Archivi del giorno: dicembre 19, 2013

La libertà al tempo delle “Pussy Riot”

ImageNon che sia cambiata la legge, ma l’amnistia votata dalla Duma ieri manda liberi gli attivisti di Greenpeace – tra cui il napoletano Christian D’Alessandro, già rilasciato su cauzione ma trattenuto ancora in Russia – che qualche mese fa avevano cercato di abbordare una piattaforma artica del gigante petrolifero russo Gazprom, così come restituisce la libertà alle due cantanti del collettivo punk femminista delle Pussy Riot, finite in carcere lo scorso anno per la loro blasfema (ma soprattutto anti-putiniana) esibizione nella cattedrale del Cristo Salvatore, a Mosca. E questa è senz’altro una buona notizia: dalle nostre parti, per fortuna, per simili manifestazioni di protesta non si finisce nelle patrie galere, ed è evidente che la libertà di opinione, e di manifestazione delle proprie opinioni, è da noi salvaguardata molto più che nella Russia di Putin, dove i margini di discrezionalità delle autorità pubbliche nella repressione del dissenso sono decisamente ampi.

Ma è bene rammentare che nessuna conquista è definitiva. Prendete la Spagna: il ministro dell’Interno intende portare all’approvazione del Parlamento una legge che, per contenere e reprimere gli scoppi di violenza che accompagnano le manifestazioni, finisce per limitare fortemente le espressioni di dissenso. La legge sanziona con multe assai pesanti una serie di infrazioni dell’ordine pubblico, valutate come «gravi» o «molto gravi» (ma non delittuose), e soprattutto impone un regime di presunzione di colpevolezza per i responsabili individuati dalle forze dell’ordine, che contraddice i cardini di uno Stato liberale, il quale poggia, com’è noto, sulla presunzione opposta, dell’innocenza fino a prova contraria. Ironia vuole, peraltro, che la legge oggi proposta dal partito popolare spagnolo somiglia ad un analogo progetto presentato circa vent’anni fa, nel ’92, dai socialisti allora al potere, e in quella circostanza fu proprio il portavoce dei popolari Federico Trillo ad usare le parole giuste. Parole che nella Spagna democratica da poco uscita dalla dittatura franchista si sarebbero dovute imprimere come un monito perenne, una lezione non dimenticabile della storia: «La libertà e la sicurezza non sono grandezze equiparabili. La libertà e la sicurezza non stanno in una stessa misura e rapporto né nella Costituzione né in genere in uno Stato democratico. La libertà è prioritaria e la sicurezza sta alla libertà nella relazione del mezzo al fine».

Purtroppo, le politiche securitarie che anche nello spazio europeo sono adottate sempre più spesso, attraverso inasprimento di pene, introduzione di nuove fattispecie di reati, riduzione della privacy, contenimento poliziesco dei fenomeni migratori e in genere delle situazioni di allarme sociale non giovano alla qualità delle nostre democrazie. Il senso di giustizia si confonde con il senso della vendetta, il bisogno di sicurezza erode le garanzie del diritto, la difesa ‘proprietaria’ volta le spalle alle aree sempre più estese della marginalità e dell’esclusione sociale.

Jorge Fernández Diaz, il ministro dell’interno spagnolo, si è difeso sostenendo la necessità di attrezzare una risposta legale agli atti di vandalismo incontrollato e alla capacità di interdizione di cui sono capaci a volte anche piccoli gruppi ben organizzati. Una dannosità, o una pericolosità, che eccede di gran lunga il diritto di manifestare il proprio pensiero, e di cui si ha prova anche da noi: anche per le strade di Roma, o su in val di Susa, tanto per fare qualche esempio.

È un problema reale, la risposta al quale non può però essere la compressione delle libertà. Che se poi guardiamo alla cosa non sotto l’angolo dell’ordine pubblico, ma per il suo senso politico, ci accorgiamo che quel che è da pensare oggi non è il modo in cui contenere le minoranze organizzate, ma il modo in cui organizzare le maggioranze. Non ce ne sono più, infatti: né nel Parlamento né nel Paese. E al loro posto stanno minoranze più o meno agguerrite, che a turno occupano in maniera più o meno effimera l’arena pubblica, senza però portare con sé quella visione generale, quel senso di durata e quel fattore di stabilità, di cui vivono le istituzioni politiche. Ed è questa, della debolezza delle maggioranze, una delle cause, non l’ultima, dell’affanno in cui si trovano oggi le nostre esauste democrazie.

