Partiti e governo, il tempo dei rinvii ormai è scaduto

ImageMeglio non pensarci. Diamoci pure i migliori auguri, ma che la fine dell’anno sia tempo di bilanci non è cosa di cui rallegrarsi: il bilancio che la politica italiana porta a consuntivo, per quest’anno e per gli anni addietro, non è infatti dei più esaltanti. Il grado di fiducia di cui gode è infimo; le principali forze politiche, quelle che svolgono anche una funzione sistemica rispetto al quadro istituzionale, sono nel punto più basso della loro parabola politica: vale per Forza Italia e vale anche per il partito democratico, in attesa che la novità rappresentata da Matteo Renzi si dispieghi. Le altre formazioni politiche devono ancora dimostrare di reggere nel tempo – è il caso del Nuovo Centrodestra – o mostrano già di non poter reggere – ed è il caso di Scelta Civica, finita tristemente in pezzi, ma anche di Sinistra e Libertà, che sembra ridotta a una funzione puramente testimoniale. Ci sono i grillini, è vero, e sono anche il primo partito italiano, ma il loro pensierino per l’anno nuovo è solo l’augurio che il quadro politico si deteriori e disgreghi ulteriormente. Così sembra vero quel che cantava Lucio Dalla: l’unica novità è rappresentata dal fatto che l’anno nuovo fra un anno passerà. E basta. Su tutto il resto – tre volte Natale, i muti che parlano e i preti che si sposano, e pane tutto l’anno – c’è ben poco da sperare.

E invece no. Spes contra spem dice Paolo nella lettera ai Romani: bisogna crederci ancora. Perché un altro anno non può davvero più passare senza che si metta seriamente mano a una profonda riforma della politica, dell’economia e della società italiana. Il fatto è che però gli attori politici in gioco, volenti o nolenti, hanno poco tempo a disposizione per un’impresa che richiede invece un respiro lungo. Di tempo ne ha poco il governo, che deve dimostrare sin da subito di essere capace di un’azione davvero incisiva, di cui francamente non si sono ancora viste le prove: non sul terreno delle riforme, non nell’azione economica, non sul versante dei diritti civili. Di tempo ne ha poco anche l’opposizione: Berlusconi vuole andare alle elezioni; più tempo passa e più rischia infatti di scivolare ai margini del gioco politico. Di tempo ne ha poco lo stesso Renzi che, certo, è allo stato quello che ha più filo da tessere, ma non ha il bandolo della matassa in mano, ed è dunque tentato dall’accorciare la vita di questa legislatura per ricominciare un’altra volta daccapo. Al suo secondo settennato, di tempo ne ha poco perfino il Presidente Napolitano, che è stato finora il più paziente e tenace di tutti, ma che non può fare ancora a lungo l’architrave sotto il quale si ripara una politica in cerca affannosa di un progetto, di una visione, di una ragione per andare avanti.

Difficile però che il dato generazionale richiamato da Enrico Letta nella conferenza stampa di fine anno possa essere questa ragione: e non solo perché è un dato alquanto stiracchiato (e infatti Renzi ha preso subito le distanze dall’affratellamento anagrafico), ma perché una generazione è il compito e la funzione storica cui sa corrispondere, non un fatto biologico. Una generazione fa una guerra oppure fa la ricostruzione, scrive una Costituzione o la modifica in profondità, cambia il costume di un’epoca o inventa un nuovo linguaggio della politica: dove si trova tutto ciò, nei passi compiuti finora? Però è questo quel che ci vuole. Anche in chiave europea.  Dove l’anno prossimo si vota, e dove meno ancora che in Italia si può continuare come negli anni già trascorsi: dentro le stesse regole, entro lo stesso contesto istituzionale dall’incerta legittimazione. E invece l’Europa, lungi dall’essere il contentino per politici trombati in Italia, o il luogo di consegna di medagliette al valore, deve diventare il luogo della più vigorosa contesa politica.

Il 2014 sarà l’anno giusto? Si vedrà. La cabala potrebbe suggerirlo: tutte le volte che il ’14 è uscito sulla ruota della storia, di cose ne sono successe. Cent’anni fa, scoppiava la grande guerra, crollavano imperi e mutava l’assetto del mondo. Nel 1814, le potenze europee si sedettero al tavolo di Vienna per ridisegnare la mappa del continente, a conclusione (o quasi) del ciclo napoleonico. Cent’anni prima, nel 1714, fu siglata la pace di Rastadt, ma lì è facile, perché di guerre dinastiche è pieno il Settecento. Infine, nel 1614, chiusero i battenti in Francia gli Stati Generali. Si riunirono infatti un’altra volta, l’ultima, più di un secolo e mezzo dopo, nel 1789. E fu la rivoluzione francese. Ecco: fosse solo per prudenza, non vorremmo aspettare così tanto.

(Il Mattino, 31 dicembre 2013)

Una risposta a “Partiti e governo, il tempo dei rinvii ormai è scaduto

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