Governo, il ruolo del Pd nella sfida di Bersani

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: e allora perché la direzione nazionale del partito democratico si è riunita ieri, prima cioè che cominciasse il gioco vero, ossia le consultazioni delle forze politiche da parte del presidente quasi-incaricato? Più che un segnale di forza, è parso un segnale di debolezza. Finora, Bersani ha infatti incontrato le parti sociali, e per quanta attenzione abbia voluto mostrare nei loro confronti, ben difficilmente avrà potuto trarre da esse elementi utili allo scioglimento del nodo politico dinanzi al quale si trova. La partita vera comincia soltanto oggi. E dunque la direzione nazionale del Pd non aveva nuovi elementi da valutare, e non ha potuto fare altro che confermare la linea politica fissata all’indomani del voto, quando, con un unanimismo invero un po’ sospetto, aveva dato mandato al segretario del Pd di tentare di costruire un’intesa col Movimento 5 Stelle, sulla base di pochi punti programmatici. Perché allora questo nuovo passaggio in direzione, se non per ricompattare il partito? Comunque se ne valuti l’esito, la riunione di ieri dimostra perciò che il bisogno di ricompattarsi c’era.

C’era e c’è. E più passa il tempo, più va avanti Bersani nel suo tentativo, più rischia di dimostrare, qualora non dovesse riuscire, che la ricerca di una maggioranza parlamentare è il tappo che rischia di saltare ma anche di far saltare il Pd, qualora il segretario non dovesse riuscire nell’impresa. Al di là delle dichiarazioni di maniera, con un Renzi che si fa notare di più non andando in direzione che facendosi presente, quel che si vede è un pezzo del partito che spinge verso le elezioni, mentre un altro pezzo sembra disponibile a cercare intese col centrodestra. Una parte sposa senz’altro la bandiera del cambiamento, mentre un’altra insiste sulla necessità di dare comunque un governo al paese. Non solo. Ma la stessa croce portata da Bersani nel corso della campagna elettorale – alleanza con Vendola, però appoggiando Monti, magari in vista di un governo con Monti, però appoggiato da Vendola – sembra tornare a pesare nuovamente tutta intera sulle spalle del segretario, ben oltre il tentativo in corso.

Le croci, si sa, sono conficcate nel cuore del presente, ma ce ne vuole – e come! – per fare come Hegel, il padre nobile di ogni idea della politica come mediazione: per riuscire cioè a godere della ragione come della rosa che fiorisce nella croce, e concilia con la realtà. La conciliazione, la risoluzione delle contraddizioni sembra parecchio lontana dallo spuntare salvifica nel bel mezzo della crisi. Pare anzi che esse si facciano anche più aperte e laceranti, e che le parole pronunciate da D’Alema all’indomani della sconfitta del 2008, a proposito del Pd come «amalgama mal riuscito», tornino a pesare come una maledizione sui democratici.

In realtà, ogni grande partito ha sempre un’articolazione plurale al suo interno, e almeno una maggioranza e una minoranza, se e finché è per l’appunto un partito, e non un movimento o un popolo. Ma allora non deve mancargli neppure quella ragione in più che consente di contenere le differenze entro un unico progetto politico. Per esempio: la funzione nazionale che il partito punta ad avere. Oppure il ruolo di sistema che svolge all’interno del quadro politico. O, ancora, la visione del mondo – quella che un tempo si chiamava ideologia. Ma che succede quando questi elementi impallidiscono, quando i partiti perdono i loro fondamenti ideologici (com’è accaduto dopo l’89), quando il sistema politico perde la sua stabilità (come è accaduto dopo il ’92, e accade nuovamente adesso, col successo del movimento cinque stelle) e quando persino la funzione nazionale fatica ad essere riconosciuta, dal momento che quella funzione deve oggi essere reinterpretata in una cornice europea?

I numeri, certo, non aiutano Bersani. E mostrano tutti i limiti della «ditta». Ma al contempo coprono anche la difficoltà,mpiù profonda dello stesso insuccesso elettorale, di far fronte ai tre interrogativi in risposta ai quali soltanto si giustifica l’esistenza di un partito. La stessa linea politica ne dovrebbe discendere, invece di essere il filo faticosamente tessuto tra un colloquio e una dichiarazione di questo o quell’esponente democratico. Le stesse divergenze programmatiche, che pure ci sono e investono aspetti non secondari di una possibile azione di governo, vengono dopo. Che Bersani non possa tuttavia non incominciare da quelle, nella speranza di cucire insieme una maggioranza, per un verso è inevitabile, per altro verso è già l’ammissione implicita che tutti gli altri spazi della mediazione politica si sono consumati. E Bersani o non Bersani, non sarà facile al Pd, riaprirli.

Il MessageroIl Matino, 26 marzo 2013

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