Perché serve una nuova razionalità europea

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L’Europa è un’invenzione. Il suo significato geografico non coincide con il suo significato politico, e quest’ultimo non coincide con nessuna delle istituzioni che attualmente ne disegnano la fisionomia. Per giunta in nessuna determinante storica, culturale, linguistica o economica l’Europa può trovare un fondamento univoco, inconcusso. Il fatto che oggi l’Europa ci sia – in maniera incompleta e sbilenca, come unione europea e, più limitatamente, come unione monetaria – non toglie che avrebbe potuto non esserci. Non basta neppure che Draghi dica da Francoforte che l’euro è una decisione irreversibile, per togliere all’Europa il suo carattere contingente. Tale carattere si trova infatti all’origine, nel suo progetto istitutivo. Altiero Spinelli la progettava a Ventotene, mentre ancora infuriava la guerra e di una pacifica cooperazione fra i paesi europei sembrava del tutto utopico parlare. Il che non vuol dire solo che l’Europa bisognava inventarsela, ma che essa avrebbe potuto vivere e può tuttora vivere solo mantenendo lo slancio di un’invenzione, trovando l’energia politica per investire sempre nuovamente di senso il futuro del continente. Il che non equivale a un fiacco idealismo, ma al contrario si traduce nel realismo di chi conosce lo statuto potenziale, non finito, di tutto ciò che è reale.

L’Europa è un’invenzione, e non lo è oggi meno di quanto lo fosse ieri. Ma dov’è, oggi, quella energia? All’indomani di un Consiglio europeo che si è chiuso, come già molte volte in passato, al ribasso, è lecito, anzi doveroso, porre la domanda. Non si tratta solo delle ristrettezze di bilancio e dell’insufficienza delle soluzioni che a livello comunitario vengono adottate per fronteggiare la crisi, dell’austerità e dei tagli, ma più profondamente dell’incapacità di avere nuovamente un disegno, di pensare l’Europa, un’Europa diversa, fuori dal suo attuale stato di necessità.

Ogni costruzione storico-politica non vive solo nel presente, ma sempre anche nel punto in cui incrocia ancora la sua origine: solo così può avere un futuro, solo da lì può attingere l’energia di cui ha bisogno. Il presente sono i dati drammatici della crisi, ma anche l’impasse in cui si trova la capacità di azione degli organismi europei. Cosa c’era però all’origine? L’origine è infatti ciò in cui si mantiene l’essenza di una cosa. E l’origine dello spirito europeo era ed è nella risposta alla guerra e agli egoismi nazionali. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione. Ma è il posto vuoto che deve rimanere libero, la posizione che nessuna nazione può né deve occupare: questo è il suo limite, ma anche la sua ragion d’essere. Così fu all’indomani del conflitto mondiale, così è stato anche quando si è aperto un nuovo ciclo della costruzione europea, tra l’89 e il 92, tra il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht.

L’origine, però, non è mai pura: più cose vi confluiscono dentro. L’attuale assetto europeo dipende dalle decisioni che furono prese allora, in quel giro di anni, e che furono prese per tenere insieme il centro e la periferia, la Germania riunificata e il concerto europeo delle nazioni. Quelle decisioni non furono abbastanza lungimiranti: le difficoltà nella creazione di una moneta unica erano infatti ben chiare fin da allora, e anche la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, di favorire la convergenza fra le economie, di prevedere trasferimenti di bilancio. Un’unione monetaria sovranazionale non può reggere a lungo con politiche fiscali nazionali. Qualcosa dunque fu fatto; ma molto altro non fu fatto. Ma né i parametri di Maastricht né i successivi articoli del Trattato di Lisbona condannano l’Unione all’inazione o alla paralisi, né la privano di strumenti per fronteggiare la crisi, e soprattutto reagire agli egoismi, ai populismi e ai nazionalismi risorgenti, recuperando la propria ratio fondativa.

Non sono insomma gli strumenti, a mancare, ma la ragione politica. Noi abbiamo bisogno, ha detto l’ex cancelliere Helmut Schmidt nel 2011 in un discorso davvero memorabile – denso di storia, gravido di futuro – di una nuova «razionalità europea». Razionale è infatti il superamento degli interessi particolari, anche se si situa lungo un crinale difficile. L’Unione europea, ragionava Schmidt con lucido realismo, non può diventare un vero Stato federale. Ma è altrettanto realistico dire che non può neppure retrocedere a mera Lega di Stati. Tra l’uno e l’altra non c’è, però, il nulla, bensì lo spazio dell’invenzione europea. Ai governanti europei non bisogna chiedere di meno; alle democrazie europee bisogna chiedere di più. Perché senza l’ambizione di disegnare ancora i tratti inediti di quello spazio mai concluso non c’è Europa, non c’è unione, e non c’è futuro.

