Il liberalismo e l’eterna incompiuta

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Il fatto è che i tempi verbali sono cambiati. Là dove c’era un indicativo presente stavolta c’è, inevitabilmente, un tempo passato. Quando il Cavaliere ha ricordato, nel messaggio di ieri, la sua discesa in campo («L’Italia è il paese che amo…»), e come in soli due mesi riuscì a riportare al governo i moderati, dopo che una magistratura politicizzata, totalmente irresponsabile, aveva fatto fuori i «cinque partiti democratici» del pentapartito, ha usato con orgoglio la prima persona, ma forse con orgoglio minore ha dovuto usare il verbo all’imperfetto: «ero io». Ero io, Silvio Berlusconi, quello che ha fermato la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, ero io, Silvio Berlusconi, quello che nel ’94 ha impedito alle sinistre di prendere il potere. «Ero io», come se agli occhi degli elettori e del paese non dovesse contare piuttosto quello che è oggi, ma solo quello che era ieri.

L’oggi, infatti, è decisamente più complicato ieri, e non solo per via della sentenza passata in giudicato. La sentenza lo terrà certamente lontano da un ruolo istituzionale, ma non necessariamente lo terrà lontano da un ruolo politico. Anzi: se il Paese dovesse andare di nuovo ad elezioni, il Cavaliere metterebbe sicuramente tutto se stesso in questa nuova impresa (che sarebbe la settima). Ma c’è motivo di pensare che non sarebbe la stessa cosa.

Non solo, vale la pena ripeterlo, per il carico giudiziario che appesantisce il Cavaliere. Berlusconi ha rivendicato con forza la sua innocenza, lanciato nuovamente i suoi strali contro la «via giudiziaria al socialismo» e la sinistra «impadronitasi dei collegi giudicanti», preannunciato futuri ricorsi e tentativi di revisione del processo in sede nazionale e internazionale. Ma non c’era, nelle parole di ieri, la minaccia di una crisi. Anzi: il destino del governo da ieri non è più legato alla questione della decadenza, benché le parole sul «bombardamento fiscale» a cui sono sottoposti gli italiani facciano pensare che l’aumento dell’Iva non sarebbe senza conseguenze. La sostanza politica del suo discorso stava altrove, e cioè nell’invito, rivolto a tutti i «cittadini onesti», a impugnare nuovamente la bandiera di Forza Italia, presentata non come un partito ma come un’idea, un «progetto nazionale che unisce tutti». In nome della libertà, certo, e di tutto ciò che conculca la libertà. Ossia: le tasse, lo Stato, la spesa pubblica. L’oppressione giudiziaria, l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica. Si tratta, insomma, della stessa ricetta del ’94, della «strada maestra del liberalismo» che si tratterebbe di imboccare nuovamente. Quasi vent’anni dopo. Sei legislature e qualche governo a guida Berlusconi dopo. Come se nel frattempo non fosse accaduto nulla di riconducibile alla responsabilità del Cavaliere, e tutto quello che è accaduto fosse imputabile esclusivamente al tentativo della magistratura di estrometterlo dalla vita politica.

Ma le vicende degli ultimi anni hanno dimostrato ad abundantiam che non mancano al Paese e nel dibattito pubblico le idee su come sottrarre l’Italia a un declino sempre più accentuato. Si può certo discutere su quale sia la ricetta più efficace, se ad esempio l’Italia abbia  bisogno di uno shock liberale oppure di una robusta ripresa della mano pubblica. Ma in entrambi i casi è alla capacità di far convergere interessi reali e alleanze politiche che si tratta di affidare la costruzione di un disegno riformatore. Su questo terreno, il discorso di Berlusconi non dice nulla, ed anzi attesta un’incompiuta. Quel che presenta infatti come un’attenuante rispetto alle precedenti esperienze di governo – le difficoltà reiterate a tenere insieme alleati e maggioranze – costituiscono purtroppo un aggravante, a cui non è estranea la singolarità politica del centrodestra italiano: coagulato intorno a una persona, e compromesso fin troppo con quella persona.

«Quantum mutatus ab illo!» Com’è diverso il Berlusconi di oggi da quello di ieri, nonostante siano tornano identici gli slogan, le parole d’ordine, i concetti. Nel ’94 quelle parole avevano una indubbia carica espansiva; oggi hanno una valenza prevalentemente difensiva. Ed è ancora nelle stesse parole del Cavaliere che se ne trova una traccia rivelatrice. Nel ’94, al tempo del primo inizio dell’avventura di Forza Italia, i nemici erano gli stessi di oggi: le sinistre, i comunisti, gli statalisti; ma il pentapartito, cioè la vecchia politica affondata sotto i colpi di Tangentopoli, era descritta da Berlusconi come «travolta dai fatti» e «superata dai tempi». Ieri invece il pentapartito è stato evocato come un presidio di democrazia e libertà, per la precisa ragione che la vecchia politica che abbiamo alle spalle, quella degli ultimi anni, non poteva che essere accantonata e anzi rimossa, avendo avuto in Berlusconi il suo più ingombrante (e, ahimè, ormai invecchiato) protagonista. Ma è ragionevole dubitare che gli italiani abbiano vissuto tutti questi anni solo per rivedere lo stesso film di vent’anni fa .

(Il Mattino, 19 settembre 2013)

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