Le domande che farei

Immagine3Nell’epoca della personalizzazione della politica, siccome si ritiene che quello che è da conoscere è anzitutto il profilo personale del futuro segretario – i suoi gusti, le sue abitudini, le sue idiosincrasie – le domande giuste potrebbero essere: con quale personaggio dei fumetti ti identifichi, qual è il tuo piatto preferito, ricordi l’ultima volta che hai pianto, a quale animale ritieni di assomigliare, dimmi l’ultimo film che hai visto al cinema.

Siccome però si tratta pur sempre dell’elezione del leader del principale partito politico italiano, forse non è del tutto sbagliato augurarsi che dal confronto televisivo di stasera venga qualche schiarita circa il futuro che Renzi, Cuperlo e Civati immaginano anzitutto per il partito che si candidano a guidare, poi per il governo che il Pd attualmente sostiene in Parlamento, infine per l’Italia e per l’Europa.

Anzitutto sul partito, dunque. Renzi è accusato di usarlo solo come trampolino per il governo, Cuperlo di immaginarlo solo come il luogo in cui coltivare un riflesso identitario, Civati di tenersene alla larga per infilzarlo sempre volentieri, e lucrare così sulla presa di distanza da esso. Chiunque vinca, da segretario eletto dovrà cambiare almeno un poco la posizione che tiene adesso, sicché gli si deve chiedere che partito vuole fare, con quale cultura politica, quali risorse, quale rapporto con iscritti ed eletti. Nella seconda Repubblica ha sempre vinto la discontinuità, la novità, a volte persino l’estraneità rispetto alla politica: c’è da andarne fieri? Hanno il coraggio di dirci dove invece intendono finalmente piantare la loro tenda e metter radici? Tutti e tre vogliono star dentro il socialismo europeo: chi di loro si incarica di spiegarlo a Fioroni e Castagnetti? E lo statuto: gli va bene così com’è, con le primarie le convenzioni e tutto il resto? Funziona, secondo loro?

Poi il governo. Tutti e tre mostrano, con accenti diversi e diverso senso di responsabilità, di voler marcare una differenza rispetto all’azione condotta fin qui da Enrico Letta. Ma, da segretari, lavorerebbero per ridurre quella differenza o per accrescerla? Questo governo, fortemente voluto da Napolitano, è nato per necessità e spirito di servizio. Ora che non c’è più Berlusconi, Dio ce ne scampi e liberi, ritengono di poterlo considerare finalmente il nostro governo, il governo dei democratici? Se no, com’è probabile, come pensano allora di farlo, un governo Pd, in questa o in un’altra legislatura? E in particolare: a quale legge elettorale pensano, e con quali forze politiche? Coi grillini mai? Con Casini ancora un altro poco? Con Alfano solo per questa volta?

Intanto però questo governo c’è, e si sforza pure di governare. Da quali punti programmatici dovrebbe secondo loro ripartire? Qual è il fronte su cui è più debole la sua azione, e più urgente un cambio di rotta?

Infine l’Italia. Forse non sarebbe inutile se provassero a raccontare la crisi, come loro immaginano che investa il paese. Perché non tutti i racconti sono uguali. Un conto è che comincino dal debito pubblico, un altro che insistano sulla debolezza della domanda, sui bassi salari e la forte diseguaglianza, un altro ancora è che lamentino scarsa competitività o troppa burocrazia. Il loro mantra è la modernizzazione, la giustizia sociale o la partecipazione dal basso? Siccome però in tutti i loro racconti si imbatteranno nell’Europa, dovranno anche farci capire come intendono smuovere la Merkel dalle ricette rigoriste che ha finora inflessibilmente propinate all’Unione, resistendo a ogni ipotesi di condivisione del debito, di bond europei, di correzione della bilancia dei pagamenti tedesca. Ecco: qual è la loro ipotesi, al riguardo?

Ma il pubblico di Sky Tv cerca davvero un simile terreno di discussione? Vuol sapere davvero quali parole vere siano finora uscite, ad esempio,sul Mezzogiorno, sulla scuola o sull’ambiente? È davvero in questi termini, di un confronto serrato sui programmi, che è impostata l’elezione del segretario? O sono altri gli elementi che si riveleranno decisivi stasera, quando i candidati saranno insieme in scena, a figura intera, e saranno osservati piuttosto nei loro gesti e nella loro mimica che non nelle loro parole o nei loro argomenti? Nel qual caso, siccome alla domanda sul pantheon personale come l’altra volta con Bersani così questa volta nessuno avrà dubbi, tra Kennedy e Togliatti solo il primo avrà una nomination, la domanda di chiusura potrebbe allora essere: quale strumento suonava Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo? Se poi l’uno o l’altro vorrà anche intonare il motivetto, di sicuro vincerà il confronto.

(L’Unità, 29 novembre 2013)

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