L’occasione per il riscatto della politica

ImmagineIn attesa che la Corte d’Appello di Milano ridetermini le pene accessorie, e dunque la durata dell’interdizione dai pubblici uffici, così come richiesto dalla Cassazione, tutto sembra ruotare intorno all’interpretazione della legge Severino: decadenza di Berlusconi dal Senato e futura incandidabilità.  Ermeneutici di tutto il mondo, unitevi! Eppure, non c’è bisogno di essere stati allevati a chissà quale scuola del sospetto per dubitare fortemente che sia davvero una sottilissima questione di ermeneutica giuridica, di interpretazione della legge, a tenere in forse il futuro del governo, la cosiddetta «agibilità politica» del Cavaliere e l’eventualità che il Paese torni nuovamente alle urne, nonostante le parole che si leggono nella nota diramata dal Quirinale qualche giorno fa: le elezioni anticipate sono un’ipotesi «arbitraria e impraticabile».

No, non è una materia per fini giuristi, e non sono le corti di giustizia a dover cavare la politica fuori dall’impaccio. Su questo punto, è comprensibile che persino Berlusconi sia poco convinto dell’idea, che circola in queste ore fra i suoi stessi supporter, di elevare ricorso alla Corte Costituzionale per scongiurare le conseguenze di una legge che, nel suo dettato, parla con sufficiente chiarezza. Certo, non c’è testo di legge intorno a cui non sia possibile imbastire una discussione per tesi contrapposte circa il suo senso, la sua portata, le condizioni della sua applicazione, il suo ambito di validità e chissà cos’altro. Ma quanti chiedono oggi un passaggio attraverso il giudizio della Corte non fanno loro stessi mistero che si tratterebbe soprattutto di guadagnare tempo. Il tempo non è un fattore secondario,  tutt’altro: dal tempo che potrà essere accordato a Berlusconi, prima che scattino decadenza e incandidabilità, possono anzi dipendere non solo le sorti del governo ma più in generale la tenuta del quadro politico attuale. La possibilità di fare una nuova legge elettorale, ad esempio, o la maniera stessa in cui si modelleranno le future leadership, sia a destra che a sinistra. Ma di nuovo, il tempo di cui si tratterebbe è una dimensione essenziale del gioco politico; in punto di giustizia, ogni dilazione, ritardo o differimento vale piuttosto come una sconfitta secca.

Dunque, siamo da capo. La partita in corso è eminentemente politica. I valori in gioco, anche: chi giustamente si preoccupa della stabilità del Paese, che sarebbe messa a repentaglio qualora tutto conseguirebbe come la legge Severino prevede, mette sul piatto un bene essenzialmente politico. Chi, d’altra parte, si chiede se sia possibile che il Pdl sia decapitato per via giudiziaria del suo incontrastato leader, che per circa un decennio ha governato l’Italia e che continua a riscuotere di un vastissimo consenso personale, evidentemente non pone una questione buona per i tribunali e le aula di giustizia, ma, ancora una volta, solleva un problema politico.

Accertato però che la logica politica non coincide con la logica giuridica, perché provare a deformare l’una sotto la spinta dell’altra? Perché mortificare il diritto, piegandolo alle ragioni della politica, invece di esaltare la politica, promuovendone in chiaro le responsabilità? Da che la politica moderna è sorta, ci si è trovato dinanzi a ogni sorta di attrito fra la politica e il diritto. È inutile sciorinare esempi, cercare precedenti, invocare la ragion di Stato o gli «arcana imperii». D’altra parte, è abbastanza ingenuo ritenere che, in un ordinamento liberal-democratico, le frizioni fra i due campi siano scomparse, come se ci fosse un semplice algoritmo per affrontare ogni caso, l’applicazione non controversa di una procedura per superare ogni evenienza. Ivi compreso il meteorite Berlusconi, capitato sul pianeta di Italia non si ricorda più in quale anno di grazia. Non è così. Forse, se l’ethos democratico si distingue dai regimi non democratici è per la possibilità di portare alla luce del giorno l’assunzione delle responsabilità politiche, e di premiarle o punirle in un procedimento pubblico, universale e libero, con la vittoria degli uni o degli altri nelle elezioni. Se dunque la posta in gioco sono le conseguenze o anche solo il significato politico, perfino simbolico, della decadenza e incandidabilità di Silvio Berlusconi, si chieda alle sedi politiche, non alle corti di diritto, di prenderle in esame.

Dalle voci che circolano in queste ore, sembra che Berlusconi abbia in animo di far cadere il governo se non si trova una soluzione ad personam. In questo modo, lega il corso politico al suo destino personale. Una specie di muoia Sansone con tutti i filistei. E se invece la cosa dovesse andare a rovescio, e, perché sopravviva qualcuno, dovesse essere il suo destino personale a legarsi alla prosecuzione dell’attuale corso politico? Se infatti il nodo non è affatto giuridico, non chiama in causa anzitutto i giuristi né, ragionevolmente, la Consulta, ma la classe politica e la seconda Repubblica – forse: la sua possibilità di finire, visto che ne abbiamo avuto tutti abbastanza – è la politica che deve compiere atti che valgano non come la disapplicazione delle sentenze, ma come la chiusura di un ciclo e l’apertura di una nuova stagione. Berlusconi può chiedere al governo Letta, magari in una prossima occasione parlamentare, di essere quello che finora non è stato né doveva essere – un governo di pacificazione – solo però se gli dà tempo e scommette sulla sua durata, non certo se ne interrompe bruscamente il cammino.

(Il Mattino, 22 agosto 2013)

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