Le parole giuste che aiutano a superare la crisi

ImageLe parole non sono le cose, ma siccome alle cose andiamo attraverso le parole, forse non è inutile chiedersi a quali parole affidiamo la rappresentazione del Mezzogiorno. Quando si ragiona intorno al modo in cui oggi è racconta la questione meridionale, o quel che resta di essa nel discorso pubblico, viene subito il sospetto che si voglia spostare l’attenzione dalle cose alle parole, distoglierla cioè dai problemi drammatici del Sud per prendersela invece con le rappresentazioni stereotipate della realtà meridionale, come se la prima urgenza non fosse la disoccupazione, o la mancanza di lavoro in specie fra i giovani e le donne, o il degrado del territorio, o la criminalità, o ancora il restringimento degli spazi democratici di cittadinanza alla mercé di clientelismi, notabilati, corruzioni piccole e grandi. Come se invece di tutto questo ce la si dovesse prendere piuttosto con la cattiva stampa di cui soffre il Mezzogiorno, o con gli stereotipi sulla società meridionale, o con i luoghi comuni imperanti sui limiti culturali, sui ritardi storici, forse perfino sui difetti antropologici.

Nulla di tutto questo. Nessuna riproposizione di polemiche persino stantìe, che non aiutano a risolvere i problemi né, peraltro, a raccontarli diversamente. Nessun invito a lavare i panni sporchi in famiglia e nessuna sottovalutazione delle condizioni reali in cui versa larga parte del Mezzogiorno. Le diseguaglianza sociali si intrecciano ancora, nel nostro paese, con le diseguaglianze territoriali, e i limiti di una classe dirigente meridionale vecchia, per nulla autorevole, rinunciataria o sterilmente protestataria, piegata sul particolare e priva di un’idea originale e coraggiosa di sviluppo sono troppo evidenti perché li si possa anche solo provare a nascondere o a sottovalutare. Non è per caso che l’assenza di progettualità concreta e di attori politici e sociali credibili si traduce ormai da parecchi anni nella prevalenza, presso  l’opinione pubblica meridionale, di un sentimento di insofferenza e insieme di profonda disaffezione, che si manifesta una volta nell’esigenza velleitaria di «scassare», la volta successiva nel cinismo di chi pensa che tanto nulla può cambiare.

Ma detto tutto ciò, non assolte le colpe di nessuno, come dare voce al Sud che invece, vuole cambiare? E come liberarsi di una colpevolizzazione che trascina in una condanna indiscriminata e senza appello un terzo del Paese? Come evitare la retorica leghista o para-leghista che trasforma la questione meridionale in una questione «dei meridionali», quando non addirittura in una mera questione criminale, e pretende così di lavarsene le mani? Come provare a porre di nuovo al centro del dibattito pubblico e dell’azione pubblica, il problema del divario fra Nord e Sud? Come sostenere quei pezzi della realtà del Mezzogiorno, nel pubblico e nel privato, che costituiscono un tessuto ancora sano, e un serbatoio di energie e di idee a cui attingere?

Queste domande vanno poste. E per porle – anzi per imporle all’attenzione del Paese, evitando che vengano derubricate a questioni locali, e parziali, che non riguardano la collettività nazionale, ma solo il Sud e i suoi limiti cronici – ci vogliono, per farlo, le parole giuste. Un lessico nuovo. Ci vuole onestà intellettuale per non nascondersi dietro il dito della retorica, ma anche coraggio politico, per denunciare la trazione nordista della seconda Repubblica.

È così: il Sud è in cerca di una nuova rappresentazione, e di una nuova rappresentanza. Ha bisogno di immaginare una inedita «terapia dell’industria», di nuove «politiche della città», di una diversa «iniziativa europeistica», di interventi «straordinari». Così si parlava negli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni dell’ultima importante stagione meridionalistica. Ma come si può accendere un forte dibattito pubblico intorno a questi nodi, iniziare una nuova stagione, se tutto viene affogato nell’indistinta condanna dell’arretratezza e del degrado morale? Le cose, infatti, non sono le parole, ma anche le parole aiutano a fare le cose, o a trovare perlomeno le ragioni per farle. Chi dispone delle parole, decide anche delle ragioni e dei torti. E il Sud non può rimanere ancora a lungo, senza parole e dalla parte del torto, solo perché tutti gli altri posti sono stati occupati. 

(Il Mattino, 6 dicembre 2013)

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