Donne, la parità non si predica ma si pratica

Una candidata donna al Quirinale: è quanto auspicano molti leader politici in questi giorni. Ma può un curriculum finire qua? Possono le altre referenze, ed esperienze, e competenze, sparire, perché venga promossa esclusivamente una scelta in base al sesso? Ed è nell’interesse delle donne che scompaia ogni altra motivazione, in omaggio al riequilibrio di genere, e in oltraggio a tutto il resto? Bene, chiariamo subito un punto: l’Italia è ancora oggi una società maschilista. Basta passare in rassegna i vertici delle società per azioni, i ruoli dirigenti della pubblica amministrazione oppure i primari ospedalieri, o infine le stesse direzioni dei giornali, per rendersene conto. Ma c’è da dubitare che la promozione a ruoli di responsabilità di una donna semplicemente in quanto donna renda davvero giustizia alle sue doti, ai suoi talenti e ai suoi meriti, e non finisca invece col perpetuare logiche sessiste. Col risarcire cioè una tantum le donne per i torti e le discriminazioni subite, senza però rimuovere – come recita la nostra Costituzione –, anzi senza nemmeno scalfire gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono l’uguaglianza fra i sessi.

Certo, viviamo in un paese in cui, purtroppo, è più facile predicare la parità di genere che praticarla, in cui le battute grevi e da caserma fanno ancora simpatia e riscuotono l’applauso, in cui i comportamenti misogini non sono socialmente sanzionati ma spesso esplicitamente approvati, e in cui gli stereotipi nella rappresentazione della donna sono duri a morire, e anzi nutrono costantemente il racconto pubblico dei media e della televisione. Per cui ben venga una donna al Quirinale, e ben vengano anche centinaia di donne in Parlamento. Ma vengano per tutto ciò che portano con sé, con le loro storie collettive e le loro qualità individuali, con la loro cultura e, anche, la loro differenza, e non solo perché sarebbe bello se finalmente toccasse a una donna, tutto il resto rimanendo uguale a prima.

Nell’ultimo rapporto 2012 del World Economic Forum sul «gender gap», cioè sul divario che ancora separa le donne dagli uomini, l’Italia perde sei posizioni rispetto all’anno precedente e si colloca tristemente in ottantesima posizione, subito dopo Botswana, Perù e Cipro (ma prima, va detto, di Ungheria e Grecia).  Il rapporto prende in considerazione quattro fattori principali:  il livello di istruzione, le condizioni di salute, la condivisione di potere politico e infine la partecipazione alla vita economica e le opportunità di lavoro offerte alle donne. Inutile dire che è in particolare in quest’ultimo campo che l’Italia – complice la crisi – ha perso terreno nell’ultimo anno. Il dato colpisce ancora di più se solo si osserva la forte correlazione, evidenziata dagli estensori del rapporto, fra il divario di genere e la competitività di un paese, nel senso che quanto minore è il primo tanto maggiore è la seconda. Insomma: meno donne lavorano, più una nazione scivola indietro. Il che lascia anche pensare che nei curriculum delle donne si trovano risorse che meritano di essere valorizzate nell’interesse generale del paese, e non accantonate per limitarsi ad ossequiare il genere.

In occasione della manifestazione One Billion Rising dello scorso 14 febbraio – milioni di donne in tutto il mondo, in mille piazze di mille città hanno ballato insieme, contro la violenza di genere, gli stupri e i femminicidi – la scrittrice Michela Murgia ha spiegato che il suo significato più profondo è «quello di averci costrette a dire con il nostro stesso corpo che il cambiamento viene da noi, dalle donne, dalle scelte che facciamo, dal valore che decidiamo di darci e dal modo in cui scegliamo di agire dentro ai nostri contesti». Se questo è vero – ed è vero, così come è vero che il comportamento degli uomini non cambia se non in ragione di quanto quel cambiamento viene esigito, e praticato, e conquistato dalle donne stesse – allora non può trattarsi di riconoscimenti formali o peggio di graziose concessioni, neppure quando è in gioco la più alta carica della Repubblica.

Se tocca a una donna, dunque, è perché è più brava. Punto. E di questo, almeno, non c’è ragione di dubitare: che di donne brave ce ne sono, e ce ne saranno sempre più. 

Il Mattino, 21 febbraio 2013

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