Archivi del mese: marzo 2013

Governo, il ruolo del Pd nella sfida di Bersani

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: e allora perché la direzione nazionale del partito democratico si è riunita ieri, prima cioè che cominciasse il gioco vero, ossia le consultazioni delle forze politiche da parte del presidente quasi-incaricato? Più che un segnale di forza, è parso un segnale di debolezza. Finora, Bersani ha infatti incontrato le parti sociali, e per quanta attenzione abbia voluto mostrare nei loro confronti, ben difficilmente avrà potuto trarre da esse elementi utili allo scioglimento del nodo politico dinanzi al quale si trova. La partita vera comincia soltanto oggi. E dunque la direzione nazionale del Pd non aveva nuovi elementi da valutare, e non ha potuto fare altro che confermare la linea politica fissata all’indomani del voto, quando, con un unanimismo invero un po’ sospetto, aveva dato mandato al segretario del Pd di tentare di costruire un’intesa col Movimento 5 Stelle, sulla base di pochi punti programmatici. Perché allora questo nuovo passaggio in direzione, se non per ricompattare il partito? Comunque se ne valuti l’esito, la riunione di ieri dimostra perciò che il bisogno di ricompattarsi c’era.

C’era e c’è. E più passa il tempo, più va avanti Bersani nel suo tentativo, più rischia di dimostrare, qualora non dovesse riuscire, che la ricerca di una maggioranza parlamentare è il tappo che rischia di saltare ma anche di far saltare il Pd, qualora il segretario non dovesse riuscire nell’impresa. Al di là delle dichiarazioni di maniera, con un Renzi che si fa notare di più non andando in direzione che facendosi presente, quel che si vede è un pezzo del partito che spinge verso le elezioni, mentre un altro pezzo sembra disponibile a cercare intese col centrodestra. Una parte sposa senz’altro la bandiera del cambiamento, mentre un’altra insiste sulla necessità di dare comunque un governo al paese. Non solo. Ma la stessa croce portata da Bersani nel corso della campagna elettorale – alleanza con Vendola, però appoggiando Monti, magari in vista di un governo con Monti, però appoggiato da Vendola – sembra tornare a pesare nuovamente tutta intera sulle spalle del segretario, ben oltre il tentativo in corso.

Le croci, si sa, sono conficcate nel cuore del presente, ma ce ne vuole – e come! – per fare come Hegel, il padre nobile di ogni idea della politica come mediazione: per riuscire cioè a godere della ragione come della rosa che fiorisce nella croce, e concilia con la realtà. La conciliazione, la risoluzione delle contraddizioni sembra parecchio lontana dallo spuntare salvifica nel bel mezzo della crisi. Pare anzi che esse si facciano anche più aperte e laceranti, e che le parole pronunciate da D’Alema all’indomani della sconfitta del 2008, a proposito del Pd come «amalgama mal riuscito», tornino a pesare come una maledizione sui democratici.

In realtà, ogni grande partito ha sempre un’articolazione plurale al suo interno, e almeno una maggioranza e una minoranza, se e finché è per l’appunto un partito, e non un movimento o un popolo. Ma allora non deve mancargli neppure quella ragione in più che consente di contenere le differenze entro un unico progetto politico. Per esempio: la funzione nazionale che il partito punta ad avere. Oppure il ruolo di sistema che svolge all’interno del quadro politico. O, ancora, la visione del mondo – quella che un tempo si chiamava ideologia. Ma che succede quando questi elementi impallidiscono, quando i partiti perdono i loro fondamenti ideologici (com’è accaduto dopo l’89), quando il sistema politico perde la sua stabilità (come è accaduto dopo il ’92, e accade nuovamente adesso, col successo del movimento cinque stelle) e quando persino la funzione nazionale fatica ad essere riconosciuta, dal momento che quella funzione deve oggi essere reinterpretata in una cornice europea?

