Chi soffia sul fuoco della protesta dei forconi

ImageOrmai la protesta dei forconi si è allontanata dalle rivendicazioni originarie e il denominatore comune in cui si saldano le rimostranze di questi giorni sembra essere offerto quasi soltanto dall’invito ad andare tutti a casa. Non è un buon segno. L’auspicio che le ragioni della protesta  non vengano strumentalizzate si fa più debole. Ieri, i titolari della libreria Ubik di Savona, che hanno subito l’assalto dei manifestanti, hanno pubblicato on line alcun versi di Bertolt Brecht: “impugna il libro/ è come un’arma”. Minacciare il rogo dei libri – come appunto è capitato ieri – vuol dire tentare di disarmare proprio coloro ai quali Brecht si rivolgeva con queste parole: “Impara bambino a scuola/ impara uomo in carcere/ impara donna in cucina”. Prendersela con i libri è prendersela con i deboli, non con i forti. Non è denunciare il superfluo, ma togliere l’essenziale (e mettere sotto tiro una categoria che certo non se la passa bene). C’è da augurarsi naturalmente che simili episodi non si ripetano, e che la protesta si mantenga ben dentro un alveo civile, ma alcuni segnali preoccupanti, come quello dell’aggressione alla libreria, non promettono nulla di buono. E per un Berlusconi che rinuncia ad incontrare i rappresentanti della protesta, in un soprassalto di ragionevolezza che speriamo duri, c’è sempre un Grillo che mantiene l’invito alle forze dell’ordine perché incrocino le braccia, augurandosi così che un’onda di piena travolga tutto e tutti.

Le analogie con altre situazioni esplosive che si sono verificate nel nostro paese, in passato, non provano nulla, se non la difficoltà di capire dove va davvero il movimento. Se però attendiamo dimostrazioni in buona forma prima di esprimere un senso di forte preoccupazione, rischiamo di ritrovarci come già altre volte, alla vigilia di una spirale crescente di disordini e violenze senza alcuna chiara idea di quel che potrà capitare, mentre si incupisce il clima sociale e la risposta politica tarda ad arrivare.

La CGIA di Mestre indica nelle difficoltà del mondo del lavoro autonomo e delle microimprese una delle ragioni più profonde delle proteste di questi giorni: «la crisi ha colpito in maniera più evidente – scrive – il mondo delle partite Iva rispetto a quello del lavoro dipendente». A questo mondo Berlusconi, incurante dei fallimenti dei suoi governi, prova nuovamente a lisciare il pelo; Grillo, invece, prova a rizzarlo. Le difficoltà di commercianti, piccoli imprenditori, artigiani, agricoltori, descrivono un restringimento progressivo dell’area dei ceti medi e un lento scivolamento di fasce sempre più estese della popolazione verso condizioni di marginalità sociale e fragilità economica allarmanti. Quelle persone sono oggi in piazza, del tutto legittimamente, e vi stanno insieme agli studenti, ai precari, ai lavoratori adulti che hanno perso il lavoro e non sanno come mantenere la famiglia. Ma vi stanno confusi in uno strano impasto che spinge a manifestare qualche centro sociale insieme agli estremisti di destra e agli ultras delle squadre di calcio, con obiettivi ancora indistinti, privi di una riconoscibile strategia politica e allettati dallo scontro per lo scontro.

Siamo, insomma, un passo prima che il movimento prenda una deriva anti-legalitaria e anti-costituzionale, per non dire apertamente filo-fascista. Quel passo non occorre affatto che venga compiuto, e una risposta democratica può e deve essere trovata. Quando nel ’21 Gramsci scrisse che Mussolini tentava di riorganizzare i ceti medi che resistevano contro la proletarizzazione, manteneva ancora fermo che tale esito fosse un «portato fatale del capitalismo». Quell’esito si realizzò effettivamente, ma non affatto come il portato di una fatalità. Non vi è nulla di fatale nel destino politico e sociale dell’Italia: non allora e non ora.

Ora, è vero e conviene ripeterlo: le analogie gettano più luce sull’analogante che sull’analogato.  Per fortuna, non sarà l’assalto alla libreria di Savona, o certe grida di «sporco comunista» che si sono ascoltate qua e là, a farci temere un nuovo fascismo. Ma una politica irresponsabile, che lavora alla delegittimazione delle istituzioni democratiche, che asseconda un clima di discredito generalizzato per nascondere le proprie colpe e le proprie responsabilità, o che prende di mira una volta l’euro e un’altra la casta come si fa con i capri espiatori, cioè distogliendo l’attenzione dalle vere ingiustizie sociali, quella sì: abbiamo qualche ragione di temerla. E l’impegno per il 2014 di Letta non può allora non consistere anzitutto nel respingerla con ogni fermezza.

 (L’Unità, 12 dicembre 2013)

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