I rubinetti chiusi e l’alibi del capitale sociale

ImmaginePer linee molto generali, si può dire che si sono succeduti nel nostro Paese, nel corso di un secolo e mezzo di storia unitaria, tre tipi di culture meridionaliste. In un primo senso, il meridionalismo si è fondato su una logica di riparazione e, quasi, di risarcimento per i danni subiti dall’unificazione (Francesco Saverio Nitti, per fare un nome). In una secondo accezione, meridionalismo ha significato giustificazione di politiche per il Mezzogiorno volte a comare il divario con il Nord in termini di modernizzazione e industrializzazione di un’area depressa e arretrata (Pasquale Saraceno, per farne un altro). In un ultimo senso, purtroppo prevalente negli ultimi anni,la cultura meridionalistica ha dovuto attestarsi su una linea puramente difensiva, contro l’idea che spostare risorse al Sud equivalga puramente e semplicemente a dissiparle, sottrarle al Nord laborioso per sprecarle in un Mezzogiorno fannullone e criminale.

Va da sé che l’idea da contrastare non si presenta solo con questo volto odioso. Ha anche un volto gentile: dopo tutto non siamo ancora diventati tutti leghisti. Viene proposta dunque così: se vuoi un soldo prima devi meritartelo. Chi volete infatti che si metta contro il merito? E siccome il Sud fannullone e criminale quel soldo non lo merita (non lo sa spendere, non ha i requisiti, non ha classe dirigente, ecc. ecc.), meglio dirottarlo altrove che darlo a chi non sa farne tesoro.

Ovviamente, nessuno nutre un pregiudizio così francamente discriminatorio (a parte, al solito, i leghisti): di realtà locali «meritevoli», capaci di percorsi di sviluppo innovativi ve ne sono. Non c’è un solo Mezzogiorno: ce ne sono tanti, tutti diversi tra loro. Ma sminuzzate il Sud in realtà territoriali diverse con problematiche e caratteristiche ogni volta specifiche e proprie, e dell’antica questione meridionale non resterà più nulla, o quasi.

Ora, saremmo davvero ingenerosi se risolvessimo in questo modo l’«equivoco del Sud», per dirla con il titolo di un recente libro di Carlo Borgomeo. Un equivoco che dura da tanti, troppi anni, e che la crisi non ha fatto altro che acuire. L’ultimo rapporto Svimez fotografa una situazione a dir poco drammatica: in termini di calo dei consumi, dell’occupazione, della forza produttiva, di impoverimento generale della società meridionale. Ma il j’accuse lanciato tre giorni fa dal ministro Carlo Trigilia, che ha messo con spietatezza sul banco degli imputati la «manomorta della politica» qualche preoccupazione può destarla. Intendiamoci: l’ingente intermediazione delle risorse finanziarie da parte di un ceto politico meridionale miope e rapace rappresenta un problema, non certo la soluzione. Ma è difficile pensare che il Sud potrà mai farcela se, in base a ciò, si traesse non la conseguenza che c’è bisogno (urgente) di una nuova classe dirigente, ma che basta chiudere i rubinetti della spesa. Come se poi il rigore dei conti pubblici perseguito dagli ultimi governi non avesse finora penalizzato il Sud molto più del Nord.

Non si tratta però soltanto di numeri, ma di filosofie. Cioè nuovamente di culture meridionalistiche, e della convinzione che va purtroppo diffondendosi che il vero gap da colmare non è tanto il divario economico tra Nord e Sud, quasi fosse una falsa ossessione, quanto piuttosto la differenza in termini di capitale sociale, cioè di risorse civiche, di cultura della legalità, di relazioni fiduciarie, di senso delle istituzioni. In mancanza delle quali ogni investimento sarebbe sprecato.

Ecco, di nuovo, il volto gentile di quell’idea solo presuntamente meritocratica, che un meridionalismo senza sensi di colpa deve sforzarsi di contrastare, perché rischia purtroppo di non promuovere lo sviluppo, ma di sanzionare lo status quo: prima infatti devi essere capace di attirare investimenti (il merito), e solo poi è possibile immaginare politiche pubbliche di sostegno (il premio). Ma siccome la capacità di attrarre investimenti non fiorisce da sola – oppure, con diversa fraseologia: siccome l’accumulazione del capitale sociale non è un processo spontaneo ma richiede qualche energico strappo, senza quelle politiche pubbliche di sostegno (senza investimenti in infrastrutture, aiuti al settore produttivo, strategie per l’innovazione, ecc.) quello strappo non si produrrà, e il Sud rimarrà al palo. E sarà pure colpa sua.

E così, liberatici del vittimismo auto-assolutorio del meridionalismo piagnone, tanto inelegante, finiremo col rimanere schiacciati da una colpevolizzazione più odiosa e almeno altrettanto preconcetta. Niente soldi, insomma, perché non li meritiamo. Che però vuol dire, alla fine, cornuti e mazziati: non so davvero se possiamo permettercelo.

(Il Mattino, 25 ottobre 2013)

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