I numeri, certo, non aiutano Bersani. E mostrano tutti i limiti della «ditta». Ma al contempo coprono anche la difficoltà,mpiù profonda dello stesso insuccesso elettorale, di far fronte ai tre interrogativi in risposta ai quali soltanto si giustifica l’esistenza di un partito. La stessa linea politica ne dovrebbe discendere, invece di essere il filo faticosamente tessuto tra un colloquio e una dichiarazione di questo o quell’esponente democratico. Le stesse divergenze programmatiche, che pure ci sono e investono aspetti non secondari di una possibile azione di governo, vengono dopo. Che Bersani non possa tuttavia non incominciare da quelle, nella speranza di cucire insieme una maggioranza, per un verso è inevitabile, per altro verso è già l’ammissione implicita che tutti gli altri spazi della mediazione politica si sono consumati. E Bersani o non Bersani, non sarà facile al Pd, riaprirli.

Il MessageroIl Matino, 26 marzo 2013

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La retorica dell’infedeltà per fermare il dissenso

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«Qualunque trade in etterno è consunto». Se la si mette così, come la mette Dante nell’undicesimo canto dell’Inferno, per i cittadini senatori del Movimento Cinque Stelle che hanno dato il voto a Piero Grasso non c’è speranza: sono traditori, meritano pene infernali. Qualcosa del genere avrà pensato Beppe Grillo, che non si fa fatica ad immaginare come una figura dantesca: come Caronte dalle «lanose gote» e dagli «occhi di bragia», o come Minosse che sta «orribilmente e ringhia» e «giudica e manda» (manda al diavolo, ovviamente). Il codice di comportamento degli eletti, si legge sul blog del comico genovese, prevede che il voto venga deciso dal gruppo a maggioranza. Il voto in dissenso non è previsto. Ergo: quei senatori sono fuori, e Grillo si augura perciò che «traggano le dovute conseguenze».

Se invece si esce dal girone infernale delle scomuniche grilline, la storia la si può raccontare un po’ diversamente. C’è, in primo luogo, il dato giuridico. Benché Grillo mostri di considerare i vincoli che legano gli eletti al Movimento più stringenti di quelli previsti da dettato costituzionale e regolamenti parlamentari, una qualche consapevolezza del valore di questi ultimi sta facendo capolino persino tra i cittadini a cinque stelle. Il senatore Molinari ha per esempio invitato a distinguere tra ruoli politici e incarichi istituzionali. Distinzione sacrosanta: la presidenza del Senato è un ruolo istituzionale, cioè di garanzia rispetto a tutti i gruppi politici presenti in Parlamento. Se, d’altra parte, il regolamento richiede ai primi turni di votazione una maggioranza dei due terzi, è proprio perché intende favorire non l’inciucio, ma l’intesa istituzionale fra le forze politiche, meglio ancora se in un clima di collaborazione.

Se poi il voto viene espresso a scrutinio segreto, è perché un fondamentale principio di civiltà giuridica esige in generale, per il voto sulle persone, che sia mantenuta la segretezza, a tutela della dignità dell’eletto e della libertà dell’elettore. Grillo ora chiede invece che i senatori dichiarino pubblicamente il loro voto: di nuovo, considera che i principi del movimento siano più vincolanti, più qualificanti delle garanzie liberali, incorporate nella norma regolamentare. Nessuna meraviglia: poche settimane fa, il Megafono del Movimento (sempre Grillo) si era scagliato contro l’articolo 67 della Costituzione, il quale stabilisce che i parlamentari della Repubblica italiana siano eletti senza vincolo di mandato. Il vincolo che la Costituzione non prevede, il vincolo che in generale le costituzioni liberal-democratiche dell’Occidente non prevedono, è previsto invece dal Movimento Cinque Stelle, al quale sta decisamente stretta la mediazione della rappresentanza: la rifiuta in quanto mediazione, perché nel suo vocabolario politico significa sempre e in ogni caso compromesso, inciucio, accordo sotto banco, e la rifiuta in quanto rappresentanza, perché non considera l’eletto un rappresentante, bensì un mero esecutore della volontà popolare (dal Movimento ristretta però al «popolo della rete»).

