Kennedy cinquanta anni dopo. Cosa resta del mito

ImmagineChi ha fondato Roma? Romolo, certo. E Romolo era figlio di Rea Silvia, discendente di Enea. Ma questa è solo la versione della leggenda tramandata da Virgilio e Tito Livio. C’è poi un’altra versione, secondo la quale il vero nome di Enea era Kenea, e discendeva dalla nobile razza indoeuropea dei Kenedets. E non è vero nemmeno che Kenea si fermò nel Lazio: partì invece verso Nord e raggiunse addirittura le coste d’Irlanda, «dove la stirpe keneana ebbe modo di proliferare». Questa mirabolante versione offre particolari anche sul modo in cui «la stanchezza palatale degli irlandesi» trasformò il nome di Kenea: prima in Keneda, poi in Kennedy. E così la figura del presidente degli Stati Uniti d’America, ucciso a Dallas cinquant’anni fa, trova il posto che gli spetta, insieme con la sua quasi regale famiglia, ricongiungendosi alla più antica fonte della mitologia greco-romana.

Naturalmente, non c’è nulla di più strampalato di questa fantasiosa genealogia letteraria, inventata da Manuel Vázquez Montalbán in «Ho ammazzato J. F. Kennedy». Ma che John Fitzgerald Kennedy sia divenuto un’icona del ‘900, cioè il surrogato contemporaneo del mito, questa non è affatto un’invenzione, bensì una realtà ben solida e indiscutibile.

Sicché si danno due vie per avervi accesso. Da una parte c’è la ricerca storica, che però produce risultati sempre rivedibili, a volte controversi, in ogni caso dai contorni meno netti e inequivoci di quello che il pubblico desidera. Così John Kennedy è senz’altro, per gli americani e per il mondo occidentale, il Presidente della Nuova Frontiera, dell’esplorazione dello spazio e delle battaglie sui diritti civili, ma questo non toglie che, ad esempio, abbia interpretato in maniera muscolare la politica estera americana, sostenendo il tentativo fallito di sbarco nella Baia dei Porci, a Cuba, per rovesciare Fidel Castro. E sul Vietnam, anche se è difficile tracciare con precisione il confine che separa le sue responsabilità da quelle del successore Lyndon B. Johnson, è quasi impossibile sposare la tesi apologetica trasferita su pellicola dal regista Oliver Stone, per il quale Kennedy sarebbe stato ammazzato proprio perché intendeva frenare l’escalation militare nel sud-est asiatico. Quanto ai diritti civili, è ormai acclarato che la fine della segregazione razziale negli States si deve piuttosto a Johnson che a Kennedy, anche se fin dalla campagna presidenziale del ’60 Kennedy si guadagnò l’appoggio della comunità nera sostenendone le rivendicazioni e favorendo nel Paese una retorica e un clima anti-segregazionista. Infine, e sul terreno che forse oggi sarebbe più proficuo studiare, quello della politica economica, lì si troverebbe la determinazione dell’inner circle kennedyano a dare un impulso pubblico alla crescita, che contraddice vistosamente la plumbea dottrina neoliberista di questi anni.

Ma il mito vive d’altro. Il mito del più giovane Presidente degli Stati Uniti d’America – i libri, i film, le foto, i Sixties, gli anni Sessanta e il primo vento progressista del dopoguerra – quella è un’altra storia, è l’altra via d’accesso al suo nome, anzi alla sua infrangibile sigla, divenuta quasi un brand: JFK. Per quello ci sono naturalmente voluti i colpi di fucile di Lee Oswald, il corteo presidenziale e la morte in diretta, ma ha sicuramente contribuito anche il volto glamour di Jacqueline, la «First Lady dell’industria guantaria» (Philip Roth), o i figli ancora piccoli che sgambettavano sul prato della Casa Bianca. Tutto, nella parabola del Presidente, ha concorso alla costruzione del mito. A cominciare dai dibattiti televisivi con Richard Nixon, i primi che abbiano rovesciato l’esito di un’elezione presidenziale a vantaggio dello sfidante in forza di un’immagine, della sicurezza e della disinvoltura dimostrate da un uomo politico dinanzi alle telecamere, contro un nervoso e insicuro rivale. Quei dibattiti segnarono, molto prima che da noi, il ruolo decisivo della televisione e in genere della comunicazione nella sfera politica.  L’espressione «democrazia del pubblico», che anni dopo la scienza politica avrebbe coniato, ha la sua prima  fonte battesimale in quei lontani confronti televisivi.

Poi Kennedy andò a Berlino. Di quanti presidenti americani si ricordano nel mondo le parole? Nessuno, o quasi. E invece il discorso di JFK – «Ich bin ein Berliner» – è rimasto scolpito nella memoria politica dell’Occidente, come vessillo del mondo libero contro l’oppressione del mondo comunista simboleggiata dalla costruzione del Muro.

Infine Kennedy morì, assassinato. Dopo la morte, la quantità di scandali che ha riguardato la sua vita privata – la relazione con Marilyn Monroe, il suo vorace appetito sessuale – non ne ha affatto appannato la figura, ma anzi l’ha moltiplicata in una serie sempre nuova e intrigante di racconti, storie, pettegolezzi.

Che si raccontano ancora, come per un tempo molto lungo si sono raccontate le storie di Zeus e delle sue razzie amorose. Perché Kennedy non verrà da Kenea, cioè da Enea, mitico discendente della dea Venere, ma a quanto pare si comportò proprio come se lo fosse.

(Il Mattino, 22 novembre 2013)

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