ha declinato in una forma diversa. Parlando a Stella, la città natale di Sandro Pertini (che forse avrebbe potuto mettere nel suo Pantheon personale, insieme a Papa Giovanni), ha detto: “non possiamo avere foglie nuove se si tagliano le radici. Altrimenti, sono foglie degli altri e non le tue”. Alla fine ha avuto ragione lui, in fatto di rinnovamento: non solo perché ha vinto, ma perché sarà difficile, adesso, appioppargli le etichette alle quali Renzi ha cercato di inchiodarlo nel corso della campagna elettorale.

Qui cominciano dunque le ragioni di cui può farsi forte Bersani. Anzitutto la legittimazione del voto: la seconda che gli arriva, dopo quella che lo premiò portandolo alla guida del Pd. Rotonda, inequivocabile, convinta. Avesse vinto di misura, si sarebbe ritrovato in mano una vittoria a metà: qualcuno, dentro il suo partito, avrebbe recriminato sulla scelta di indire le primarie; qualcun altro, fuori dal suo partito, avrebbe potuto mettere in dubbio la sua capacità di leadership. Dopo il voto di ieri, così non sarà.

In secondo luogo, Bersani può prendersi la soddisfazione di avere vinto, se così si può dire, non nonostante il partito, ma grazie al partito che lo ha sostenuto. Bersani può celebrare una vittoria che è anche una vittoria del suo partito, non l’inizio della sua destrutturazione (come forse sarebbe stato nel caso di una vittoria di Renzi). Di questi tempi, non è poco. Non è peraltro questione che riguardi solo il Pd, o solo il centrosinistra, perché investe l’intero campo della politica italiana. La quale è stata per anni alle prese con l’insufficienza e i limiti di partiti politici drammaticamente al di sotto delle esigenze del paese. Col voto di domenica, c’è forse una prima inversione di tendenza. Se poi è vero che l’Europa e l’Italia scontano un deficit di politica e democrazia, se vi è un nesso fra lo stato delle istituzioni politiche, nazionali ed europee, e le difficoltà di far fronte alla crisi, è difficile non considerare salutare la vittoria di Bersani, e il segretario del Pd ha qualche buona ragione in più da incassare col voto.

Naturalmente, è presto per dire se il centrosinistra si rivelerà all’altezza. Le primarie, d’altronde, non sono la panacea di tutti i mali. Per giunta, stanno dentro un sistema istituzionale ed elettorale che non è fatto per esse, perché non ha quella inclinazione presidenziale o semipresidenziale alle quali di norma si sposano. Qui sta forse il vero punto dolente: Renzi ha insinuato sensatamente il dubbio che con Bersani il centrosinistra rischia di ritornare alle armate brancaleone, alla non rimpianta Unione del 2006. Ma Bersani ha altrettanto sennatamente fatto valere il più alto potere coalizionale che il centrosinistra può vantare con la sua guida: con le regole vigenti, è una carta in più, ed è, soprattutto, una carta necessaria da tenere in mano e, se necessario, giocare. La partita, del resto, non è lontana.

Il Mattino, 3 dicembre 2012bersani-vendola

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Una risposta a “La missione: fugare il rischio Unione

  1. Paragonare Renzi a Tony Blair, anche se non lo prenderei ad esempio, è una “bestemmia”. Tony Blair viene dal dopo Thatcher, cosa non da poco. Renzi viene dalla DC e dal nulla assoluto. Confondere gli slogan con i programmi è solo esercizio strumentale e truffaldino. Serve ben altro per rendere credibile un piccolo pagliaccetto di provincia. Rendere poi un ciccione di città credibile è improbo. Siete ridotti a poca e miserabile cosa. I pagliacci. Allenatevi meglio e scegliete qualcosa di meglio di una banale controfigura del Berlusconismo. Blair fu controfigura di persona di grandi spessori, anche se da me non condivisi, che hanno fatto epoca. LA sola “epoca” di Renzi erano le sue gite ad Arcore ed i ciccioni seduti nei cessi ad attendere nomine parlamentari di altri.

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