Archivi del giorno: febbraio 13, 2013

L’addio che vale una domanda: che cos’è la fede?

Il significato di un gesto non si colloca mai soltanto nel campo delle intenzioni di chi lo compie. Ciò è tanto più vero, quanto più quel gesto è iscritto in una trama ampia di connessioni storiche, simboliche, istituzionali che lo trascendono, che lo sostengono ed a cui si sostiene. Per questo, tutte le analisi delle dimissioni annunciate da Benedetto XVI, le quali si soffermano sulle poche parole pronunciate in latino per congetture sul peso avuto dalle condizioni di salute, oppure sullo stato d’animo del Pontefice, o anche soltanto sulle circostanze più o meno contingenti che possono aver spinto l’uomo a compiere un gesto così clamoroso, possono tutte dare risalto al profilo psicologico oppure a più robuste dinamiche ecclesiali, e possono mantenere anche una doverosa forma di discrezione e rispetto per la figura di Joseph Ratzinger, ma riescono insufficienti, inadeguate per principio.

Di più: l’inadeguatezza è nelle cose stesse, poiché il significato del passo compiuto non sta in nulla di ciò che sia già accaduto, ma dipende in misura decisiva da quel che accadrà o potrà accadere. E non nelle prossime settimane, ma nei prossimi anni, nei decenni futuri. L’interpretazione di ogni gesto, e tanto più di un gesto così rilevante, è rimessa sempre al futuro. Per questo, non sono di particolare aiuto né i (rarissimi) precedenti storici, né i polverosi rimandi al diritto canonico: che la possibilità delle dimissioni sia perfettamente iscritta nella legge della Chiesa, infatti, non spiega nulla. E per la verità non sono sufficienti neppure le spiegazioni che cercano retroscena negli anni del Pontificato, oppure evidenziano difficoltà e resistenze incontrate dentro la Curia romana, o infine enfatizzano gli scandali, la «sporcizia della Chiesa». Non perché questi elementi non possono essere stati tenuti presenti, ma perché l’area di significato al quale appartiene il gesto di Benedetto XVI non è ancora tracciata: solo la storia (per i credenti: la Provvidenza) si preoccuperà di farlo. La storia, infatti, la fanno certamente gli uomini, come diceva Vico, ma con altrettanta certezza non sono semplicemente le loro intenzioni a farla (Vico sapeva anche questo).

Dove dunque guardare? Il gesto di Benedetto XVI, come ogni atto di portata storico-universale, si situa in un tempo del tutto particolare: non appartiene infatti al contesto presente, neppure ora che si sta compiendo sotto i nostri occhi; non è confitto in nessuna vicenda che si sia già consumata e con cui si possano già fare i conti. Appartiene invece a quella dimensione affatto particolare che è il futuro anteriore: è solo quel che «sarà stato», quando sarà riguardato dal futuro al quale appartiene, e in cui getta, con un inaudito carico di inquietudini, la storia stessa della Chiesa di Roma.

Non è, questo, solo un modo per lavarsene le mani, e rimandare al futuro lavoro degli storici la comprensione delle cause (e degli effetti, importanti almeno quanto le cause, e così difficili da determinare ora). Al contrario: è invece il modo per dargli il significato più teso di una domanda, rivolta alla Chiesa dal cuore stesso della Chiesa. Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty diceva che il mondo, il mondo tutto intero e ogni ente nel mondo, esiste allo stato interrogativo. Joseph Ratzinger ha portato lo stato interrogativo nella vita della Chiesa. Che il Papa, che il Vicario di Cristo lasci la sede petrina, non può non significare che va di nuovo domandato, con inaudita radicalità, che cosa significhi essere cristiani oggi. E, domanda non meno conturbante, che cosa significhi esserlo nella Chiesa e per la Chiesa. Se il Papa ha giudicato che le sue forze non fossero più sufficienti a portare il peso del magistero papale, ciò non vuol forse dire che ogni cristiano, e la Chiesa intera, deve nuovamente domandarsi come portare quel peso, che cosa significa la presenza della Chiesa nel mondo, essere pellegrini nella storia, essere non al passo coi tempi ma segno dei tempi?

In una simile domanda c’è tutto il senso insieme teologico ed esistenziale dell’essere cristiani: non c’è dunque nulla di straordinariamente moderno, come provano a dire scioccamente quanti intendono l’istituto delle dimissioni sul piede delle consuetudini giuridiche degli Stati contemporanei. Ma non c’è neppure nulla di tradizionale, se non altro per l’eccezionalità del caso. Il fatto è che tradizione e modernità, continuità e discontinuità sono convocate insieme dal gesto di Papa Benedetto XVI, e rimangono drammaticamente indecise, aperte tuttora alle possibilità della storia e, per i credenti, all’attesa fiduciosa e alla speranza.

