Le dimissioni di Yosefa Idem

Si tratti di piccole inadempienze, mere negligenze o autentiche furbizie, la linea difensiva adottata da Josefa Idem per le irregolarità in cui sarebbe incorsa su abusi edilizi e mancati pagamenti del’Imu difficilmente le consentirà di rimanere al suo posto di ministro. L’incontro odierno con il Presidente del Consiglio, annunciato ieri da Enrico Letta con parole che già suonavano quasi come una sfiducia, metterà probabilmente fine alla breve esperienza di governo di una campionessa leggendaria dello sport italiano. E offrirà anche un’altra occasione di riflessione sulla maniera in cui in Italia si fanno i governi, e più in generale la politica.

Vi sono infatti, in questa vicenda, aspetti sui quali vale la pena riflettere, oltre il sacrosanto principio per cui chi sbaglia paga, tanto più se si tratta di un ministro della repubblica (e tanto più – aggiungiamo – in un paese in cui purtroppo il senso della legalità non è la prima delle virtù civiche). Non è possibile infatti che ci si indigni alla stessa maniera per la piccola o per la grande infrazione, per l’irregolarità amministrativa o per il reato penale, per la minima inosservanza o per la flagrante violazione di legge. Ma soprattutto non è augurabile che la lotta politica, non essendo più il terreno di confronto di grandi opzioni ideologiche, culturali, programmatiche, continui ad essere soltanto la riserva di caccia dei novelli Savonarola, e che la più minuscola malefatta diventi l’occasione per una nuova campagna moralistica, e promuova l’ennesima leva di fustigatori incorruttibili. Nella quale, peraltro, si ritrovano immancabilmente fianco a fianco gli onesti e gli ipocriti: per ogni pubblicano che viene smascherato c’è infatti almeno un filisteo che si frega invidioso le mani.

E se le lava pure, al punto che a difendere con convinzione la Idem ieri è stato forse il solo Brunetta, che non è un suo compagno di partito ma che ha avuto l’ardire di fare la seguente, scandalosa considerazione: a chi non è capitata una svista? È vero, parole simili suonano assolutorie. Ma, per una volta, vale la pena domandarsi non perché non assolvere, ma da dove viene tutta quest’ansia di condannare, di sminuire, di guardare il mondo dal buco della serratura e giudicare i fatti della politica con lo stesso metro con cui si discutono le beghe condominiali. Come spiegava Hegel, il detto «non c’è eroe per il suo cameriere» significa non che Napoleone non è Napoleone, ma che un cameriere è soltanto un cameriere, e non va oltre, nel suo giudizio, piccole difetti e private vanità. Certo, la grande politica che aveva in testa Hegel non c’è più: la democrazia prima e la rete poi hanno avvicinato e rimpicciolito tutto, ma se non si recupera un po’ di grandezza, il risultato non è più uguaglianza, ma soltanto l’immiserimento di qualunque idea collettiva di politica, e di paese.

Nella conferenza stampa, Yosefa Idem si è poi lamentata del trattamento ricevuto in questi giorni dalla stampa: «non la darò vinta alla montatura mediatica», ha detto, ed è comprensibile tutta la sua amarezza per i toni indecenti usati nei suoi confronti da alcuni esponenti politici che ne chiedevano le dimissioni. Ma questo è un altro aspetto non secondario di quel che è diventata la politica (in generale, e la politica italiana in particolare). Perché di mediatico non c’è solo il caso che sarebbe stato montato su piccole inadempienze amministrative, ma anche la scelta di Yosefa Idem come ministro dello sport. Non si può condannare l’una senza farsi qualche domanda sull’altra. La debolezza della politica italiana è tale, che sempre più costituisce un titolo di merito il non avervi mai appartenuto, l’essere stati tutt’altra cosa rispetto a ciò che sono e appaiono agli occhi dell’opinioni pubblica i professionisti della politica. Se i professionisti della politica sono il male, il bene sono tutti quelli che si sono distinti in qualunque altro campo che non sia la politica. Ma anche questa è una costruzione mediatica, il modo in cui stampa, rete, tv distribuiscono le parti, per cui può accadere che persino in un governo di larghe intese, di emergenza nazionale, la scelta di qualche ministro risponda alle esigenza dei media più che ad un tenace disegno politico.

Yosefa Idem può non saperlo. Può così commettere, per ingenuità o inesperienza, l’errore di alzarsi e andarsene nel corso di una conferenza stampa per sottrarsi a domande scomode e urtanti, cosa alla quale non è mai stata abituata nel corso dei suoi innumerevoli trionfi sportivi. Ma non si dimostra proprio così che, forse, oltre alle medaglie, un po’ di professionismo politico in più non guasterebbe?

(Questo articolo è apparso sulla prima del Mattino il 24 giugno 2013)

Una risposta a “Le dimissioni di Yosefa Idem

  1. Ci sono fior fiore di professionisti della politica che si sono comportati ben peggio in conferenza stampa (per non dire fuori). Tutto questo risorgente amore per i professionisti della politica, spuntato con la Idem mi sembra solo un pretesto francamente. Abbiamo avuto buoni ministri non “professionisti” nel passato, oppure no?

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