(Il Mattino, 19 dicembre 2013)

Immigrati, la vergogna di Lampedusa. Nudi all’aperto per la disinfestazione

ImageIn epigrafe al libro Lager italiani, di Marco Rovelli, le parole di un impreparato ispettore di polizia: «Nessuno sapeva di aver vinto un concorso per fare il guardiano di un lager». E nessuno – si può aggiungere – sapeva, prima di vedere il video diffuso ieri, di avere la cittadinanza in uno Stato che gestisce entro il proprio territorio strutture che somigliano a lager.

O forse no, forse qualcosa si poteva pure sapere, visto che il libro risale al 2006. Nel frattempo qualcosa è cambiato, almeno nella denominazione dei centri dove sono trattenuti i migranti che sbarcano a Lampedusa, ma le immagini che ieri sono circolate sbattono in faccia al Paese le condizioni disumane, indegne di un paese civile, in cui sono trattenuti e reclusi, senza colpa alcuna, gli uomini che attendono in fila, nudi, al freddo, il loro turno per la disinfestazione.

Il personale si muove indifferente nel centro di prima accoglienza. Indifferente perché abituato: come se ci si potesse abituare. Come se potessimo a nostra volta rimanere indifferenti all’idea che a Lampedusa ci si abitua ad una così grave mortificazione della dignità delle persone. Alla trasformazione della parola e della pratica dell’accoglienza nell’ipocrita termine della neolingua che lo Stato italiano usa per definire le attività che si conducono nel centro. Se questa è accoglienza.

Ora partirà – anzi: è già partito – il discorso sulle responsabilità. In capo al singolo operatore, al corpo di sorveglianza, al direttore del centro. Benissimo. Ma la responsabilità più generale, che investe lo Stato italiano, le sue politiche per l’immigrazione, quella non può passare sotto silenzio. Il fenomeno migratorio è sicuramente un problema che trascende i confini nazionali e investe l’Unione europea, ma questo non può significare un così drammatico abbassamento degli standard minimi di cura delle persone.  In quei trattamenti degradanti non sono loro, siamo noi che ne usciamo umiliati.

C’è poi una responsabilità nei confronti del nostro ordinamento democratico, che si mostra ancora una volta estremamente fragile. Strappato in più punti. E dire che qualunque considerazione storicamente avvertita saprebbe indicare in questi flussi demografici una risorsa per il nostro Paese e un’opportunità, non solo un problema. I dati economici e quelli demografici camminano insieme: noi invece facciamo di tutto per opporre gli uni agli altri. Alimentiamo diffidenze, ragioniamo di respingimenti, e invece di ospitalità offriamo ostilità e inimicizia.

E intoniamo il discorso della  coperta troppo corta, quando si tratta delle risorse economiche e finanziarie necessarie per far fronte alla crisi. Ma come non vedere che, intanto, è la coperta dei diritti che si sta drammaticamente accorciando, e non copre affatto tutti. Non copre milioni di uomini e le donne che vivono e lavorano in Italia: copre me, copre i cittadini italiani, ma non copre gli extracomunitari, non copre i migranti, non copre gli uomini in fuga dalla guerra, dall’oppressione e dalla misera che bussano alle porte del nostro Paese. Bussano perché venga loro aperto – mentre il nostro primo gesto è rinchiuderli, spruzzandogli il disinfettante con una pompa e lavandoli all’aperto contro un muro di lamiere.

Il filosofo Giorgio Agamben ha sostenuto che non è la democrazia a suffragio universale l’invenzione politica centrale del Novecento, quella intorno a cui tutto il resto ruota, ma è il campo di concentramento. Un’esagerazione. Ma siamo entrati nel ventunesimo secolo, e facciamo di tutto per dargli ragione.

(Il Mattino, 18 dicembre 2013)