(in versione ridotta, questo articolo è apparso su Il Mattino di oggi)

Perché serve una nuova razionalità europea

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L’Europa è un’invenzione. Il suo significato geografico non coincide con il suo significato politico, e quest’ultimo non coincide con nessuna delle istituzioni che attualmente ne disegnano la fisionomia. Per giunta in nessuna determinante storica, culturale, linguistica o economica l’Europa può trovare un fondamento univoco, inconcusso. Il fatto che oggi l’Europa ci sia – in maniera incompleta e sbilenca, come unione europea e, più limitatamente, come unione monetaria – non toglie che avrebbe potuto non esserci. Non basta neppure che Draghi dica da Francoforte che l’euro è una decisione irreversibile, per togliere all’Europa il suo carattere contingente. Tale carattere si trova infatti all’origine, nel suo progetto istitutivo. Altiero Spinelli la progettava a Ventotene, mentre ancora infuriava la guerra e di una pacifica cooperazione fra i paesi europei sembrava del tutto utopico parlare. Il che non vuol dire solo che l’Europa bisognava inventarsela, ma che essa avrebbe potuto vivere e può tuttora vivere solo mantenendo lo slancio di un’invenzione, trovando l’energia politica per investire sempre nuovamente di senso il futuro del continente. Il che non equivale a un fiacco idealismo, ma al contrario si traduce nel realismo di chi conosce lo statuto potenziale, non finito, di tutto ciò che è reale.

L’Europa è un’invenzione, e non lo è oggi meno di quanto lo fosse ieri. Ma dov’è, oggi, quella energia? All’indomani di un Consiglio europeo che si è chiuso, come già molte volte in passato, al ribasso, è lecito, anzi doveroso, porre la domanda. Non si tratta solo delle ristrettezze di bilancio e dell’insufficienza delle soluzioni che a livello comunitario vengono adottate per fronteggiare la crisi, dell’austerità e dei tagli, ma più profondamente dell’incapacità di avere nuovamente un disegno, di pensare l’Europa, un’Europa diversa, fuori dal suo attuale stato di necessità.

Ogni costruzione storico-politica non vive solo nel presente, ma sempre anche nel punto in cui incrocia ancora la sua origine: solo così può avere un futuro, solo da lì può attingere l’energia di cui ha bisogno. Il presente sono i dati drammatici della crisi, ma anche l’impasse in cui si trova la capacità di azione degli organismi europei. Cosa c’era però all’origine? L’origine è infatti ciò in cui si mantiene l’essenza di una cosa. E l’origine dello spirito europeo era ed è nella risposta alla guerra e agli egoismi nazionali. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione. Ma è il posto vuoto che deve rimanere libero, la posizione che nessuna nazione può né deve occupare: questo è il suo limite, ma anche la sua ragion d’essere. Così fu all’indomani del conflitto mondiale, così è stato anche quando si è aperto un nuovo ciclo della costruzione europea, tra l’89 e il 92, tra il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht.

L’origine, però, non è mai pura: più cose vi confluiscono dentro. L’attuale assetto europeo dipende dalle decisioni che furono prese allora, in quel giro di anni, e che furono prese per tenere insieme il centro e la periferia, la Germania riunificata e il concerto europeo delle nazioni. Quelle decisioni non furono abbastanza lungimiranti: le difficoltà nella creazione di una moneta unica erano infatti ben chiare fin da allora, e anche la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, di favorire la convergenza fra le economie, di prevedere trasferimenti di bilancio. Un’unione monetaria sovranazionale non può reggere a lungo con politiche fiscali nazionali. Qualcosa dunque fu fatto; ma molto altro non fu fatto. Ma né i parametri di Maastricht né i successivi articoli del Trattato di Lisbona condannano l’Unione all’inazione o alla paralisi, né la privano di strumenti per fronteggiare la crisi, e soprattutto reagire agli egoismi, ai populismi e ai nazionalismi risorgenti, recuperando la propria ratio fondativa.

Non sono insomma gli strumenti, a mancare, ma la ragione politica. Noi abbiamo bisogno, ha detto l’ex cancelliere Helmut Schmidt nel 2011 in un discorso davvero memorabile – denso di storia, gravido di futuro – di una nuova «razionalità europea». Razionale è infatti il superamento degli interessi particolari, anche se si situa lungo un crinale difficile. L’Unione europea, ragionava Schmidt con lucido realismo, non può diventare un vero Stato federale. Ma è altrettanto realistico dire che non può neppure retrocedere a mera Lega di Stati. Tra l’uno e l’altra non c’è, però, il nulla, bensì lo spazio dell’invenzione europea. Ai governanti europei non bisogna chiedere di meno; alle democrazie europee bisogna chiedere di più. Perché senza l’ambizione di disegnare ancora i tratti inediti di quello spazio mai concluso non c’è Europa, non c’è unione, e non c’è futuro.

