Archivi del giorno: ottobre 25, 2013

I rubinetti chiusi e l’alibi del capitale sociale

ImmaginePer linee molto generali, si può dire che si sono succeduti nel nostro Paese, nel corso di un secolo e mezzo di storia unitaria, tre tipi di culture meridionaliste. In un primo senso, il meridionalismo si è fondato su una logica di riparazione e, quasi, di risarcimento per i danni subiti dall’unificazione (Francesco Saverio Nitti, per fare un nome). In una secondo accezione, meridionalismo ha significato giustificazione di politiche per il Mezzogiorno volte a comare il divario con il Nord in termini di modernizzazione e industrializzazione di un’area depressa e arretrata (Pasquale Saraceno, per farne un altro). In un ultimo senso, purtroppo prevalente negli ultimi anni,la cultura meridionalistica ha dovuto attestarsi su una linea puramente difensiva, contro l’idea che spostare risorse al Sud equivalga puramente e semplicemente a dissiparle, sottrarle al Nord laborioso per sprecarle in un Mezzogiorno fannullone e criminale.

Va da sé che l’idea da contrastare non si presenta solo con questo volto odioso. Ha anche un volto gentile: dopo tutto non siamo ancora diventati tutti leghisti. Viene proposta dunque così: se vuoi un soldo prima devi meritartelo. Chi volete infatti che si metta contro il merito? E siccome il Sud fannullone e criminale quel soldo non lo merita (non lo sa spendere, non ha i requisiti, non ha classe dirigente, ecc. ecc.), meglio dirottarlo altrove che darlo a chi non sa farne tesoro.

Ovviamente, nessuno nutre un pregiudizio così francamente discriminatorio (a parte, al solito, i leghisti): di realtà locali «meritevoli», capaci di percorsi di sviluppo innovativi ve ne sono. Non c’è un solo Mezzogiorno: ce ne sono tanti, tutti diversi tra loro. Ma sminuzzate il Sud in realtà territoriali diverse con problematiche e caratteristiche ogni volta specifiche e proprie, e dell’antica questione meridionale non resterà più nulla, o quasi.

Ora, saremmo davvero ingenerosi se risolvessimo in questo modo l’«equivoco del Sud», per dirla con il titolo di un recente libro di Carlo Borgomeo. Un equivoco che dura da tanti, troppi anni, e che la crisi non ha fatto altro che acuire. L’ultimo rapporto Svimez fotografa una situazione a dir poco drammatica: in termini di calo dei consumi, dell’occupazione, della forza produttiva, di impoverimento generale della società meridionale. Ma il j’accuse lanciato tre giorni fa dal ministro Carlo Trigilia, che ha messo con spietatezza sul banco degli imputati la «manomorta della politica» qualche preoccupazione può destarla. Intendiamoci: l’ingente intermediazione delle risorse finanziarie da parte di un ceto politico meridionale miope e rapace rappresenta un problema, non certo la soluzione. Ma è difficile pensare che il Sud potrà mai farcela se, in base a ciò, si traesse non la conseguenza che c’è bisogno (urgente) di una nuova classe dirigente, ma che basta chiudere i rubinetti della spesa. Come se poi il rigore dei conti pubblici perseguito dagli ultimi governi non avesse finora penalizzato il Sud molto più del Nord.

Non si tratta però soltanto di numeri, ma di filosofie. Cioè nuovamente di culture meridionalistiche, e della convinzione che va purtroppo diffondendosi che il vero gap da colmare non è tanto il divario economico tra Nord e Sud, quasi fosse una falsa ossessione, quanto piuttosto la differenza in termini di capitale sociale, cioè di risorse civiche, di cultura della legalità, di relazioni fiduciarie, di senso delle istituzioni. In mancanza delle quali ogni investimento sarebbe sprecato.

Ecco, di nuovo, il volto gentile di quell’idea solo presuntamente meritocratica, che un meridionalismo senza sensi di colpa deve sforzarsi di contrastare, perché rischia purtroppo di non promuovere lo sviluppo, ma di sanzionare lo status quo: prima infatti devi essere capace di attirare investimenti (il merito), e solo poi è possibile immaginare politiche pubbliche di sostegno (il premio). Ma siccome la capacità di attrarre investimenti non fiorisce da sola – oppure, con diversa fraseologia: siccome l’accumulazione del capitale sociale non è un processo spontaneo ma richiede qualche energico strappo, senza quelle politiche pubbliche di sostegno (senza investimenti in infrastrutture, aiuti al settore produttivo, strategie per l’innovazione, ecc.) quello strappo non si produrrà, e il Sud rimarrà al palo. E sarà pure colpa sua.