Ma sta poi, in secondo luogo, il senso politico della faccenda. Del quale non fa parte la categoria del tradimento. Certo, noi siamo il Paese che ha convissuto a lungo e ancora convive con la retorica dell’infedeltà. A partire dal tradimento del Risorgimento, passando per il tradimento della Resistenza e quello della Costituzione, non c’è momento della storia politica italiana che non sia stato pensato e vissuto come una deviazione rispetto a una supposta purezza originaria. Persino l’inchiesta «Mani pulite», secondo qualcuno, è stata tradita negli anni della seconda Repubblica. Questa retorica è in realtà l’indice della difficoltà a conciliarsi con storia e caratteri della nazione italiana, piuttosto che la scia di continue nefandezze perpetrate da politicanti corrotti.

Dalle parti di Grillo la vivono invece così, e la vivono male. Ignari, peraltro, di episodi e momenti della vita parlamentare e politica del paese che sono passati proprio attraverso le voci critiche, pronunciatesi in dissenso dal proprio gruppo. Nei processi legislativi, come nelle elezioni alle alte cariche, non sono mai mancate voci dissenzienti, che hanno contravvenuto alla disciplina di gruppo non in nome di sordidi interessi e neppure per cecità politica, ma per il valore di una legge o per la considerazione di una persona. Non di soli Scilipoti vive infatti il Parlamento. Un esempio per tutti: l’elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Anche in quel caso, fu il centrosinistra a votare e a far eleggere il proprio candidato. E anche in quel caso ci fu qualche parlamentare di minoranza – segnatamente: dell’Udc – che, contravvenendo all’indicazione di partito di votare scheda bianca, scelse di dare il proprio voto al futuro Presidente. Col senno di poi, ma anche con quello di prima, è difficile entusiasmarsi per le accuse di tradimento di Giovanardi all’indirizzo di Follini e Tabacci (o, prima, di Berlusconi a Casini per il mancato sostegno a Gianni Letta). I due rivendicarono quel voto: per il valore dell’uomo e per favorire una più larga prospettiva di intesa fra le forze politiche. Forse ci avevano pure visto giusto: in ogni caso, la loro scelta non aveva nulla del disvalore morale che associamo in genere alla parola tradimento.

La vera differenza sta in ciò, che Follini e Tabacci diedero poi ulteriore seguito alla scelta, avvicinandosi progressivamente al centrosinistra. Che i «traditori» di venerdì scorso abbiano inaugurato un percorso simile è invece decisamente improbabile. Il Pd avrà forse vinto una battaglia, infatti, ma, per il momento, solo quella.

Il Conclave e l’Italia sospesa

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Lo spirito soffia dove vuole, ma se volesse pure dare una mano all’Italia, con l’elezione del nuovo Papa, agli italiani, laici o cattolici che siano, forse non dispiacerebbe. D’accordo: la Chiesa cattolica ha una missione universale, non soltanto nazionale, e i suoi fedeli sono sparsi in tutti i continenti, e l’Europa non è più così centrale come un tempo e l’Italia lo è ancora meno. E poi i tempi di un’istituzione bimillenaria non si misurano sul piede della cronaca o dell’attualità. E soprattutto la sua sola e unica domanda – la più angosciosa, la più drammatica – non può che essere la domanda del Vangelo: «quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?». Un Papa lo si fa per quello, perché il Figlio dell’uomo possa trovare ancora servi fedeli al suo ritorno. Sulla terra, non solo in quella piccola, alquanto malandata penisoletta che è l’Italia.

Ma questa volta il Conclave cade anche in un altro contesto: nel bel mezzo di una grave crisi economica e sociale, che dura da anni, a cui si è sommata una ancora più acuta crisi politica da cui non sappiamo se e quando l’Italia saprà uscire. Per questo se un soffio dello Spirito lambisse anche l’altra sponda del Tevere neppure l’ateo più accanito, forse, potrebbe dispiacersene.

