C’era una volta la libertà di coscienza

ImmagineI precedenti non sono soltanto materia per fini giuristi: contano anche nel giudizio storico-politico. Così, la discussione che sta impegnando la Giunta per il regolamento – voto palese o voto segreto sulla decadenza di Berlusconi – può ricevere un po’ di luce da qualche caso analogo.

Per esempio Andreotti. Maggio 1993. La data è importante: siamo al centro del biennio funesto che segnò il tracollo della prima Repubblica, anche se non il decollo della seconda. Il Parlamento è chiamato a decidere sull’autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti. Ed è lo stesso Andreotti a chiedere, nell’occasione, il voto palese. Una scelta quasi obbligata: prima c’era stato un diniego, per analoga richiesta avanzata nei confronti di Bettino Craxi. Dopo invece ci sarà l’abolizione pura e semplice dell’istituto dell’autorizzazione a procedere, in servizio da quasi cinquant’anni di vita repubblicana, e l’equiparazione secca del parlamentare al «cittadino normale». Così si scriveva allora sui giornali, con toni che anacronisticamente si potrebbero dire grillini.

Così come suona sinistramente grillina – lo si può dire? – l’enfasi sulla trasparenza che accompagnava allora ed accompagna ora la decisione. Come se non ci fosse nulla che il segreto debba mai tutelare. O come se il segreto fosse soltanto il luogo ignobile dell’imbroglio e del tradimento, e non anche quello nobile della protezione della libertà di coscienza.

Ma ci sono le procedure. C’erano anche allora, nel ’93. E anche allora occorreva un’interpretazione autentica, prodotta alla bisogna, che giustificasse il ricorso al voto palese, anche «in previsione di future normative di maggiore ampiezza», come disse l’allora Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Che voleva dire: anticipiamo col voto palese la cancellazione dell’istituto. E pure alla Camera, presidente Napolitano, prevalse – sembra quasi si debba dire: a furor di popolo, nonostante si trattasse di lavori d’aula – la reinterpretazione della norma, per cui si sarebbe dato da lì in poi non un voto sulla persona, ma «sul bene della rappresentanza parlamentare nel suo complesso», come disse l’allora capogruppo della Democrazia cristiana, Gerardo Bianco. Non diversamente chi sostiene oggi il voto palese ritiene che non di voto sulla persona si tratta, ma sullo «status di appartenenza al plenum del Senato», o qualcosa del genere.

Le differenze tra i due casi ci sono, eccome, ed è inutile elencarle. Ma mutate pure tutto quello che c’è da mutare: siete comunque di fronte all’esigenza di rivendicare una prerogativa parlamentare, contro un’opinione pubblica che, allora come ora, legge prerogativa e intende privilegio, quando non sopruso. E soprattutto, allora come ora, l’aspetto più sgradevole della vicenda non sta tanto nelle determinazioni che dovessero essere assunte, in un senso o nell’altro, ma nelle motivazioni che sembrano sostenerle. Perché, certo, il centrodestra, non avendo (purtroppo) saputo assumere una fisionomia diversa da quella del partito personale, riesce poco credibile nella difesa di un’istituzione o di un principio e molto agguerrito piuttosto nella difesa di una persona; ma è soprattutto il centrosinistra che non riuscendo (purtroppo) a mantenere una propria fisionomia indipendentemente dagli umori di piazza, avverte il clima, sente il fiato sul collo e, prontamente, si adegua. Tutta la sapienza giuridica di questo mondo non riesce a nascondere questa evidenza.

Ora, se è vero che uno dei mali del Paese è la debolezza della politica italiana, ed è vero pure che non gli restituisce forza e prestigio il pantano giudiziario in cui Silvio Berlusconi si è cacciato, è vero anche, però, che certo non gli procura forza e autorevolezza neppure questa continua dimissione dal proprio ruolo a cui per infingardaggine il centrosinistra acconsente. C’è un Parlamento, che è il luogo della politica perché è il luogo della mediazione e, proprio perciò, della distanza. Che i grillini vogliono abolire, come se significasse soltanto separatezza, casta e, di nuovo, privilegio. Occorre sapere invece che immediatezza non significa mai nulla di più vero, se non significa insieme anche qualcosa di più violento.  

(Il Mattino, 30 ottobre 2013)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...