Se Travaglio non capisce

non capisce

Pensavo fosse malafede, e invece sono proprio limiti di comprensione. Ieri il «giornalista» Marco Travaglio è tornato ad avventurarsi pericolosamente sul terreno dell’argomentazione, a lui totalmente sconosciuto, a proposito dell’indulto. Ci sono tre cose che mi obietta (al netto degli insulti): vediamo se posso aiutarlo su tutte e tre, con parole piane e comprensibili a tutti. La prima: siccome mi ero permesso di scrivere, nella mia breve replica di venerdì scorso, che è meglio un colpevole fuori che un innocente dentro, il «giornalista» mi obietta trionfante che quelli che stanno dentro (e che indulto e amnistia metterebbero fuori) non sono affatto innocenti ma colpevoli. Ma che scoperta! Il fatto è che sono stato cattivo, e gli ho giocato un piccolo tiro. Gli ho nascosto le tre righe – pubblicate solo sul blog – in cui spiegavo di quale innocenza parlassi: qual è infatti la colpa o il reato per cui nelle carceri italiane i detenuti devono subire trattamenti e condizioni al limite della tortura? Non mi sognavo dunque di dire (e non ho detto) che i detenuti sono tutti innocenti, ma solo che non meritano trattamenti disumani. Gliela riformulo così, aiutandolo: meglio un colpevole fuori che un trattamento disumano dentro. Ovviamente, il lettore medio e non prevenuto poteva ben arrivarci da solo, anche senza leggere il blog. Ma Travaglio non ci è arrivato, e le tre piccole righe che gli ho celato hanno potuto dispiegare tutta la loro cattiveria, indicando con esattezza il punto oltre il quale la capacità di comprensione del “giornalista” non può andare.

Seconda obiezione: avevo scritto che appoggio la proposta Manconi, che esclude la cumulabilità dell’indulto. Quindi l’indulto non si applica a Berlusconi. Ora, Travaglio obietta anzitutto che Manconi ha un solo voto, al che gli rispondo: bene, ha anche il mio (per quel che vale). In secondo luogo, e soprattutto, il «giornalista» obietta che il nuovo indulto si applicherà a tutte le altre condanne che dovessero piovere sul capo di Berlusconi per gli altri procedimenti in corso. Seguite, se ne avete lo stomaco, come il suo unico e universale principio etico (chi sbaglia paga) si tramuti in una livorosa morale contra personam: Travaglio sostiene che non debbo preoccuparmi delle condizioni dei detenuti e discutere una proposta di indulto e amnistia per non fare che uno, Berlusconi, la sfanghi, se in futuro sarà condannato. «Se». Ora, mi pare evidente che Travaglio ne sa più di me su quello che faranno le procure; posso quindi capire il suo grido di dolore, ma non per questo mi convincerà a infliggere pene supplementari a tutta la popolazione carceraria per quel che in futuro potrà accadere. «Potrà». Tanto più che, a proposito di futuro, non sempre ci prende, quando si avventura su altri terreni. Aveva scritto che una condanna avrebbe avuto conseguenze fatali sul governo: non è andata così. Aveva scritto che saremmo andati alle elezioni quando Berlusconi avesse voluto staccare la spina: non è stato così. Aveva scritto che l’avrebbe fatta da padrone nel governo di larghe intese: non sta andando così.  Aveva scritto che il Cavaliere non uscirà dal Parlamento: non andrà così.

Terza obiezione, la più gustosa. Travaglio mi accusa di incoerenza, causata peraltro dalla spiacevole situazione per cui mentre lui è uomo libero io invece, scrivendo sull’Unità, non lo sarei. Sicché avrei prontamente cambiato opinione e da inflessibile difensore del principio della certezza della pena (in agosto, dopo la condanna del Cavaliere), sarei diventato favorevole al suo oltraggio (adesso, a proposito di indulto e amnistia). Ora, lascio perdere quanto Travaglio avrebbe potuto comprendere se solo avesse letto con un po’ di attenzione la mia replica di venerdì, e mi limito a fargli notare che la clamorosa contraddizione che trova nelle mie posizioni sta in realtà in altro luogo: nella Costituzione italiana. Se infatti essere favorevole a un provvedimento di indulto e all’amnistia significasse calpestare il principio della certezza della pena, sarebbe la Costituzione italiana a calpestare il principio, visto che all’articolo 79 prevede la possibilità di atti di clemenza (a certe condizioni). Le lunghe citazioni di cui mi onora dimostrano invece soltanto una cosa, che io non ho mai desiderato che Berlusconi o chiunque altro potesse farla franca, mentre Travaglio, come ho scritto, desidera che, pur di non fargliela fare franca, non importa chi ci vada di mezzo, se uno cento o mille altri detenuti.

Concludo per sottolineare l’unico punto che mi sta a cuore, non volendo proseguire oltre con questa polemicuzza.  Io non giudico né inaccettabile né vergognoso il parere di chi è contrario a indulto e amnistia. Lo giudico anzi comprensibile, ragionevole, degno di essere discusso, anche se non è il mio. (Lo giudico anche politicamente più accorto, ma non è l’accortezza politica che è in discussione qui). È invece Marco Travaglio che giudica moralmente indecente, supino e prono ai voleri di Napolitano e in siffatte altre maniere il parere di chi non la pensa come lui. Si è impancato a giudice della morale mia personale e del Paese intero, e cade al primo argomento che gli buttano tra i piedi.

(L’Unità, 14 ottobre 2013 – In risposta a “Medaglie” di Marco Travaglio, Il fatto quotidiano, 13 ottobre 2013)

5 risposte a “Se Travaglio non capisce

  1. La carta dell’Unità non è buona neanche per incartare il pesce. E tu non sei libero: senza i soldi pubblici, il giornale straccione per il quale lavori non esisterebbe e tu lavoreresti al mercato dell’ortofrutta. E anche lì le tue opinioni varrebbero quanto ‘sta cippa.

  2. Sicuramente sono libero dalle scemenze che hai scritto. Se ricevere soldi pubblici significasse non esser liberi, allora i professori della scuola pubblica italiana non sarebbero liberi: tutti, per definizione.

  3. x dott.schena: se il suo nome è reale, significa che proprio non ci arriva.. diversamente avrebbe il pudore di usare un nick per scrivere tali sciocchezze … inoltre se leggesse con un minimo di attenzione, scoprirebbe che il blogger non campa facendo il giornalista , ma insegna, quindi è molto più libero anche di chi scrive su giornali -se le piace- senza finanziamento.
    io invece coltivo e baratto i prodotti della terra, e non mi sento inferiore nè a lei , nè al professore.
    x prof. adinolfi: ha avuto fegato a leggersi in un solo pomeriggio un bel po’ di articoli di travaglio!!(per scoprire le sue previsioni fantastiche!).

  4. Cari Davide, i giornali di partito non sono liberi per definizione. Se ti sforzate di capire, ci arrivi anche tu. Il dipendente pubblico rende un servizio ai cittadini ed è pagato con i soldi dei cittadini. I giornali devono campare con i soldi dei propri lettori, non con quelli dei contribuenti, che loro malgrado devono pagare perché i finanziamenti li decide la politica.
    Dacci dentro con la zappa, e già che ci sei invita anche Massimo.
    Ad maiora.

  5. “i giornali di partito non sono liberi per definizione” è, di nuovo, una scemenza

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