E così, liberatici del vittimismo auto-assolutorio del meridionalismo piagnone, tanto inelegante, finiremo col rimanere schiacciati da una colpevolizzazione più odiosa e almeno altrettanto preconcetta. Niente soldi, insomma, perché non li meritiamo. Che però vuol dire, alla fine, cornuti e mazziati: non so davvero se possiamo permettercelo.

(Il Mattino, 25 ottobre 2013)

Se le regole non bastano

ImmagineNihil sub sole novi. Altro che novità, discontinuità, rottamazione: non c’è niente di nuovo sotto il sole. Un sistema definitivo per tenere imbroglioni e furbastri fuori dai partiti purtroppo non è stato ancora inventato, e si vede. In verità, il regolamento del Pd, che si accinge a celebrare il congresso, ha tutte le cose a posto: i garanti, gli organi di controllo, l’anagrafe degli iscritti, le procedure per i ricorsi e così via. Ma ovviamente non basta, se i candidati si combattono a colpi di pacchetti di tessere. La commissione nazionale per il congresso, con delibera n. 19 dello scorso 10 ottobre, ha fissato i requisiti per il tesseramento: l’iscrizione è individuale, sono esclusi dall’Anagrafe degli iscritti gli appartenenti ad altri movimenti politici, chi partecipa al voto sottoscrive una impegnativa dichiarazione di sostegno al partito democratico. Ma è come svuotare il mare con il secchiello: in omaggio ad una retorica irresistibile che chiede alle organizzazioni di partito, e solo a quelle, di scegliere i propri leader non solo tra i propri iscritti ma anche tra gli aderenti dell’ultimora, le primarie sono aperte ed esposte ad ogni vento. Ed anche, naturalmente, ad ogni colpo basso. Se ne sono avuti esempi, e ancora se ne avranno. A Napoli come nel resto del Paese.

La risposta standard a questo tipo di preoccupazioni nel partito democratico è: noi almeno il congresso lo celebriamo. Noi almeno siamo un partito, non una formazione personale o padronale, non un movimento carismatico, non un raggruppamento estemporaneo. Perciò vigileremo, cercheremo di evitare ogni inquinamento, ma il percorso congressuale deciso resta il più democratico e inclusivo.

Sarà, ma non basta. Non si tratta infatti di regole e formalità da rispettare, ma di funzione e identità da recuperare: quello che i partiti hanno smarrito nel progressivo smottamento della seconda Repubblica, complici anche pessime leggi elettorali, e che stentano drammaticamente a ritrovare. Due anni fa Michael Moore dedicò un film al fascino esercitato sui migliori cervelli di un’intera generazione dalla ricerca di sempre più sofisticati algoritmi finanziari. Di recente, uno dei più grandi intellettuali viventi, George Steiner, ha posto la medesima questione: quale futuro stiamo disegnando, se le menti giovani più brillanti sono attratte non dalle istituzioni politiche di un paese, ma solo dalle sue architetture finanziarie. Di questo infatti si tratta: di come portare intelligenze nuove alla guida del Paese, di come formare una nuova classe dirigente. Non sarà naturalmente il congresso del Pd a invertire l’allarmante tendenza denunciata da Moore e Steiner. Ma se i partiti rinunciano al compito di selezionare funzionari e dirigenti all’altezza, se perdono ogni capacità di visione dedicandosi soltanto al rastrellamento di pacchetti di tessere, se rinunciano alle idee, se si mutano in agenzie di collocamento per aspiranti amministratori, se consentono i più spericolati gattopardismi e ripropongono i più impresentabili notabilati, allora i numeri gonfiati del tesseramento potranno anche essere combattuti a colpi di carte bollate, ma metteranno comunque piombo nel corpo del Pd. E a quello napoletano non basterà certo un quesito referendario per restituirgli il colpo d’ala.

(Il Mattino, 24 ottobre 2013)

La Capria e la sfida al lettore italiano: impara a leggere

ImmagineGiusto cent’anni fa, nel 1913, Marcel Duchamp mise una ruota di bicicletta su uno sgabello, e la espose: era il primo ready-made della storia. Il primo oggetto d’arte che non bisognava fare – concepire, poi realizzare, infine cesellare – perché era già fatto. Cinquant’anni fa, poco più, Andy Warhol espose in una galleria di New York i suoi primi barattoli di zuppa di pomodoro Campbell. Trentadue, per l’esattezza. Tra gli interrogativi più profondi che l’opera di Warhol poneva vi era il seguente: si tratta di un’unica opera composta di trentadue pannelli tutti uguali, o si tratta invece di trentadue opere esposte le une accanto alle altre? Per il resto, quel che c’era da vedere era precisamente il barattolo, riprodotto trentadue volte. Ieri, infine, Raffaele La Capria ha inviato una lettera al «lettore italiano», per il tramite del quotidiano Il Foglio, lamentando con garbo ed ironia quanto poco questa figura, forse ormai in via di estinzione, si sia dato pena, negli ultimi decenni, di leggere i libri dello scrittore napoletano. Libri buoni, ben scritti, con gli aggettivi giusti e uno stile ben definito, che però il lettore italiano ha continuato a lasciare sugli scaffali, continuando a comprare invece libri scritti male, che non valgono niente, che sono un monumento all’ignoranza, e che tuttavia si vendono in quantità industriale. Come la mettiamo? Possibile – si chiede La Capria – che solo un mio libro, Ferito a morte,  abbia venduto bene, e tutti gli altri no?

