Enrico Letta, Don Rodrigo e il Conte zio

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Enrico Letta non ha l’età del conte zio: e dico non dello zio Gianni Letta, ma del conte zio dei Promessi Sposi, quello che manda a chiamare il Provinciale per scongiurare «un monte di disordini, un’iliade di guai» ed invitarlo a «sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». Enrico Letta non ha l’età e probabilmente neppure la voglia di scegliere una strada simile, di cercare soltanto di evitare cozzi, scansare il chiasso, e «allontanare il fuoco dalla paglia». Ma siccome non sono pochi i focolai che si accendono qua e là, il rischio che debba sottrarre materia all’azione di governo per evitare lo svilupparsi di incendi esiste.

Esiste e si palesa ad ogni nuovo decreto, in cui, a torto o a ragione, ai primi posti delle decisioni del governo figurano materie oggetto di rinvio, o di un’azione più prudente e meno incisiva di quella che sarebbe forse necessaria.

Ma è nella natura di un governo di larghe intese, si dirà. Essendo sostenuto da forze diverse e contrapposte, che nell’ultima campagna elettorale e per un tempo lungo quanto la seconda Repubblica si sono considerate alternative, il governo deve necessariamente cercare un punto di mediazione, che possa andar bene agli uni e agli altri. Il che è vero, naturalmente.

Ma la mediazione può essere trovata in più modi. Si può cercare di accontentare tutti, o invece di non scontentare nessuno. Si può chiedere ai partiti di mettere da parte elementi divisivi o di bandiera, per consentire all’azione di governo di dispiegarsi lontano dai condizionamenti di parte. Oppure si può rimanere bloccati proprio dalle opposte rivendicazioni. Si può insomma agire, oppure non agire. Agire, e chiedere consenso intorno ai risultati della propria azione. Oppure sopire, solo per non perdere il consenso così difficilmente raccolto all’atto di nascita del Dicastero.

Il fatto è che al governo non ci sono solo partiti politici diversi, non solo il berlusconismo e l’antiberlusconismo, oppure la destra e la sinistra (e il centro). Ci sono anche forze che, volenti o nolenti, sono impegnate anche in una ridefinizione profonda della propria fisionomia politica e programmatica: sicuramente perché si trovano al governo con gli avversari di ieri, ma anche (e anzi soprattutto) perché quasi nulla del loro recente passato può essere traghettato nel futuro prossimo. Sia questo un governo di pacificazione, oppure di servizio, o anche solo di emergenza, si può già  escludere che, «dopo», in un dopo non si sa quanto lontano o vicino, si tornerà alla stessa dialettica di «prima».

La cosa è forse meno evidente nel centrodestra, dove la sindrome di accerchiamento giudiziario rende di fatto impossibile, per il momento, qualunque ragionamento diverso da un prolungamento della lunga stagione berlusconiana (di lotta o di governo non è dato sapere) È invece abbastanza evidente nel centrosinistra, che è entrato in questa ulteriore fase di transizione avendo bruciato con la sconfitta di Bersani l’ennesima leadership, e in cerca dunque di una nuova. Una ricerca che si somma alla necessità di dare un nuovo profilo ideale e culturale al Pd, e che di sicuro non terminerà prima del congresso. Con il rischio, dunque, che si accentui la necessità, per le diverse anime del partito, di posizionamenti distinti lungo le diverse linee di faglia che l’azione di governo dovrà fronteggiare. Che si tratti del lavoro, del confronto con le istituzioni europee, della ristrutturazione della spesa pubblica o anche solo degli F-35, probabilmente non c’è ancora – e forse non ci sarà fino al congresso – un solo Pd: a meno che Letta non metta davvero tutti a tacere, grazie ai risultati del suo governo. Tutti a tacere, però: non tutto sopire, come voleva il conte zio.

Il Presidente del Consiglio non ha infatti l’età né lo spirito del personaggio manzoniano; ma neppure, diciamolo, il carattere del nipote, il funesto Don Rodrigo. Ora non è che ci dobbiamo augurare di avere al governo un prepotente come quel volgare signorotto, molestatore di innocenti fanciulle: non sia mai! Ma quando il conte zio lo descrive con condiscendenza – giovane, vivo: «si sente quello che è», «ha sangue nelle vene» – viene da pensare che qualcosa del genere servirebbe al governo. Al governo, e pure al Pd, se Letta vuole tenere in mano le redini della situazione. 

(Questo articolo è stato pubblicato in prima sul Mattino il 27 giugno 2013)

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