Mezzogiorno: non serve solo legalità

ImageCome nel gioco del Risiko, in cui si trattava di mettere i carri armati qua e là per conquistare il mondo, così ammiragli generali e colonnelli finiscono nel complicato risiko della politica, chiamati a gestire questo o quell’Ente, per sottrarli alle grinfie della criminalità, o semplicemente ad una cattiva gestione. L’ultimo in ordine di tempo è l’ammiraglio che va al porto di Napoli, Felicio Angrisano, su nomina del ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ma solo pochi giorni fa il ministro dei Beni Culturali Massimo Bray ha nominato il generale di divisione Giovanni Nistri a direttore generale del Grande Progetto Pompei, scegliendo fra una rosa di papabili formata, a quanto pare, da prefetti, magistrati e ufficiali. Anche le autorità locali non hanno mancato di affidarsi a uomini con la divisa: Luigi De Magistris ha chiamato come suo capo di gabinetto un colonnello dei carabinieri, Attilio Auricchio, mentre il governatore Caldoro aveva pensato bene di commissariare le Asl di Napoli 1, l’azienda sanitaria più grande d’Europa, e quella di Salerno, affidandosi anche in quei casi a due alti ufficiali, al generale Scoppa e al colonnello Bortoletti.

Tutte persone rispettabilissime e capacissime, ci mancherebbe pure. Il profilo professionale del militare di carriera, tra l’altro, è pure cambiato, e richiede ormai anche competenze di tipo manageriale. Ma non resta meno confermata l’amara impressione che il risiko giocato dalla politica con tutte queste nomine procura. Ci deve essere cioè, al centro del discorso pubblico che riguarda il Mezzogiorno, un qualche schema mentale di questo tipo: il Sud ha un serio problema di legalità; generali e colonnelli, prefetti e magistrati sono, da questo punto di vista, una garanzia; dunque prendiamo dalle loro fila gli uomini che ci servono. Col che evidentemente si giudica che pescando da altri settori dell’amministrazione pubblica non si trovano garanzie sufficienti.

Non occorre ovviamente che il pensiero venga formulato in maniera esplicita, ma è un fatto che agisce e sembra ispirare almeno alcune delle scelte indicate. Finisce dunque con l’essere coerente con questa impostazione la decisione presa dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, neo eletto segretario del Pd, che dovendo assegnare le mansioni della sua segreteria nuova di zecca ha pensato bene di affidare ad una stessa persona, l’onorevole Pina Picierno, le deleghe su Sud e legalità. Quasi un’endiadi, insomma: se si pensa al Mezzogiorno si pensa solo ed esclusivamente a come fronteggiare il crimine.

Sia chiaro: che un problema di legalità esista è fuori discussione. Il bubbone scoppiato sul porto di Napoli ne è l’ultima conferma, e anche le vicende di Pompei non fanno dormire sonni tranquilli. Nessuno intende dunque sottovalutare il fenomeno. Ma non si può fare che la questione meridionale, divenuta ormai polverosa e stantìa agli occhi dei più, sopravviva solo come questione criminale. Perfino gli studiosi del brigantaggio meridionale postunitario, senza sconfinare in discutibili nostalgie neo-borboniche, sentono il bisogno di interrogarsi intorno alle cause di più vasto momento di un fenomeno che neppure allora poteva essere ridotto in termini di mere violazione di leggi. Poi si dirà che c’è voluto l’esercito, e va bene: ma tutto il resto che ci vuole?

Siamo sempre là: visto che i problemi del Sud sono cronici, e l’esercizio faticoso dell’individuazione di nuove piste di sviluppo, di una rigorosa collocazione delle risorse, di una gestione trasparente della cosa pubblica non riesce ad attecchire, si preferisce dare almeno l’impressione di intervenire drasticamente, scomodando non i carri armati (per fortuna), ma almeno qualcuno che c’è salito su.

Una simile riduzione dei problemi del Mezzogiorno sotto il solo denominatore della lotta all’illegalità e alla criminalità organizzata, al malaffare o alla corruzione non può essere accettata. E i primi a capirlo devono essere i politici. A meno che non pensino di mettere i fondi europei nelle mani di qualche generale di corpo d’armata, o di affidare le politiche di sviluppo e di coesione sociale a toghe ed ermellini, è da loro che deve venire anzitutto uno scatto di orgoglio e un’assunzione di responsabilità. Il Sud continua ad avere un problema di classe dirigente, ma non lo risolve certo affidandosi alla Polizia di Stato o alla Benemerita. 

(Il Mattino, 13 dicembre 2013)

Una risposta a “Mezzogiorno: non serve solo legalità

  1. Condivido l’impostazione e l’analisi. Credo che tale tipo di risposte serva solo a tacitare le coscienze ed a trovare delle soluzioni ineccepibili sotto il piano formale , ma è gravemente offensiva verso tutta quella parte della società civile italiana , non inquadrabile tra i magistrati,prefetti e militari) che è certamente in grado di assumere responsabilità.

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