Immigrati, la vergogna di Lampedusa. Nudi all’aperto per la disinfestazione

ImageIn epigrafe al libro Lager italiani, di Marco Rovelli, le parole di un impreparato ispettore di polizia: «Nessuno sapeva di aver vinto un concorso per fare il guardiano di un lager». E nessuno – si può aggiungere – sapeva, prima di vedere il video diffuso ieri, di avere la cittadinanza in uno Stato che gestisce entro il proprio territorio strutture che somigliano a lager.

O forse no, forse qualcosa si poteva pure sapere, visto che il libro risale al 2006. Nel frattempo qualcosa è cambiato, almeno nella denominazione dei centri dove sono trattenuti i migranti che sbarcano a Lampedusa, ma le immagini che ieri sono circolate sbattono in faccia al Paese le condizioni disumane, indegne di un paese civile, in cui sono trattenuti e reclusi, senza colpa alcuna, gli uomini che attendono in fila, nudi, al freddo, il loro turno per la disinfestazione.

Il personale si muove indifferente nel centro di prima accoglienza. Indifferente perché abituato: come se ci si potesse abituare. Come se potessimo a nostra volta rimanere indifferenti all’idea che a Lampedusa ci si abitua ad una così grave mortificazione della dignità delle persone. Alla trasformazione della parola e della pratica dell’accoglienza nell’ipocrita termine della neolingua che lo Stato italiano usa per definire le attività che si conducono nel centro. Se questa è accoglienza.

Ora partirà – anzi: è già partito – il discorso sulle responsabilità. In capo al singolo operatore, al corpo di sorveglianza, al direttore del centro. Benissimo. Ma la responsabilità più generale, che investe lo Stato italiano, le sue politiche per l’immigrazione, quella non può passare sotto silenzio. Il fenomeno migratorio è sicuramente un problema che trascende i confini nazionali e investe l’Unione europea, ma questo non può significare un così drammatico abbassamento degli standard minimi di cura delle persone.  In quei trattamenti degradanti non sono loro, siamo noi che ne usciamo umiliati.

C’è poi una responsabilità nei confronti del nostro ordinamento democratico, che si mostra ancora una volta estremamente fragile. Strappato in più punti. E dire che qualunque considerazione storicamente avvertita saprebbe indicare in questi flussi demografici una risorsa per il nostro Paese e un’opportunità, non solo un problema. I dati economici e quelli demografici camminano insieme: noi invece facciamo di tutto per opporre gli uni agli altri. Alimentiamo diffidenze, ragioniamo di respingimenti, e invece di ospitalità offriamo ostilità e inimicizia.

E intoniamo il discorso della  coperta troppo corta, quando si tratta delle risorse economiche e finanziarie necessarie per far fronte alla crisi. Ma come non vedere che, intanto, è la coperta dei diritti che si sta drammaticamente accorciando, e non copre affatto tutti. Non copre milioni di uomini e le donne che vivono e lavorano in Italia: copre me, copre i cittadini italiani, ma non copre gli extracomunitari, non copre i migranti, non copre gli uomini in fuga dalla guerra, dall’oppressione e dalla misera che bussano alle porte del nostro Paese. Bussano perché venga loro aperto – mentre il nostro primo gesto è rinchiuderli, spruzzandogli il disinfettante con una pompa e lavandoli all’aperto contro un muro di lamiere.

Il filosofo Giorgio Agamben ha sostenuto che non è la democrazia a suffragio universale l’invenzione politica centrale del Novecento, quella intorno a cui tutto il resto ruota, ma è il campo di concentramento. Un’esagerazione. Ma siamo entrati nel ventunesimo secolo, e facciamo di tutto per dargli ragione.

(Il Mattino, 18 dicembre 2013)

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