Il vero scontro sul futuro di Letta, ma il Sud è il grande assente

ImagePiù a Sud di Pittella non c’era nessuno. Ma Gianni Pittella è fuori e oggi a contendersi il Pd saranno un fiorentino (Renzi), un triestino (Cuperlo) e un monzese (Civati). Il Mezzogiorno parte con l’handicap, e a giudicare dalla campagna congressuale che oggi si conclude non si può dire che sia al centro delle preoccupazioni degli aspiranti segretari. Come non lo era nella precedente disfida fra Bersani e Renzi. E questo, prima ancora di essere un giudizio sul partito democratico, è un giudizio senza appello sulla sua classe dirigente meridionale.

Il primo, gran favorito della vigilia, è Matteo Renzi, che come Pippo Civati è quasi arrivato alla soglia dei quarant’anni. Gianni Cuperlo è invece del ’61 e di anni ne ha cinquantadue: comunque vada, il Pd compirà un salto generazionale, anche se non necessariamente anagrafico. Tutti e tre i candidati appartengono infatti alla generazione successiva a quella dei «compagni di scuola» orfani di Enrico Berlinguer, anche se Cuperlo è l’ultimo che mantiene un legame riconoscibile con quella tradizione. Si capisce dunque che abbia concluso i suoi ultimi comizi affermando che è in questione l’identità stessa della sinistra; Renzi non sembra proporsi con particolare angoscia il problema, anche se, come gli altri due, è disponibile a completare il percorso del Pd dentro il socialismo europeo. Ma lo fa, a quanto pare, dando alla scelta un significato di schieramento, senza caricarla di un valore storico-politico. Quanto a Civati, il suo profilo sembra ritagliato non tanto sulla sinistra quanto su «ciò che si muove a sinistra». Così si diceva una volta, per intendere un’area di opinione sensibile ai diritti civili e sociali, che aveva però qualche fatica a stare dentro il corpaccione di un partito.

Ma oggi i corpaccioni non ci sono più: i partiti sono sempre più smilzi, sempre più identificati con figure di amministratori, sempre meno autorevoli. Il prossimo segretario del Pd avrà innanzitutto il problema di far crescere un partito appena nato ma già in affanno: segno che non tutto, alla nascita, è andato per il verso giusto. La ricetta di Renzi è l’abolizione pura e semplice del finanziamento pubblico ai partiti, che Civati propone invece di sostituire con un meccanismo su base volontaria, tipo il 5 per mille, mentre Cuperlo vuole rivederlo ma mantenerlo. Su molti temi la retorica di una campagna elettorale non aiuta a distinguere le rispettive posizioni, ma su questo punto la differenza è chiara: per Cuperlo, conformemente a una tradizione storica, l’attività politica è un bene essenziale che è interesse dello Stato sostenere, come la salute o l’istruzione; per Civati, questo sostegno pubblico ci deve essere ma mediato dall’adesione volontaria dei cittadini; per Renzi, non c’è un interesse dello Stato, ma la partita del finanziamento della politica è interamente rimessa agli attori privati.

Vengono fuori tre partiti democratici abbastanza diversi. Ed è una differenza marcata anche sotto il profilo delle possibili riforme istituzionali, tormentone senza fine riproposto ad ogni nuova tornata elettorale. Il Pd di Renzi è una forza tendenzialmente presidenzialista o semipresidenzialista; il Pd di Cuperlo è una forza tendenzialmente neo-parlamentare; il Pd di Civati è sulla linea che a metter mano alla Costituzione c’è il rischio di manometterla punto e basta. A riprova che non sempre il vecchio e il nuovo stanno dove si crede che stiano.

Ma il tasso di novità non viene misurato sul terreno programmatico, dove del resto i pareri sono assai discordi: Cuperlo imputa a Renzi di difendere «nuove vie» di stampo blairiano, che in realtà risalgono agli anni Novanta e che la crisi ha condannato; Renzi imputa a Cuperlo di difendere il solito vecchio blocco dei sindacati e del pubblico impiego che con la crisi diventa una zavorra; Civati imputa a tutti e due di non fare sul serio, né in difesa né – probabilmente – all’attacco.

Ma il vecchio e il nuovo sono per l’opinione pubblica anzitutto le facce che circolano di qua o di là. Orbene, se si guarda agli endorsement più illustri, abbiamo il seguente scenario: Cuperlo ha l’appoggio di D’Alema e Bersani, non volendone o non potendone fare a meno; Renzi non si è fatto mancare quello di Franceschini e Fassino, che di primo pelo non sono, pur potendone forse fare a meno. Poi, per un fioroniano che sta di là, con Cuperlo, c’è almeno un veltroniano che sta di qua, con Renzi. Con Cuperlo stanno i giovani turchi, Andrea Orlando e Matteo Orfini; con Renzi vanno prodiani in ordine sparso (non si sa se Prodi medesimo, che però, novello Amleto, ha deciso di votare). Civati, quanto a lui, può vantare sicuramente una molto maggiore discontinuità: con lui si schierano gli outsider, tipo Laura Puppato e, nelle ultime ore, Stefano Rodotà, cioè la bandiera di quelli che nel Pd manco ci stanno, e comunque non hanno mandato giù nulla di ciò che il Pd ha fatto dal giorno dopo il voto: non Napolitano presidente, non il governo Letta, non le larghe intese.

Il vero terreno di scontro è, di fatto, quest’ultimo: l’accordo di governo. Non a caso il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha lasciato liberi i suoi: per non perdere il congresso andando subito allo scontro con Renzi. Dei tre, Civati è il più duro nel giudizio, ma Renzi è di gran lunga il più pericoloso. E siccome la prima volta fare il segretario del Pd (Veltroni) significò far cadere il governo (Prodi), la preoccupazione serpeggia. Di differenze rispetto al 2008, però, ce n’è. La più grossa ed importante è l’appoggio convinto del presidente Napolitano all’azione dell’attuale governo. Quanto alla legge elettorale, nessuno mai si spingerà a dire che dopo la decisione della Consulta si può votare anche subito, ma c’è chi lo pensa. Il fatto è che se con il «proporzionellum» ormai in vigore entra in Parlamento chiunque superi il 2%, con relativi rischi di governabilità, è difficile immaginare una cosa diversa dalle larghe intese, con qualunque altra legge, finché un terzo dei voti va ad una forza antisistema come il movimento Cinque Stelle.

Forse, allora, la scelta vera che il Pd ha dinanzi è la seguente: puntare sul segretario che meglio può riuscire a riassorbire il voto uscito in direzione di Grillo, inseguendone i temi, o puntare sul segretario che meglio può fare argine contro il populismo, cercando accordi in Parlamento. Ai posteri, anzi a domani, l’ardua sentenza.

(Il Mattino, 8 dicembre 2013)

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