L’Europa è un’invenzione. Il suo significato geografico non coincide con il suo significato politico, e quest’ultimo non coincide con nessuna delle istituzioni che attualmente ne disegnano la fisionomia. Per giunta in nessuna determinante storica, culturale, linguistica o economica l’Europa può trovare un fondamento univoco, inconcusso. Il fatto che oggi l’Europa ci sia – in maniera incompleta e sbilenca, come unione europea e, più limitatamente, come unione monetaria – non toglie che avrebbe potuto non esserci. Non basta neppure che Draghi dica da Francoforte che l’euro è una decisione irreversibile, per togliere all’Europa il suo carattere contingente. Tale carattere si trova infatti all’origine, nel suo progetto istitutivo. Altiero Spinelli la progettava a Ventotene, mentre ancora infuriava la guerra e di una pacifica cooperazione fra i paesi europei sembrava del tutto utopico parlare. Il che non vuol dire solo che l’Europa bisognava inventarsela, ma che essa avrebbe potuto vivere e può tuttora vivere solo mantenendo lo slancio di un’invenzione, trovando l’energia politica per investire sempre nuovamente di senso il futuro del continente. Il che non equivale a un fiacco idealismo, ma al contrario si traduce nel realismo di chi conosce lo statuto potenziale, non finito, di tutto ciò che è reale.

L’Europa è un’invenzione, e non lo è oggi meno di quanto lo fosse ieri. Ma dov’è, oggi, quella energia? All’indomani di un Consiglio europeo che si è chiuso, come già molte volte in passato, al ribasso, è lecito, anzi doveroso, porre la domanda. Non si tratta solo delle ristrettezze di bilancio e dell’insufficienza delle soluzioni che a livello comunitario vengono adottate per fronteggiare la crisi, dell’austerità e dei tagli, ma più profondamente dell’incapacità di avere nuovamente un disegno, di pensare l’Europa, un’Europa diversa, fuori dal suo attuale stato di necessità.

Ogni costruzione storico-politica non vive solo nel presente, ma sempre anche nel punto in cui incrocia ancora la sua origine: solo così può avere un futuro, solo da lì può attingere l’energia di cui ha bisogno. Il presente sono i dati drammatici della crisi, ma anche l’impasse in cui si trova la capacità di azione degli organismi europei. Cosa c’era però all’origine? L’origine è infatti ciò in cui si mantiene l’essenza di una cosa. E l’origine dello spirito europeo era ed è nella risposta alla guerra e agli egoismi nazionali. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione. Ma è il posto vuoto che deve rimanere libero, la posizione che nessuna nazione può né deve occupare: questo è il suo limite, ma anche la sua ragion d’essere. Così fu all’indomani del conflitto mondiale, così è stato anche quando si è aperto un nuovo ciclo della costruzione europea, tra l’89 e il 92, tra il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht.

L’origine, però, non è mai pura: più cose vi confluiscono dentro. L’attuale assetto europeo dipende dalle decisioni che furono prese allora, in quel giro di anni, e che furono prese per tenere insieme il centro e la periferia, la Germania riunificata e il concerto europeo delle nazioni. Quelle decisioni non furono abbastanza lungimiranti: le difficoltà nella creazione di una moneta unica erano infatti ben chiare fin da allora, e anche la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, di favorire la convergenza fra le economie, di prevedere trasferimenti di bilancio. Un’unione monetaria sovranazionale non può reggere a lungo con politiche fiscali nazionali. Qualcosa dunque fu fatto; ma molto altro non fu fatto. Ma né i parametri di Maastricht né i successivi articoli del Trattato di Lisbona condannano l’Unione all’inazione o alla paralisi, né la privano di strumenti per fronteggiare la crisi, e soprattutto reagire agli egoismi, ai populismi e ai nazionalismi risorgenti, recuperando la propria ratio fondativa.

Non sono insomma gli strumenti, a mancare, ma la ragione politica. Noi abbiamo bisogno, ha detto l’ex cancelliere Helmut Schmidt nel 2011 in un discorso davvero memorabile – denso di storia, gravido di futuro – di una nuova «razionalità europea». Razionale è infatti il superamento degli interessi particolari, anche se si situa lungo un crinale difficile. L’Unione europea, ragionava Schmidt con lucido realismo, non può diventare un vero Stato federale. Ma è altrettanto realistico dire che non può neppure retrocedere a mera Lega di Stati. Tra l’uno e l’altra non c’è, però, il nulla, bensì lo spazio dell’invenzione europea. Ai governanti europei non bisogna chiedere di meno; alle democrazie europee bisogna chiedere di più. Perché senza l’ambizione di disegnare ancora i tratti inediti di quello spazio mai concluso non c’è Europa, non c’è unione, e non c’è futuro.

(Il Messaggero)