La democrazia e il colpo di coda del populismo

ImageLa lettera aperta indirizzata da Beppe Grillo ai responsabili dell’ordine e della sicurezza del Paese, individuati nei massimi vertici della polizia, dei carabinieri e dell’esercito, è davvero inquietante. Grillo non si limita infatti a ripetere i suoi giudizi senza appello su una classe politica ai suoi occhi interamente screditata, anzi delegittimata, ma formula alle forze dell’ordine l’invito a non dare ad essa più alcuna protezione. Il movimento dei forconi deve prendere la Bastiglia del potere romano. E i difensori dell’ordine costituito devono unirsi ai rivoltosi. Gettare il casco, perché i politici gettino via la maschera. Mai come in queste circostanze le parole devono essere pesate con la massima attenzione: un conto è infatti invitare allo sciopero, che è diritto costituzionalmente garantito; un altro è prefigurare lo scenario di una «classe politica» bisognosa di protezione – indicata così: senza distinzioni di sorta, senza differenze di maggioranza e opposizione, di ruoli e responsabilità – e di un corpo dello Stato che si rifiuta di prestarla, negli auspici incendiari di Grillo, contravvenendo ai suoi doveri fondamentali. Siamo ben oltre la protesta, siamo alla disarticolazione degli apparati dello Stato.

Non è la prima volta che il leader dei Cinque Stelle usa parole troppo forti, e francamente irricevibili: non sarà neppure l’ultima. La sua strategia, peraltro, è chiara: rifiutare in blocco qualunque partecipazione al gioco politico e alla vita democratica del paese, e contrapporsi frontalmente alle istituzioni. Noi contro loro. «Loro», cioè il Palazzo, i partiti, le istituzioni, la casta, la maleodorante «classe politica» – e noi, cioè i cittadini, cioè il Paese reale, sfruttato e vessato, tartassato e maltrattato, di cui Beppe Grillo vuole essere il travolgente megafono. In questa contrapposizione lo spazio della mediazione rappresentativa, della dialettica parlamentare, è interamente consumato: che i parlamentari grillini combinino poco o nulla in Parlamento non dipende da insipienza politica, inesperienza o anche solo dal ruolo marginale che si sono ritagliati rispetto alla ordinaria attività legislativa: dipende piuttosto dall’inutilità del Parlamento, dalla sua mancanza di legittimità, dal suo puro e semplice esautoramento da parte dei cosiddetti «poteri reali», volta a volta denunciati come oscuri, corrotti o eversori. La denuncia è in realtà una più o meno involontaria solidarietà, perché non c’è nulla con cui il populismo vada meglio d’accordo della tecnocrazia: l’uno e l’altra lavorano al restringimento dei luoghi classici della rappresentanza democratica e ne minano la centralità.

Son cose che Grillo sa benissimo: per lui dal Parlamento, e dai partiti (che sono per definizione forze parlamentari), non si può cavare nulla di buono, nulla che possa «salvare» il Paese. Meglio spazzarli via tutti. Una simile retorica si salda dunque perfettamente con la piazza, col malessere sociale, con le manifestazioni di rabbia e di malcontento: non ci sarà una sola agitazione che non vedrà Grillo cavalcarla, anzi aizzarla. E non c’è dunque responsabilità più grande delle forze democratiche che respingere il gioco pericoloso di questa retorica.

Ma sarebbe chiudere gli occhi dinanzi al crescente disagio sociale non vedere di sotto al cappello che Grillo cerca di mettere sopra qualunque contestazione, spontanea o organizzata, i problemi reali del Paese: la diseguaglianza crescente, le nuove zone di marginalità ed esclusione, le difficoltà di un intero sistema produttivo. Grillo parla in un momento della vita del Paese in cui una nuova offerta politica tenta di prendere forma. Il suo intento è oscurarla, negarle qualunque pertinenza rispetto all’acutizzarsi dei problemi sociali. Dimostrarla è invece il compito della politica. Ma se i forconi gridano soltanto «tutti a casa, non ne possiamo più», l’assoluta genericità della protesta non è un limite che vada imputato solo a loro, ai capi improvvisati di un movimento ancora incerto sulla strada da prendere: le nuove leadership che si disegnano, a destra come a sinistra, devono anzi dimostrarsi all’altezza della situazione proprio dando forma e determinatezza a quei drammatici bisogni sociali. Devono gettare ponti, creare collegamenti con le istituzioni, inventare persino un nuovo linguaggio, perché quello vecchio, a Torino o a Cerignola, in piazza o in mezzo ai binari non lo parla più nessuno. Questo devono riuscire a fare. Altrimenti, l’unica dichiarazione che farà parlare il Paese sarà quella di Grillo. E non sarà per nulla distensiva.

(Il Mattino, 11 dicembre 2013)

Una risposta a “La democrazia e il colpo di coda del populismo

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