Ora coraggio sulle riforme e niente alibi

ImmagineNonostante il successo di ieri, c’è una domanda alla quale Enrico Letta deve ancora rispondere: questo che esce dalla prova parlamentare sarà il «governo che volevamo», visto che fino al giorno prima non lo era, ed era piuttosto quello che non volevamo ma che tuttavia il voto di febbraio ci aveva regalato in sorte? Fino all’altro ieri lo stato di necessità, dal quale era nato, sotto gli auspici determinanti del Quirinale, solo un faticoso «governo di servizio», dettava limiti precisi alla sua azione, per via dei singhiozzi di una «strana maggioranza» per nulla coesa; con il «fatto politico» consumatosi ieri, al termine di una giornata rocambolesca che resterà negli annali della storia parlamentare, quei limiti sono stati modificati: in Parlamento c’è una nuova maggioranza. La maggioranza è nuova non tanto nei numeri, ma nel profilo politico, evidentemente mutato dopo che l’ipoteca posta sull’esecutivo dalla vicenda berlusconiana è scaduta. Prima valeva il «simul stabunt simul cadent», ora non vale più: se cade, anzi decade l’uno, Berlusconi, non cade più l’altro. Questo libera il governo da un pesante fardello, ma comporta anche la fine di un alibi – per ora solo per il governo, domani forse per tutta la politica italiana.

Fino all’altro ieri, era necessario al Presidente del Consiglio mettere tra parentesi la litigiosa e inconcludente «politics» – come aveva detto al momento del suo insediamento – per concentrarsi soltanto sulle «policies», cioè solo sul programma da realizzare. Ancora ieri mattina, nella puntigliosa rivendicazione dell’azione del proprio Ministero, è sembrato che Letta non volesse, forse per una comprensibile prudenza prima del voto, rivendicare fino in fondo meriti precisi nella profonda ristrutturazione del quadro politico che la fiducia avrebbe di lì a poco avviato, ma ora che il «fatto politico» auspicato si è prodotto, dando nuova robustezza alla compagine governativa, la domanda di «politics» si ripropone. E dunque: questo è il governo che volevamo? È questo il governo che ha il profilo politico giusto e le carte in regola per tirare fuori il Paese dalla crisi, per avviare una più coraggiosa azione riformatrice, per mettere mano alle riforme istituzionali, per cambiare finalmente la legge elettorale, per dotare insomma il Paese di uno sguardo finalmente lungimirante, libero da tatticismi di sorta?

Una cosa si può dire fin d’ora: se prima questa carta non era nelle mani di Letta, adesso invece il premier ce l’ha. Deve giocarla. Deve giocarla perché l’Italia ha bisogno di un Paese che governi, e deve giocarla anche per rafforzarsi nel suo stesso campo, nel campo del centrosinistra. Guardando agli eventi politici dell’ultima settimana, forse è difficile cogliere un solo filo di razionalità in quanto è accaduto. E tuttavia è certo che nulla di quel che è accaduto sarebbe accaduto se i due schieramenti, non uno soltanto, non fossero stati entrambi attraversati tanto dalla spinta a proseguire nel sostegno al governo, quanto dalla tentazione di chiudere la partita un’altra volta nelle urne. È evidente che col voto di ieri Berlusconi ha perso: il primo sconfitto è lui. Siccome non sarebbe la prima volta se mutasse la sua sconfitta in una successiva vittoria, lasciamo che siano i fatti a decidere se si tratta della sua definitiva uscita di scena. Quel che è certo, è però che con il Cavaliere ha perso anche, più in generale, la parte che puntava più chiaramente alle elezioni per spostare il baricentro della politica italiana. Ora questo ridisegno è affidato al governo Letta: dal successo della sua azione dipende il nuovo assetto che, a partire dai gruppi parlamentari, può profilarsi nel centrodestra; dal successo della sua azione dipende però anche la contesa aperta nel Pd in vista del congresso, perché proprio la durata e la fortuna del governo possono produrre di fatto quella separazione fra la figura del segretario e quella del premier che ha rappresentato in questi mesi l’insuperabile pietra d’inciampo del partito democratico.

Ma più di ogni altra cosa è nelle mani del governo una chance di riforma della costituzione materiale dell’Italia. Una maggioranza più compatta, un maggior peso in Europa, una scommessa politica che comincia oggi cosa davvero riusciranno a produrre?

(Il Mattino, 3 ottobre 2013)

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