È più crudele violare il diritto

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“La clemenza dunque, quella virtù che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutti i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione”: ma dove si troverà mai una perfetta legislazione? Per questo, a distanza di più di due secoli dal capolavoro di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, negli ordinamenti giuridici trova ancora posto il diritto del Presidente della Repubblica di concedere la grazia o commutare la pena. Rispetto però ai nuovi fondamenti del diritto penale, posti dal libro di Beccaria, l’istituto della grazia e l’esercizio di un atto di clemenza rimangono un residuo del passato, di un’altra epoca del diritto e di un’altra concezione della legge. Non perché il diritto della moderna civiltà giuridica sia più crudele del diritto pre-moderno. Al contrario: perché lo è meno. Dove infatti regnano l’arbitrio e l’incertezza, lì cresce il timore di essere non sotto l’impero della legge, ma alla mercé di qualcuno. Quanto poi alla funzione della pena, Beccaria spiegava che “il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti, o che la pena non ne è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che potendosi perdonare, le condanne non perdonate sian piuttosto violenze della forza, che emanazioni della giustizia”. Il principio è chiaro, ed è un principio di giustizia: se le pene possono essere cancellate dopo che sono state comminate, allora è perché s’intende che provenivano non dalla fonte legittima del diritto, ma dall’esercizio discrezionale e violento di un potere.

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