Non è facile. Quando Friedrich Nietzsche spiegò cosa mai fosse il nichilismo, l’ospite inquietante che secondo lui ci avrebbe tenuto compagnia per un paio di secoli almeno (Nietzsche scriveva alla fine dell’800, dunque pure col nichilismo siamo ancora a metà del guado), provò a descriverla come quella situazione nella quale «l’uomo rotola via dal centro verso la x». E in effetti, mai come in questi giorni  di questa caduta non si vede il punto di arresto. Mai come in questa fase l’Italia sembra aver perduto stabilità e centralità, tanto rispetto al contesto europeo e internazionale quanto rispetto al suo stesso destino storico, che non sa più decifrare. Mai come in questa congiuntura, mentre un settennato volge al termine, e una nuova legislatura fatica a incominciare, e non c’è nessuno che abbia qualcosa più di un’ipotesi arrischiata sul futuro prossimo venturo, si sente la mancanza di certezze, e forse anche il bisogno di qualche rassicurazione. Così si aspetta la fumata bianca per poter pensare: almeno questa è fatta, qualcosa finalmente comincia ad andare per il verso giusto.

Non si tratta solo di psicologismo spicciolo: c’è effettivamente nel Paese una sorta di sospensione, di finta calma, di surreale immobilità. Persino i mercati finanziari sembrano attendere gli eventi, invece di tentare di determinarli con la solita, frenetica aggressività. Forse al paese è accaduto veramente di ritrovarsi sospeso in quella grande bonaccia delle Antille che raccontò Italo Calvino: senza un alito di vento verso una qualunque direzione, la nave dei corsari che rimane ferma per mesi, a fronteggiare da lungi i galeoni dei Papisti, in un’asfissiante bonaccia. Il fatto è che se domani, se nei prossimi giorni (ma presto, per carità!) dal comignolo di San Pietro venisse fuori un filo di fumo bianco, vorrebbe dire che almeno la barca di San Pietro ha ritrovato il suo capitano ed ha ripreso il mare.

La parabola marinara di Calvino era rivolta anzitutto contro l’immobilismo del PCI di Togliatti (che infatti la prese a male). Questa volta si tratta però, più gravemente, dello stallo dell’intero sistema politico, finito in un pauroso buco di vento.

Intendiamoci: neanche per la Chiesa la navigazione potrà essere tranquilla. Quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne la sua ultima omelia, prima che si chiudessero le porte del Conclave che lo scelse papa, parlò con inusitata determinazione della «sporcizia della Chiesa», da cui bisognava liberarsi. Dopo sono venuti gli scandali, lo Ior, Vatileaks, la pedofilia, il maggiordomo infedele e la riapertura del caso Orlandi, l’acuirsi della crisi delle vocazioni e gli scontri all’interno della Curia: infine, le inaudite dimissioni del Papa. Anche Ratzinger aveva usato una parabola marinara: «spesso, Signore, la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti». Ma Bemedetto XVI ha lasciato, e mettere la barca in condizione di affrontare nuovamente il mare è il compito del futuro Papa: un nuovo Pontefice potrebbe averne la forza, essere il legno al quale i credenti potranno aggrapparsi.

E l’Italia? Quando l’Italia potrà salpare nuovamente, da dove potrà ripartire? Dalla saggezza di Napolitano? Sicuramente, ma ha soltanto un mese di mandato davanti a sé. Dai partiti? Ma sono investiti da un ciclone ancora più impetuoso di quello che li travolse con Tangentopoli. Dal Movimento 5 Stelle? Ma sembra lontanissimo da una qualunque idea di governo, e finanche dalle consuetudini parlamentari. Da un nuovo spirito pubblico, allora?

Ecco: se lo Spirito, che soffia dove vuole, dopo aver lasciato la Cappella Sistina mandasse qualche sbuffo pure dalle nostre parti e facesse circolare un po’ di aria nuova, di idee e di forze nuove, forse anche l’Italia potrebbe riprendere il vento.

Il Messaggero, 12.03.2013