Nella palude dei peggiori

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Al florilegio di dichiarazioni che in tutti questi anni ha saputo rilasciare l’ex ministro e attuale vice Presidente del Senato, Roberto Calderoli, quella dell’orango mancava. Di maiali, l’illustre uomo politico aveva già parlato; di scimmie e cammelli anche. Ma per impreziosire la collana delle frasi memorabili con un’ultima perla, e soprattutto scacciare il dubbio che non fosse possibile essere più insultanti, più incivili, più razzisti di quanto non si fosse stati in precedenza, l’esponente leghista ha aggiunto la sua personale valutazione della reazione che in lui, prode maschio bianco, adulto, europeo, civilizzato, procura la vista del ministro della repubblica italiana Cecile Kyenge. Detto con simpatia, s’intende. La stessa che Calderoli metteva quando invitava i migranti a tornarsene nel deserto o nella giungla, o quando se la prendeva con i «froci» e con i musulmani. Perché l’uomo ha di queste piacevolezze, e se c’è un muro di discriminazione da innalzare state sicuri che a porre la prima pietra sarà lui, Roberto Calderoli.

Siccome però questa volta pare essersi accorto di aver passato il segno, invece di rincarare la dose, come in passato soleva fare, ha provato a minimizzare. Senza riuscirci, però. Perché cercando di togliere l’offesa, che in verità offende solo lui, ha provato a produrre addirittura un argomento intero, a sostegno delle sue parole. L’argomento suona così: volevo solo dire che vedo bene Cecile Kyenge come ministro del Congo. Siamo, insomma, di nuovo dalle parti della difesa orgogliosa dell’uomo bianco, civilizzato, rude e  virile, quale Calderoli evidentemente ritiene di essere. Con la differenza che ci siamo in grazia non di parole pronunciate in un comizio per vellicare i più beceri umori leghisti, ma di una riflessione pacata, resa dopo aver spremuto le proprie padane meningi in cerca di parole meno vergognose. Ma non c’è niente da fare: neanche volendo l’uomo riesce a smentirsi.

Il fatto è che Calderoli, e in verità nella Lega non è neppure il solo, continua da un pezzo ad alimentare odi e pregiudizi dove avremmo invece bisogno di disegnare percorsi di integrazione, reti di solidarietà, rispetto di diritti e difesa del valore universale della dignità umana. Un alfabeto elementare, che tuttavia Calderoli non ha mai mostrato di padroneggiare. E la conseguenza non è solo il disdoro che ricade su di lui, perché quello: passi. La conseguenza è il clima in cui precipita il dibattito pubblico, un clima che si vorrebbe definire surreale, fuori da qualunque considerazione dei problemi reali del paese e delle vere preoccupazioni della gente, se non fosse però anche pericoloso, per i contraccolpi  che tanta intolleranza verbale può generare. E il guaio è che in un simile clima ci precipitano non piccole frange minoritarie, o estremisti che il paese non ha difficoltà ad isolare, ma dirigenti politici di prima fila, oltre che uomini delle istituzioni.

Purtroppo è un riflesso vecchio come il mondo: si chiama ricerca del capro espiatorio, va in scena nei periodi di crisi e non promette mai nulla di buono. A Calderoli però bisogna far capire che qualunque cosa dichiarerà ancora in futuro, non troverà mai nessuno disponibile ad alzare una mano contro le vittime innocenti della altrui inciviltà.

(Il Mattino, 15 luglio 2013)

Una risposta a “Nella palude dei peggiori

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