Il Paese nella trappola della diretta televisiva

ImmagineDopo aver fatto per secoli da messaggeri, avere annunciato Dio agli uomini, e aver coadiuvato gli uomini nel loro sforzo di risalire a Dio, gli angeli hanno rinunciato al loro ufficio. Più nessuna apparizione fiammeggiante, più nessuna manifestazione splendente. Ormai essi vagano anonimi e non visti tra gli uomini, ne ascoltano i pensieri, passano loro accanto e attendono. Attendono per un tempo indefinito.

Così almeno li ritraeva Wim Wenders nel film «Il cielo sopra Berlino», e così deve essere andata ieri, ed anche ieri l’altro, e l’altro ieri ancora (e in verità chissà da quanto tempo), quando tutto il paese s’è fermato in attesa della sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi. Sotto lo sguardo di questi angeli disincantati, privi di ogni aureola, tutto si è svolto in slow motion. Certo, nel film del regista tedesco Damiel e Cassiel, i due angeli percorrono gli spazi vasti di una città, mentre ieri avrebbero potuto sistemarsi più comodamente su una poltrona, mettersi a fianco di uno spettatore e da lì seguire lo speciale, vagonate di ore di diretta televisive, cornucopie piene zeppe di interviste agli ospiti di turno. Poi le prime reazioni, i commenti, il profluvio di dichiarazioni. Tutto però avviene in uno stato di sospensione surreale. Come in un acquario: alcuni pesci nuotano pigramente, altri si acquattano sul fondo, altri ancora cambiano improvvisamente direzione, ma sempre nel riflesso torpido di una  vasca piena d’acqua. Che rallenta tutti i riflessi, attutisce i suoni, allunga i tempi. Ritarda, sospende, differisce: queste dirette sono fatte apposta, in realtà, per proseguire indefinitamente.

Ora, può ben darsi che la sentenza precipiti il Paese verso una crisi, oppure verso nuove elezioni: ma intanto, almeno ieri, non s’è avvertita nell’aria nessuna particolare precipitazione. Non il senso di una tragedia incombente, non quello di una finale liberazione. Piuttosto, l’ennesimo episodio di una serie televisiva che va avanti ormai da anni, e che si continua a seguire non perché appassioni davvero, ma perché si è ormai fatta l’abitudine ai personaggi, alla storia, agli intrecci. Si è messo un punto fermo, però: c’è stata una sentenza definitiva. Certo, ma dal punto di vista di gran lunga dominante, quello della grammatica televisiva che ha dettato e imposto l’attenzione all’evento, è difficile affermare che si è celebrata davvero la fine di alcunché. E già il rinvio in appello per la determinazione delle pene accessorie offre almeno la possibilità di un sequel.

Questa difformità fra, da una parte, i contorni reali della vicenda giudiziaria (e le sue conseguenze politiche) e, dall’altra, la sua slabbrata ma ovunque e comunque imperante confezione televisiva descrive forse meglio di ogni altra cosa in quale stallo si trovi il nostro Paese, da un bel po’ di tempo in qua. Tra senso di impellenza per riforme ineludibile che vengono sistematicamente eluse, e senso di responsabilità con il quale invece si frena ogni passo, al quale il Paese non sembra mai veramente preparato.

Prima o poi è da credere che qualcosa passerà anche attraverso le maglie di una simile attenzione: massiccia e diffusa, ma anche distratta e vagamente ipnotica. In attesa però del brusco risveglio, lo speciale di sicuro continua. Anche a costo di mandare in onda, nell’attesa, com’è successo ieri, l’inquadratura delle porte chiuse della camera di consiglio. Ma si noti bene: con l’ausilio di immagini di repertorio, perché tanto le porte chiuse quelle sono, e riempiono altrettanto bene lo schermo sia che si tratti del verdetto sul Cavaliere che di qualunque altro verdetto. Sembra comunque una faccenda degna del contrappasso dantesco: il signore delle televisioni condannato ad aspettare in tv, insieme a tutti gli italiani, la lettura della sentenza. Che fosse quella la vera condanna?

Nel film di Wenders gli angeli decidono infine di abbandonare la loro esistenza puramente spirituale, prendono un corpo, e sperimentano finalmente le asprezze e le passioni della vita terrena. Orbene, questo, c’entri o no la sentenza di colpevolezza, ma di percorrere un tratto ruvido  di vita reale fuori dalla rappresentazione distante e puramente spettatoriale osservata finora, e con un senso nuovo dell’urgenza e dell’azione, sia detto francamente: non possiamo mica lasciare che accada solo a Berlino, sotto il suo cielo. Almeno questo: no.

(Il Mattino, 2 agosto 2013)

Una risposta a “Il Paese nella trappola della diretta televisiva

  1. volevo postarlo su twitter ma non trovo l’icona fammi sapere ciao nic

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