La retorica dell’infedeltà per fermare il dissenso

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«Qualunque trade in etterno è consunto». Se la si mette così, come la mette Dante nell’undicesimo canto dell’Inferno, per i cittadini senatori del Movimento Cinque Stelle che hanno dato il voto a Piero Grasso non c’è speranza: sono traditori, meritano pene infernali. Qualcosa del genere avrà pensato Beppe Grillo, che non si fa fatica ad immaginare come una figura dantesca: come Caronte dalle «lanose gote» e dagli «occhi di bragia», o come Minosse che sta «orribilmente e ringhia» e «giudica e manda» (manda al diavolo, ovviamente). Il codice di comportamento degli eletti, si legge sul blog del comico genovese, prevede che il voto venga deciso dal gruppo a maggioranza. Il voto in dissenso non è previsto. Ergo: quei senatori sono fuori, e Grillo si augura perciò che «traggano le dovute conseguenze».

Se invece si esce dal girone infernale delle scomuniche grilline, la storia la si può raccontare un po’ diversamente. C’è, in primo luogo, il dato giuridico. Benché Grillo mostri di considerare i vincoli che legano gli eletti al Movimento più stringenti di quelli previsti da dettato costituzionale e regolamenti parlamentari, una qualche consapevolezza del valore di questi ultimi sta facendo capolino persino tra i cittadini a cinque stelle. Il senatore Molinari ha per esempio invitato a distinguere tra ruoli politici e incarichi istituzionali. Distinzione sacrosanta: la presidenza del Senato è un ruolo istituzionale, cioè di garanzia rispetto a tutti i gruppi politici presenti in Parlamento. Se, d’altra parte, il regolamento richiede ai primi turni di votazione una maggioranza dei due terzi, è proprio perché intende favorire non l’inciucio, ma l’intesa istituzionale fra le forze politiche, meglio ancora se in un clima di collaborazione.

Se poi il voto viene espresso a scrutinio segreto, è perché un fondamentale principio di civiltà giuridica esige in generale, per il voto sulle persone, che sia mantenuta la segretezza, a tutela della dignità dell’eletto e della libertà dell’elettore. Grillo ora chiede invece che i senatori dichiarino pubblicamente il loro voto: di nuovo, considera che i principi del movimento siano più vincolanti, più qualificanti delle garanzie liberali, incorporate nella norma regolamentare. Nessuna meraviglia: poche settimane fa, il Megafono del Movimento (sempre Grillo) si era scagliato contro l’articolo 67 della Costituzione, il quale stabilisce che i parlamentari della Repubblica italiana siano eletti senza vincolo di mandato. Il vincolo che la Costituzione non prevede, il vincolo che in generale le costituzioni liberal-democratiche dell’Occidente non prevedono, è previsto invece dal Movimento Cinque Stelle, al quale sta decisamente stretta la mediazione della rappresentanza: la rifiuta in quanto mediazione, perché nel suo vocabolario politico significa sempre e in ogni caso compromesso, inciucio, accordo sotto banco, e la rifiuta in quanto rappresentanza, perché non considera l’eletto un rappresentante, bensì un mero esecutore della volontà popolare (dal Movimento ristretta però al «popolo della rete»).

Ma sta poi, in secondo luogo, il senso politico della faccenda. Del quale non fa parte la categoria del tradimento. Certo, noi siamo il Paese che ha convissuto a lungo e ancora convive con la retorica dell’infedeltà. A partire dal tradimento del Risorgimento, passando per il tradimento della Resistenza e quello della Costituzione, non c’è momento della storia politica italiana che non sia stato pensato e vissuto come una deviazione rispetto a una supposta purezza originaria. Persino l’inchiesta «Mani pulite», secondo qualcuno, è stata tradita negli anni della seconda Repubblica. Questa retorica è in realtà l’indice della difficoltà a conciliarsi con storia e caratteri della nazione italiana, piuttosto che la scia di continue nefandezze perpetrate da politicanti corrotti.

Dalle parti di Grillo la vivono invece così, e la vivono male. Ignari, peraltro, di episodi e momenti della vita parlamentare e politica del paese che sono passati proprio attraverso le voci critiche, pronunciatesi in dissenso dal proprio gruppo. Nei processi legislativi, come nelle elezioni alle alte cariche, non sono mai mancate voci dissenzienti, che hanno contravvenuto alla disciplina di gruppo non in nome di sordidi interessi e neppure per cecità politica, ma per il valore di una legge o per la considerazione di una persona. Non di soli Scilipoti vive infatti il Parlamento. Un esempio per tutti: l’elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Anche in quel caso, fu il centrosinistra a votare e a far eleggere il proprio candidato. E anche in quel caso ci fu qualche parlamentare di minoranza – segnatamente: dell’Udc – che, contravvenendo all’indicazione di partito di votare scheda bianca, scelse di dare il proprio voto al futuro Presidente. Col senno di poi, ma anche con quello di prima, è difficile entusiasmarsi per le accuse di tradimento di Giovanardi all’indirizzo di Follini e Tabacci (o, prima, di Berlusconi a Casini per il mancato sostegno a Gianni Letta). I due rivendicarono quel voto: per il valore dell’uomo e per favorire una più larga prospettiva di intesa fra le forze politiche. Forse ci avevano pure visto giusto: in ogni caso, la loro scelta non aveva nulla del disvalore morale che associamo in genere alla parola tradimento.

La vera differenza sta in ciò, che Follini e Tabacci diedero poi ulteriore seguito alla scelta, avvicinandosi progressivamente al centrosinistra. Che i «traditori» di venerdì scorso abbiano inaugurato un percorso simile è invece decisamente improbabile. Il Pd avrà forse vinto una battaglia, infatti, ma, per il momento, solo quella.

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