Il governo Letta

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Una condizione necessaria non è una condizione sufficiente. Questa piccola distinzione logica è quanto mai preziosa quando si ha da fare con un governo di necessità. Un governo di necessità non è un governo sufficiente.

Semplicemente: non basta. Non fa quel che deve fare e non può durare. E le fibrillazioni di questi giorni, i sussulti e le polemiche, i casi che settimanalmente occupano la scena e impongono continui aggiustamenti e nuovi posizionamenti ai partiti che compongono la maggioranza (o, a volte, anche solo a pezzi di quei partiti), non aiutano la navigazione dell’esecutivo. Non consentono di dispiegare un’azione politica efficace.

Al momento del varo del governo, Enrico Letta ha disegnato comprensibilmente un orizzonte temporale limitato per la realizzazione di un programma breve e incisivo, in grado di affrontare i nodi strutturali della crisi politica, economica e istituzionale del Paese.

Naturalmente, a norma di costituzione non esiste un governo a termine. La fiducia del Parlamento non è affatto una fiducia a tempo. E tuttavia le condizioni politiche del tutto sui generis in cui l’Italia si è ritrovata all’indomani delle elezioni, in mancanza di una maggioranza stabile in entrambi i rami del Parlamento, hanno reso necessaria l’adozione di una formula politica inedita per il nostro Paese, e soprattutto una chiara indicazione degli obiettivi programmatici dell’azione di governo, sia sul terreno economico che sul terreno istituzionale ed elettorale. Per quegli obiettivi Letta ha dato un preciso limite temporale: diciotto mesi. Ma un anno e mezzo non può trascorrere nella paralisi, nel rinvio o nel temporeggiamento. Non è, insomma, il tempo che le forze politiche si sono date per attutire, invece di risolvere concretamente, nell’attività di governo, la crisi di legittimazione che le investe in pieno.

Che il governo delle larghe intese richiedesse, per l’appunto, un’intesa tra forze eterogenee e distanti era noto fin dal giorno del suo insediamento. Che questa distanza dovesse però essere superata, o almeno accorciata perché il governo potesse realizzare un programma riformatore era altrettanto noto. Che incidenti di percorso, casi spinosi e decisioni non facili avrebbero fatto la loro comparsa lungo la navigazione del governo era pure questo, se non proprio noto, ampiamente prevedibile. Così sarà anche in futuro.

Ma la scommessa politica da cui nasce il governo Letta non può consistere nella maniera in cui scansare di volta in volta le mine che trova lungo il suo cammino. La sua missione non può consistere semplicemente nell’evitare, nel rinviare o nel sospendere. Vi sono infatti due modi per proseguire, di qui in avanti: uno consiste nel «tirare a campare», come avrebbe detto Andreotti, per non «tirare le cuoia». Consiste cioè nell’accettare il gioco dei condizionamenti reciproci e non compiere nessun passo che scontenti l’una o l’altra parte politica. In questo modo, però, la spinta propulsiva dell’esecutivo si esaurisce ancor prima di cominciare. L’altro consiste invece nello sfidarle entrambe, nello strappare tanto al Pd quanto il Pd il consenso su scelte autenticamente riformatrici, che proprio grazie al più largo quadro politico che sostiene l’esecutivo possano essere finalmente adottate, in una direzione generale che anche il Presidente Napolitano ha voluto indicare, fin dall’inizio di questo suo secondo settennato.

Ma Pd e Pdl sono gravati da seri problemi interni, di tenuta politica. E c’è il rischio che il governo Letta sia soltanto il tappo perché quei problemi non esplodano, ostaggio di dinamiche che trascendono il suo stesso campo di azione. C’è il rischio che la necessità non sia quella che ha il Paese, ma quella che hanno i partiti che lo sostengono (i partiti, o, di nuovo, pezzi di quei partiti). È una situazione che però il Paese non può permettersi. La necessità deve aguzzare l’ingegno, non accorciare la vista, riducendola di qui al congresso del Pd, o di qui alla prossima decisione di un tribunale o di una corte.

I problemi del Pd e Pdl hanno infatti, sia detto senza infingimenti, nomi e cognomi. Si chiamano Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Che ne siano i protagonisti attivi o semplicemente gli oggetti passivi dei movimenti politici che attraversano i due schieramenti, a Renzi e Berlusconi sembrano legate continuità o discontinuità dell’appoggio al governo dei loro partiti di appartenenza, per  vicende che però non riguardano affatto l’insieme delle riforme attese, ma percorsi politici e personali non necessariamente convergenti con l’agenda che questo Paese ha bisogno di seguire.

I tempi della politica sono sempre un incastro tra vicende di breve e di lungo periodo, ambizioni personali e più ampi progetti collettivi. Se però un governo non è in grado di dettare quei tempi, di costringerli nei cardini della propria azione, allora è inevitabile che quel governo, e in situazioni di crisi acuta persino il Paese tutto, rischino di finire fuori sesto. È un rischio che non possiamo e non vorremmo correre

(Il Mattino, 20 luglio 2013)

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