La notte di Napoli senza guida e senza politica

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Sul Corriere del Mezzogiorno di ieri Paolo Macry ha messo in evidenza un dato, emerso già, peraltro, nelle cronache politiche di questi mesi: al Comune di Napoli la maggioranza si è frantumata. Dopodiché il sindaco De Magistris è riuscito a incollarne un’altra, ma la compagine che attualmente lo sostiene ha ben poco a che vedere con quella che è uscita dalle urne due anni fa. La bandana arancione è sbiadita: prevalgono assai variegate pezze a colori. Ed ha ragione Macry quando sostiene che la frammentazione dei gruppi consiliari e delle sigle politiche dimostra «una grave crisi di leadership», perché è indubbio che la capacità del sindaco di attrarre a sé forze, gruppi, persone, ha subito duri colpi nel corso di questi mesi. Il feeling del sindaco con la città si è parecchio appannato. Sul piano politico, d’altra parte, è rimasto ben poco. Di Italia dei Valori (che a Napoli, nel 2011, ha raccolto ben quindici consiglieri) i giornali ci dicono che alla Festa nazionale, conclusasi ieri a Sansepolcro, ha adottato un nuovo logo, togliendo dal simbolo il nome di Di Pietro, perché «la nuova IdV deve avere la forza, il coraggio e l’umiltà di non essere più un partito personale». Il che equivale a dire, in soldoni, che provano a ripartire da zero. Quanto all’altro contenitore politico, di estrema sinistra, inventato da Antonio Ingroia e fortemente sostenuto dal sindaco, se ne sono perse le tracce subito dopo le disastrose elezioni di febbraio: la rivoluzione civile non s’è mai vista, e il progetto politico non è mai decollato. Logico dunque che alcuni dei personaggi coinvolti si siano messi in cerca di altri autori.

Se dunque l’esito di questo  processo è la polverizzazione della rappresentanza e un alto tasso di trasformismo, c’è da chiedersi però come sia possibile che, nonostante l’evidente affanno di De Magistris, il calo di popolarità e l’assenza di prospettive politiche, una maggioranza rimanga comunque in piedi, per raccogliticcia che sia. Come mai Pd e Pdl non sono in grado di determinarne la crisi. Come mai «l’anatra zoppa» De Magistris riesce ancora a legare, in Consiglio, i pezzi che i partiti perdono o non riescono più a tenere uniti.

Il fatto è che anche il Partito Democratico o il Popolo della Libertà, passati pure loro attraverso cambi di simboli e rifacimenti di logo, non esprimono più una forza di attrazione minimamente apprezzabile: non solo sui consiglieri comunali che a Napoli navigano a vista, ma anche sui voti degli italiani. Che infatti perdono a milioni. È tutto il quadro politico attuale che attende di essere superato, insomma, e la vicenda napoletana è in fondo spia di un malessere più generale che investe la complessiva credibilità del sistema politico italiano. O forse, più che la spia, la lente di ingrandimento, perché qui le insufficienze dei partiti sono inversamente proporzionali ai bisogni e alle necessità. Nel centrodestra, il Pdl è in preda alle convulsioni che precedono l’inevitabile uscita di scena del Cavaliere, mentre in Campania il partito è ancora commissariato e il governatore è tenuto sotto tiro dalla sua stessa maggioranza. Sull’altro versante dello schieramento, il Pd ha invece rinunciato – sia a Roma che a Napoli – a capire perché ha perso le elezioni, preferendo credere di averle «non vinte» per non dover portare responsabilità troppo onerose. Il congresso prossimo venturo  rischia poi di essere non il luogo di elaborazione di un progetto per l’Italia, né tantomeno per il Sud, ma solo l’ultima trincea scavata per contenere l’avanzata di Matteo Renzi. Succede così che il rinnovamento si fa, eccome se si fa: gli attuali gruppi parlamentari sono infatti i più nuovi che si possano desiderare, e, si chiami o no rottamazione la prossima ondata, la voga siamo sicuri che continuerà. Ma col risultato opposto a quello desiderato: più si rinnova, infatti, e più la politica mostra tutta la sua debolezza, tutta la sua impreparazione. E in Campania più che mai.

Questa promette di essere purtroppo la stessa parabola del più nuovo dei sindaci entrati in carica, Luigi De Magistris. Se perciò non si vuole che dopo una rivoluzione inconcludente si apra la stagione plumbea della restaurazione, bisogna smetterla di pensare che i partiti non servano, ma smettere anche di fingere che possano mai servire a tutti, indistintamente. Che è la retorica più insopportabile di questi vent’anni di seconda Repubblica. Se non si vedono più le parti in conflitto, infatti, sarà sempre più facile accasarsi da una parte o dall’altra a seconda delle convenienze del momento, e tanto più facilmente quanto più si sarà nuovi, nuovissimi, praticamente mai usati. Ma anche, prima che lo si immagini, assolutamente inutili.

(Il Mattino, 16 Settembre 2013)

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