L’Europa è un’invenzione. Il suo significato geografico non coincide con il suo significato politico, e quest’ultimo non coincide con nessuna delle istituzioni che attualmente ne disegnano la fisionomia. Per giunta in nessuna determinante storica, culturale, linguistica o economica l’Europa può trovare un fondamento univoco, inconcusso. Il fatto che oggi l’Europa ci sia – in maniera incompleta e sbilenca, come unione europea e, più limitatamente, come unione monetaria – non toglie che avrebbe potuto non esserci. Non basta neppure che Draghi dica da Francoforte che l’euro è una decisione irreversibile, per togliere all’Europa il suo carattere contingente. Tale carattere si trova infatti all’origine, nel suo progetto istitutivo. Altiero Spinelli la progettava a Ventotene, mentre ancora infuriava la guerra e di una pacifica cooperazione fra i paesi europei sembrava del tutto utopico parlare. Il che non vuol dire solo che l’Europa bisognava inventarsela, ma che essa avrebbe potuto vivere e può tuttora vivere solo mantenendo lo slancio di un’invenzione, trovando l’energia politica per investire sempre nuovamente di senso il futuro del continente. Il che non equivale a un fiacco idealismo, ma al contrario si traduce nel realismo di chi conosce lo statuto potenziale, non finito, di tutto ciò che è reale.

L’Europa è un’invenzione, e non lo è oggi meno di quanto lo fosse ieri. Ma dov’è, oggi, quella energia? All’indomani di un Consiglio europeo che si è chiuso, come già molte volte in passato, al ribasso, è lecito, anzi doveroso, porre la domanda. Non si tratta solo delle ristrettezze di bilancio e dell’insufficienza delle soluzioni che a livello comunitario vengono adottate per fronteggiare la crisi, dell’austerità e dei tagli, ma più profondamente dell’incapacità di avere nuovamente un disegno, di pensare l’Europa, un’Europa diversa, fuori dal suo attuale stato di necessità.

Ogni costruzione storico-politica non vive solo nel presente, ma sempre anche nel punto in cui incrocia ancora la sua origine: solo così può avere un futuro, solo da lì può attingere l’energia di cui ha bisogno. Il presente sono i dati drammatici della crisi, ma anche l’impasse in cui si trova la capacità di azione degli organismi europei. Cosa c’era però all’origine? L’origine è infatti ciò in cui si mantiene l’essenza di una cosa. E l’origine dello spirito europeo era ed è nella risposta alla guerra e agli egoismi nazionali. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione. Ma è il posto vuoto che deve rimanere libero, la posizione che nessuna nazione può né deve occupare: questo è il suo limite, ma anche la sua ragion d’essere. Così fu all’indomani del conflitto mondiale, così è stato anche quando si è aperto un nuovo ciclo della costruzione europea, tra l’89 e il 92, tra il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht.

L’origine, però, non è mai pura: più cose vi confluiscono dentro. L’attuale assetto europeo dipende dalle decisioni che furono prese allora, in quel giro di anni, e che furono prese per tenere insieme il centro e la periferia, la Germania riunificata e il concerto europeo delle nazioni. Quelle decisioni non furono abbastanza lungimiranti: le difficoltà nella creazione di una moneta unica erano infatti ben chiare fin da allora, e anche la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, di favorire la convergenza fra le economie, di prevedere trasferimenti di bilancio. Un’unione monetaria sovranazionale non può reggere a lungo con politiche fiscali nazionali. Qualcosa dunque fu fatto; ma molto altro non fu fatto. Ma né i parametri di Maastricht né i successivi articoli del Trattato di Lisbona condannano l’Unione all’inazione o alla paralisi, né la privano di strumenti per fronteggiare la crisi, e soprattutto reagire agli egoismi, ai populismi e ai nazionalismi risorgenti, recuperando la propria ratio fondativa.

Non sono insomma gli strumenti, a mancare, ma la ragione politica. Noi abbiamo bisogno, ha detto l’ex cancelliere Helmut Schmidt nel 2011 in un discorso davvero memorabile – denso di storia, gravido di futuro – di una nuova «razionalità europea». Razionale è infatti il superamento degli interessi particolari, anche se si situa lungo un crinale difficile. L’Unione europea, ragionava Schmidt con lucido realismo, non può diventare un vero Stato federale. Ma è altrettanto realistico dire che non può neppure retrocedere a mera Lega di Stati. Tra l’uno e l’altra non c’è, però, il nulla, bensì lo spazio dell’invenzione europea. Ai governanti europei non bisogna chiedere di meno; alle democrazie europee bisogna chiedere di più. Perché senza l’ambizione di disegnare ancora i tratti inediti di quello spazio mai concluso non c’è Europa, non c’è unione, e non c’è futuro.

(Il Messaggero)
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