L’età dell’emergenza

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Per la precisione: i quarantasette anni di Enrico Letta sono più vicini ai cinquanta che non ai quaranta. Ma va bene anche così: ci si può sentire della «generazione dei quarantenni» anche un giorno prima dello scoccare del mezzo secolo. E poi il mezzo del cammin di nostra vita si va spostando in avanti e non all’indietro, per fortuna: ci sta che ci si senta una nuova generazione, alla ribalta della vita politica del Paese, anche perché i compagni di avventura sono effettivamente più giovani: Alfano ha da poco compiuto i quarantatre, mentre Renzi non è neppure arrivato alla fatidica soglia dei quaranta, quando, secondo un’autorità in materia, Marina Ripa di Meana, la vita comincia per davvero.

Che questa faccenda anagrafica sia in qualche modo significativa è però piuttosto discutibile. Anche la ricostruzione storica proposta ieri dal premier nella conferenza stampa di fine anno non è precisissima. Letta ha detto:  «si è affermata una generazione di quarantenni senza alcun precedente nella storia repubblicana». Ma i precedenti, per la verità, ci sono. Gli anni di Letta sono gli stessi che aveva Massimo D’Alema quando divenne Presidente del Consiglio (e, per la verità, gli stessi anche di Aldo Moro, al tempo della formazione del suo primo governo, nel ‘63); quanto a Veltroni, è stato vice di Prodi a quarantuno anni, e segretario dei Democratici di sinistra a quarantatre. Eppure, né Veltroni né D’Alema hanno celebrato la loro affermazione con la rivendicazione generazionale che Letta ha invece voluto far propria. A parte i maglioncini sulle spalle, da dove viene questa ansia di dirsi giovani?

Il fatto è che l’età c’entra fino a un certo punto, e se si volesse giudicare la geografia del potere nel nostro Paese in base all’età non si dovrebbe certo cominciare dalla politica, ma casomai dalle banche, o dalle imprese, o dalle direzioni di giornale, o dalle alte magistrature dello Stato, dove di ricambio generazionale ce n’è pochino. Se il Paese è bloccato, i blocchi sono assai più duri e impermeabili nell’economia, nella finanza o nell’editoria, che non nella politica. E se invece è alla politica che si vuol guardare, meglio gettare lo sguardo dall’altra parte, dove Berlusconi supera allegramente (è il caso di dirlo) un cospicuo numero di decenni, ed è ancora lì, più in palla che mai, mentre il centrosinistra di leader ne ha cambiati sin troppi, nel corso degli ultimi venti anni (alcuni più giovani, altri meno, e per dirli tutti d’un fiato si tratta di: Castagnetti Fassino Prodi D’Alema Amato Rutelli Veltroni Franceschini Bersani, infine Renzi). Se poi si guarda alla composizione attuale del Parlamento italiano, è senz’altro giovanile: è lì che probabilmente non si hanno precedenti, ma che questo garantisca la qualità della produzione legislativa è ben difficilmente dimostrabile.

Come si vede, l’età dice molto poco. Anche perché la generazione, come termine anagrafico, non serve a granché: può funzionare invece come concetto storico. Quando perciò il Presidente del Consiglio afferma che una generazione come quella che attualmente guida il Paese non ha precedenti commette un errore, ma si tratta, più ancora che di imprecisione, di precipitazione. È decisamente presto, infatti, per fare un’affermazione del genere, perché, sul piano storico, una generazione non è un dato ma è piuttosto un compito: gli uomini che hanno guidato il Paese dopo la fine della seconda guerra mondiale «sono» quello che hanno fatto, e costituiscono perciò una generazione in relazione al peso storico che hanno sostenuto, dando all’Italia la Repubblica e la Costituzione, e avviandola sulla strada della modernità e dello sviluppo: non certo in relazione alla loro carta d’identità. L’età, dunque, non basta. De Gasperi aveva già superato i sessanta all’indomani del conflitto mondiale: vogliamo dire che si doveva fare da parte, invece di assumere la guida del Paese? Anche Togliatti e Nenni avevano già superato i cinquanta: avremmo dovuto dolercene?

Letta ha insomma ragione, se con il riferimento all’età vuol indicare un’urgenza, meno se vuole invece assecondare un certo senso di insofferenza che investe oggi la politica. Perché è evidente che non dipende dall’età, e nemmeno dal’anzianità in servizio: lui stesso, Enrico Letta medesimo, ha almeno una quindicina d’anni di attività politica ai massimi livelli: non può essere un handicap. Quel che conta davvero è, invece,  quanto tocca a lui e al governo in carica compiere: la transizione verso un nuovo assetto istituzionale, una nuova legge elettorale, una chiara inversione di rotta in materia di economia, rispetto a questi anni di crisi e di recessione, il coraggio delle decisioni che non si limitano ad accettare il quadro delle compatibilità date ma provano invece a modificarle, sia sul piano nazionale che su quello europeo, e insomma un forte recupero di credibilità politica, non anagrafica. Questo governo lo può fare, non ha motivi per non farlo: non solo non ha più alibi, come oggi dice anche Renzi, ma non ce li aveva nemmeno prima, perché di fronte alla storia gli alibi, sia consentito dirlo, non ce li ha nessuno.

(L’Unità, 24 dicembre 2013)                                                                                                           

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