La filosofia dell’ombrellone

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A Ferragosto è facile strappare un consenso generale intorno a questa proposizione: sotto il sole agostano, l’ombrellone è un bisogno naturale. Chi volete infatti che resista senza un po’ d’ombra? In realtà, nulla è meno ovvio. Qualcuno per esempio potrebbe accontentarsi di un cappellino. Più in generale, si potrebbe contestare che sia naturale l’esposizione prolungata al sole e lungo le spiagge. Il bisogno dell’ombrellone insorgerebbe allora in una condizione non naturale ma storicamente determinata, quella del turismo di massa tipica del secondo Novecento. «L’ombrellone» di Dino Risi, girato nel ’65 sulla riviera romagnola, con l’ingegnere in vacanza fra bellimbusti e altri tipi da spiaggia, costituirebbe il documento inoppugnabile di una ben precisa epoca storica, che con la crisi di questi anni si mostra purtroppo assai lontana. Meno ombrelloni, meno lettini, meno bagnini. Esattamente 50 anni dopo, nel 2005, ma senza intenzioni celebrative, il leader dell’Unione e futuro vincitore delle elezioni (lontani pure quei tempi), Romano Prodi, ebbe a dire che si augurava un Paese con meno yacht e più ombrelloni, non sospettando evidentemente che di lì a poco sarebbe venuto meno il principio stesso della scelta: non meno di una cosa e più dell’altra, ma, purtroppo, meno di entrambe.

(L’Unità, 15 agosto 2013)

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