Le parole del Papa

“Il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede»”. Così scriveva la Civiltà Cattolica, in febbraio. Poi è stato eletto papa Francesco, il 13 marzo, alle 19.06, e non è che, allo scoccare di quell’ora, quella porta si sia improvvisamente chiusa. Tutt’altro: la Chiesa non rinuncia affatto a cercare in rete nuovi spazi di evangelizzazione, ma papa Francesco ha deciso di aprire qualche porta in più nel mondo reale, perché “quando diventa chiusa una Chiesa si ammala, come una stanza che rimane chiusa e dove l’aria è viziata”. Così ha detto ieri il Pontefice, parlando a braccio, con uno stile diretto e semplice che gli ha guadagnato la simpatia di credenti e non credenti fin dal giorno della sua elezione. Fin da quando ha chiesto, affacciandosi per la prima volta dal balcone di san Pietro di pregare per lui, e gli uni per gli altri; fin da quando ha salutato la folla riunita per l’occasione con un cordiale “buonasera!”, in una maniera colloquiale che smorzava la solennità del momento. Il Papa “preso quasi dalla fine del mondo” sembra avere i piedi ben piantati in questo mondo.

Il tono minore non impedisce, peraltro, di dire cose taglienti, per nulla banali. Non è affatto scontata la denuncia, fatta ieri dal Papa, che allarma di più il crollo di una torre che non la morte dell’operaio che costruisce la torre, né illustrare l’esempio in questo modo: “se cadono gli investimenti, le banche, è una tragedia; se invece le famiglie stanno male, allora questo non fa niente”.

Non si tratta però soltanto di sottolineare un rinnovato contenuto sociale e morale delle parole di questo Papa, molto lontane dalla robustezza (o pesantezza?) teologica di papa Benedetto XVI: mentre Ratzinger sembrava avere a cuore il destino ultimo della Chiesa e dell’Occidente e dell’uomo in un’epoca di mutamenti epocali, Jorge Mario Bergoglio sembra pensare che la Chiesa può salvare se stessa solo giorno dopo giorno, guardando sì le cose ultime ma senza mai dimenticare le penultime, nell’attualità di una presenza reale, viva, partecipe, chiesa “povera tra i poveri”, a fianco dell’operaio che costruisce la torre o delle famiglie che stanno male: per le grandi questioni antropologiche, per le definizioni in punta di dottrina o per le dichiarazioni teologiche verrà il tempo, e verranno le esegesi, le disquisizioni, le proposizioni. Ma, parlando a braccio, Bergoglio non ha evidentemente modo (o forse voglia) di pronunciarsi ex cathedra, e sceglie di predicare piuttosto che di teologizzare, senza particolari sussidi retorici, presentandosi non come il capo della cristianità, ma come un buon parroco, che dice cose vere e di buon senso: quelle che forse tutti pensano, ma che i “cristiani da salotto” si guardano bene dal mettere in pratica.

E così ieri, festività della Pentecoste, entro in una chiesa bianca e liscia, costruita due o tre decenni fa, che, vista dall’esterno, somiglia a un centro polifunzionale. Pianta quadrata, panche disposte a semicerchio e gradini discendenti, come in un anfiteatro, dove evidentemente non è previsto che i fedeli si inginocchino durante il rito eucaristico. Ma quel che più colpisce, è l’assenza quasi totale di immagini: per la religione che ha combattuto la più dura battaglia contro l’iconoclastia, non è privo di significato che, salvo la grande croce di legno dietro l’altare, non vi siano altri segni riconoscibili della natura del luogo. Né l’assenza di figure di santi, o della Madonna, è frutto di dimenticanza: su due lati, le pareti sono vetrate trasparenti che danno sugli alberi e i prati del sagrato. Se sacro significa separato, e riservato al dio, la chiesa dove ieri si celebrava la prima comunione di Giulia e Mattia, ma anche di Kayla e Alshed, in una mescolanza allegra di suoni e rumori, canti e parole, non aveva quasi nulla di sacro, quasi nulla di tolto dal mondo e consacrato al Signore. Il cristianesimo, religione della secolarizzazione, che ha messo a morte tutti gli dei, vive sempre su quel sottile crinale che sta fra il confondersi troppo col mondo e il separarsi troppo da esso, irrigidendosi e chiudendosi in complessi teologumeni. Papa Bergoglio lo sa. Ieri ha detto: badate che la Chiesa non è una Ong né un movimento politico. Non può rinunciare alla trascendenza. Ma dopo anni in cui è sembrata guardare al mondo moderno solo in termini di minacce e pericoli all’essenza dell’uomo, la scelta di Francesco è un’altra: meno pensieri per l’essenza ultima, più attenzione alle condizioni reali di vita. Se dunque c’è il tempo in cui bisogna gridare fuori i mercanti dal tempio, viene anche quello in cui bisogna dire basta alla religione del mercato. E se questo è il tempo, le parole per dirlo devono essere semplici, chiare, e comprensibili a tutti.

Il Mattino, un giorno di maggio, mi pare il 20, 2013

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