Bill, Mark e il conflitto irrisolto sulla gerarchia dei bisogni umani

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«Immaginiamo di fondare una città!» esclama Socrate al Financial Times, conversando con i due fratelli minori di Platone: Mark Zuckerberg e Bill Gates. Se avete letto i libri o visto al cinema la mirabolante saga di Percy Jackson, la commistione fra l’antico mondo greco e l’avveniristico mondo dell’high tech non vi sorprenderà. Perciò proseguo. Dunque: gli uomini vivono in comune, spiega Socrate al giornale,  perché nessuno è autosufficiente e anzi ognuno ha molti bisogni. Il primo e principalissimo dei quali è raccogliere il cibo per continuare a viverre. Giusto, osserva Bill. Poi ci vuole una casa, dei vestiti: le cose essenziali, insomma. «The basic things», ripete compiaciuto il fondatore di Microsoft, mentre il cronista del giornale londinese annota tutto. Ma ora chiediamoci come vivranno le persone che hanno bisogno di organizzarsi insieme. E soprattutto se si accontentino davvero di poche, minime cose. Perché quello che accade alla città immaginata da Socrate è che ben presto si riempie di un mucchio di altre esigenze che non è facile gestire né soddisfare. A meno che non disponi dei PC di Bill e non metti tutti in rete. «Quel che ci vuole per migliorare il mondo è la connettività»sentenzia pronto Mark Zuckerberg, il fondatore non di una città ma di un social network, Facebook. Forse ai tempi di Socrate la rete non sarebbe stata strettamente indispensabile per i pochi cittadini liberi che si incontravano per le vie di Atene, ma nella odierna visione globale di Zuckerberg è invece massimamente urgente abbattere i costi e portare i quasi tre miliardi di utenti della rete a cinque miliardi. «Collegare il mondo intero è la sfida più grande che ha dinanzi la nostra generazione», conclude Mark ispirato.

Bill invece scrolla la testa (anche Socrate, per la verità). «Nella gerarchia dei bisogni umani, i computer non si trovano nei primi cinque posti», osserva amaro. Prima vengono, per esempio, le medicine. «Cosa è più importante, il vaccino contro la malaria o la connettività?» chiede Bill a Mark, e si capisce che ha già la risposta in tasca: il vaccino è più importante, e infatti Gates ha impegnato la Fondazione che dirige i suoi sforzi di miliardario filantropo nella ricerca di un vaccino efficace contro la malattia. Solo che quella Fondazione, gli obietta Socrate, investe nella ricerca i soldi fatti con i computer. E però, ce ne fossimo stati alla prima idea di una città frugalissima ed austera, i problemi della malnutrizione e delle malattie non sarebbe neppure sorti. Perciò il povero Bill non capisce come i suoi colleghi miliardari donino ingenti risorse per aprire la nuova ala di un museo, invece di spendere quelle somme per prevenire le malattie che causano la cecità: è un non senso, è come portare i ciechi a visitare il museo, protesta. Ma Zuckerberg, che ha letto la Repubblica di Platone e conosce l’argomento, non esita a rispondergli: non sarà che il mondo che tu hai in mente, privo com’è di qualunque abbellimento, comodità, agio, senza i musei e anche senza la Repubblica di Platone, è «buono per i porci» più che per uomini?

Non è un’obiezione di poco conto. Tutta l’indignazione di Bill Gates – che è poi la stessa del Discorso sulle, scienze e sulle arti di Jean Jacques Rousseau, fatte salve le differenze di portafoglio fra i due – non è sufficiente a cancellare l’impressione che tirare una netta linea di demarcazione fra i bisogni necessari e quelli non necessari, per lasciar perdere i secondi e badare soltanto ai primi, equivale a buttare via anche un bel po’ di umanità. Magari fossimo uomini in virtù dei soli bisogni necessari! Certo, quelli non necessari sono rigonfi di «umori malsani», come diceva Socrate anni fa, cercando di mettere ordine e giustizia nella sua città. Perciò viene fatto di domandare: ma è meglio costruire le piramidi o procurare cibo alle popolazioni? Meglio mandare l’uomo sulla luna o debellare le epidemie nei paesi poveri? Gates ha ragione: bisogna dare prima cibo e medicine. Forse la cosa va fatta persino prima di inventare il personal computer. Ma il prima e il poi sono maledettamente intrecciati insieme, perché intrecciata è la stessa natura umana (oserei dire: la stessa vita di Bill Gates), e non la si riesce a raddrizzare senza snaturarla del tutto. Oppure senza abbrutirla. Se così non fosse, Platone non avrebbe scritto altri otto libri per completare il disegno della sua Repubblica ideale, dopo la prima chiacchierata fra Socrate e i suoi due fratelli.

Però concediamolo pure a Gates: un conto è rendere problematica la «gerarchia dei bisogni umani», un altro è capovolgerla del tutto. Anche perché abbiamo giocato sin qui con gli anacronismi, ma almeno una data va messa al posto giusto. Il discorso di Rousseau, animato dall’aspirazione a una rigenerazione profonda della società corrotta dell’epoca, è del 1750. Non crediate: all’appuntamento con la rivoluzione non mancava poi tanto.

(Il Mattino, 3 novembre 2013)

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