Perché Grillo non ama i giornalisti

ImageLe pecore nere. I giornalisti che denigrano i grillini. Che diffamano pubblicamente il movimento, a giudizio insindacabile del movimento medesimo. Beppe Grillo ci scrive un post, e la gogna è servita. La prima ad essere messa al bando è Maria Novella Oppo, dell’Unità. Un giornalista al giorno: se Grillo tiene il ritmo, domeniche comprese, in un anno addita al pubblico ludibrio la bellezza di trecentosessantacinque giornalisti. A me piacerebbe, se posso permettermi, che capitasse in marzo, con la primavera; ma lo so: decide la Rete. Se però volesse fare le cose a puntino, e metterci tutta la foga che lo contraddistingue, Grillo potrebbe magari aggiungere alla fatwa qualche particolare derisorio in più. Ridicolizzare il curriculum professionale, ad esempio, oppure trovare un difetto fisico o almeno una storpiatura grammaticale: a chi non capita, prima o poi?

Ma dopo che Grillo avrà compilato la sua lista nera, bisognerà chiedergli perlomeno se da qualche parte, nel variegato mondo dell’informazione, si trovi a parer suo almeno un giornalista – uno col patentino, dico, uno iscritto all’ordine, uno con qualche anno di attività alle spalle – che non si debba vergognare di esistere, o almeno di scrivere sui giornali. E vedrete: non lo troverà. perché è l’idea stessa che ci sia qualcuno che interpreti le tue parole, che le presenti accompagnandole con il proprio libero giudizio, che a Grillo proprio non va giù. È la figura stessa del giornalista che viene in questione, per lui, grazie al prodigio della Rete, nel santuario della democrazia diretta, di cui Grillo è e deve essere l’unico officiante.

Cosa volete allora che significhino per lui gli appelli alla libertà dell’informazione, al pluralismo delle opinioni, ai diritti fondamentali riconosciuti in Costituzione, quando è la professione stessa del giornalista che è revocata in dubbio? Uno fa la domanda, tu rispondi: non è evidente che la domanda è di troppo? Uno parla, quell’altro riporta e commenta: non è evidente, di nuovo, che il commento può solo distorcere, inquinare, presentare in una falsa luce? Grillo, quanto a lui, non rilascia dichiarazioni, non parla affatto. Piuttosto, lui detta. Il blog è il suo «dettato». E al dettato ci si attiene punto e basta. Ne sanno qualcosa i parlamentari grillini.

Poi Grillo se la prende con il finanziamento pubblico all’editoria. Unico giudice ha da essere il mercato. Il fatto che quello delle opinioni possa non essere soltanto un mercato è pensiero che neppure lo sfiora. Uno si immagina che sia perlomeno materia di discussione, questa: se vi possa essere un interesse generale a che siano molteplici le voci che si esprimono nello spazio pubblico, e se questo interesse possa essere sostenuto da un’azione dello Stato. Forse sì, forse no, forse in altro modo da come si fa, forse cercando di colpire gli abusi. Ma queste sono sfumature che sul blog di Grillo non troverete mai. Andateci: cercatevi un’opinione men che netta, un parere men che categorico, cercatevi l’espressione di un dubbio, di un ripensamento, di qualcosa di meno di una certezza: non lo troverete.

Grillo infatti è certo: se l’Unità chiudesse, se quel parassita di Maria Novella Oppo smettesse di scrivere, se rimanesse a spasso e senza stipendio sarebbe un gran bel giorno per il Paese come lui lo immagina.

E ancor più bello sarebbe se la cosa avvenisse senza commenti sui giornali, e solidarietà di categoria. Anche questo commento è infatti di troppo, essendosi permesso di interpretare il post di Grillo. Avrei dovuto ricopiarlo integralmente, eseguendo il dettato. Ma la cosa non va affatto così: c’è anzi sempre più bisogno di dire quel che le parole significano, invece di limitarsi a riportarle. Non ci vuol molto: significano illibertà.

(Il Mattino, 7 dicembre 2013)

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