Il direttore del giornale, Ferrara, dà la risposta che ci si aspetta da lui, e salta a piè pari il problema. Io, caro La Capria, ti leggo – assicura Ferrara – come mai non ti basta? Ovvero: perché ti ostini a pretendere, anche adesso che hai novant’anni, che la qualità si incontri con i gusti della maggioranza? Perché vuoi gettare le perle ai porci?

Già: perché ostinarsi? Perché non dovrebbe bastarci che da una parte se ne stiano gli artisti, i letterati, gli intellettuali, gli unici in grado di toccare le più alte sfere dello spirito umano, e da un’altra parte invece rimangano tutti gli altri, con i loro gusti triviali, con le loro preferenze dozzinali, con la loro estetica degradata di massa?

Io sospetto che almeno una parte di questa ostinazione discenda dalla ruota di Duchamp e dal barattolo di Warhol, cioè dal tentativo di forzare i rispettivi confini di quelle regioni: mettere una ruota di bicicletta in un museo significa costringere i visitatori a lasciar perdere la bellezza e a guardare finalmente il museo, il fatto stesso che si sia in quel luogo e che lì l’arte vi venga esposta. Che significa? Cosa rende possibile una simile fruizione dell’arte, e soprattutto a chi la rende possibile? A cosa serve, e soprattutto a chi serve, l’algida distanza fra arte e vita? Allo stesso modo, riprodurre un oggetto di uso assolutamente comune, senza nessun lavorio artistico, senza nessuna particolare ingegnosità, senza l’aiuto del mestiere o l’assistenza di una divina ispirazione significa farla finita con l’ideale, farla finita con la profondità, finirla anche con la sublimazione, e dipingere né più né meno quello che siamo: gente che beve Coca-Cola e mangia zuppa di pomodoro.

Warhol stessa vedeva bene, in realtà, quello che sarebbe potuto capitare, se si fosse presa sino in fondo una simile strada. Un anno dopo la mostra che lo consacrò ad icona dell’arte americana e mondiale, in un’intervista rilasciata nel 1963,Warhol disse: un giorno succederà che ciascuno sarà felice di pensare soltanto a quello che vuole lui, e proprio così, probabilmente, tutti finiranno col pensare le stesse cose. Questo mi sembra quello che sta accadendo, concluse; e questa è anche la ragione per cui La Capria non sarà molto contento di vedere comprese le sue ragioni con i barattoli di Warhol: non è forse l’esito che vorrebbe scongiurare, con i suoi testi, evitare che il mercato editoriale sia dominato da libri prodotti in serie, privi di qualunque differenziazione estetica, tutti uguali come i barattoli al supermercato?  O forse: evitare almeno che si sia persa qualunque percezione del problema? In fondo Ferrara vede bene dove sia il problema, però lo dichiara irresolubile, si limita a leggere La Capria lui solo e a evitare come la peste il supermercato del libro. Ma La Capria no, non si è rassegnato, il suo spirito illuministico lo porta ancora a dire che una via di mezzo fra la letteratura come prodotto squisito per pochissimi eletti e il banale contrabbandato come letteratura ci deve essere, deve essere ancora cercato (siamo sicuri infatti che La Capria non finirà affatto di pubblicare: o almeno ce lo auguriamo).

Non occorre, ora, prendere partito: basta, ripeto, vedere il problema. E poi magari ascoltare il governatore di Bankitalia, Visco, osservare ieri come in Europa vi sia una differenza sensibile, in termini di occupazione, fra diplomati e laureati, mentre in Italia no, le percentuali sono identiche. E in attesa che la teoria estetica si interroghi ancora e sempre su cosa sia arte e cosa no, provare almeno a mettere mano a quest’ultimo problema. Non per far vendere più libri a La Capria, ma per far lavorare qualche laureato in più. E per non rassegnarsi all’estetismo e al cinismo di Ferrara.

(Il Mattino, 20 ottobre 2013)